Il forum delle culture ha un nome,sempre meglio di niente
 







di Antonio Filippetti




Dopo un lungo periodo  contrassegnato da indiscrezioni, pronostici, illazioni, conferme e smentite  è finalmente arrivata  l’investitura ufficiale, ovvero abbiamo saputo il nome  di colui che legherà se stesso ed il proprio lavoro al  tanto atteso  e discusso Forum delle Culture 2013. La scelta  come si sa è caduta su Roberto Vecchioni, cantautore di prestigio, vincitore tra l’altro - e finalmente con una bella canzone -  dell’ultimo festival di Sanremo.Ma, com’era del resto facilmente prevedibile, si è immediatamente accesa la polemica, soprattutto per l’eccessiva “disinvoltura” con cui è avvenuta la nomina.
Come molti sapranno, del Forum  si è parlato moltissimo e almeno sulla carta qualcosa sarebbe pure dovuto già accadere visto che l’evento aveva   un suo presidente, vale a dire una presenza istituzionale certa e acquisita.E a più riprese si eraenfatizzato sull’importanza della manifestazione che avrebbe posto la città di Napoli per 101 giorni al centro dell’attenzione culturale mondiale. Probabilmente  non erano, come si dice, tutte rose e fiori  e non a caso  ho usato prima  il condizionale perché credo che  dopo tutto non siano molti a sapere  ancora oggi cosa sia  esattamente il Forum in questione, quali i suoi scopi e obiettivi, quali i programmi  e soprattutto  quante e quali le risorse e gli attesi ritorni d’immagine e di mercato. Come spesso accade in Italia siamo stati destinatari di  annunci eclatanti ma più  ancora di chiacchiere confuse  e assai poco comprensibili ai più. Forse anche perché, come ormai endemicamente accade per la cultura, lo “standard”  istituzionale  non è proprio il massimo, anzi  non di rado  è decisamente insufficiente, ovvero inadatto al ruolo. Il che potrebbe sembrare perfino una beffa se si parla di inefficienzaculturale per una iniziativa che si richiama precipuamente alla cultura.
Il primo dato di riflessione è proprio questo, il fatto cioè che è trascorso diverso tempo durante il quale più che ai programmi si è pensato forse ad altro, mettendo in pista semmai il solito giro di valzer su poltrone, nomine, posizioni di potere destinate  inevitabilmente a mutare in ragione dell’immarcescibile  “spoil system”  che all’occorenza,  come si sa, manda tutto a carte quarantotto senza tener conto di uomini e  cose (e figurarsi se si può tener conto della cultura!).E “sic stantibus rebus” non si capisce poi nemmeno  il senso delle proteste che si levano in queste ore.
 Se non altro  però ora abbiamo un punto fermo (che si spera definitivo). Anche se  le apprensioni restano. In primo luogo viene da chiedersi se il lavoro fatto fin qui abbia ancora un senso e possa costituire una base su cui continuare a progettare il futuro. Ma in questo casovorremmo (dovremmo) sapere  se e cosa è stato davvero fatto. In secondo luogo ci chiediamo dove porti l’investimento su Vecchioni. Si  intende aprire una nuova fase realmente costruttiva ed impegnativa, capace di seminare anche al di là dell’evento o si tratterà viceversa della scontata scommessa sul nome di prestigio che “da solo” può dare l’impressione della qualità e novità salvo poi  ritrovarsi, com’è accaduto fin qui, nella medesima situazione “quo ante”, secondo la logica cioè  della porta girevole? E poi nessuno da solo può “cambiare il mondo”, occorre una squadra affiatata, di tono elevato   ed in tal caso attendiamo di sapere come “si scenderà in campo”, ovvero con quale formazione e quale modulo si affronterà  l’affascinante sfida.  E qui i dubbi sono più che legittimi poiché troppe volte siamo partiti all’avventura e non siamo arrivati da nessuna parte. Abbiamo grande rispetto, dobbiamo anzi  averlo per Vecchioni che si assume uncompito non secondario ma al di là delle sue origini napoletane  (già sbandierate ai quattro venti) non abbiamo notizie certe sui suoi trascorsi diciamo organizzativi, soprattutto a livello internazionale come vuole e deve essere  un evento come il Forum.Sarebbe opportuno in questo caso definire in primis, senza ricorrere alle ovvietà di maniera,  quale “genere” di  cultura  (e  relativi interlocutori)  si intende  promuovere e praticare per non correre se non altro il rischio di scambiare fischi per fiaschi o solo di “sognare” di fare cultura mentre si fanno in realtà operazioni di tutt’altro tipo.






2011-10-30


   
 

 

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