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Il forum del direttore ospita questo mese l’appello/manifesto che un gruppo di intellettuali italiani (scrittori, operatori della comunicazione, professionisti, manager, ecc.) ha inteso proporre a tutti i cittadini “di buona volontà” nella prospettiva di un reale rinnovamento della società civile, politica e culturale di cui “Arte&Carte” si fa interprete e promotore.
Si apre, per la sinistra, quasi inaspettatamente, una grande possibilità di governare il paese e di prefigurare, dopo un ventennio, una nuova stagione ideale e politica. Se è vero che un vento nuovo si è levato, è altrettanto vero che se non si sono issate vele abbastanza robuste per raccoglierlo, quel vento potrebbe aver soffiato invano. Guai, come è stato detto, a lasciarsi prendere dalla vertigine del successo o, peggio, credere di poter cavalcare la tigre dei movimenti spontanei: la tigre, prima o poi, si rivolta contro chi tenta di imbonirla. Siamo difronte ad una crisi politica e sociale di vaste proporzioni. Il recente voto amministrativo e referendario, per il carattere imprevedibile, spontaneo, quasi autogeno, poco governato dai partiti di maggioranza come, per certi aspetti, da quelli di opposizione, apre nuovi orizzonti e acuisce, al contempo, il carattere di tale crisi. Sbaglierebbe chi pensasse ad una decadenza irreversibile delle destre e peccherebbe di ottimismo chi ritenesse di trovarsi all’alba di un nuovo luminoso inizio. Il voto è piuttosto il segnale del precipitare rovinoso di una stagione di atti mancati e di straordinaria povertà della politica, mentre si fanno più visibili e inquietanti i solchi lasciati da un declino economico e sociale che oramai genera la disperazione dei ceti in difficoltà, di chi ha perso il lavoro, dei precari, dei giovani senza futuro nonché un’ansia diffusa e un generale spaesamento nei ceti medi. L’obsolescenza del berlusconismo rappresentainnanzitutto l’esaurirsi di schianto di un modello di società e di economia, con i suoi miti e le sue illusioni: l’ imprenditorialità accessibile a tutti, la micro impresa come orizzonte di massa, le reti localistiche, l’ assenza di regole come lubrificante sociale per un paese in grado di autogovernarsi e via dicendo. Non casualmente la crisi del berlusconismo trova al Nord il suo epicentro e si riverbera di conseguenza nel resto d’Italia, dove aveva funzionato come un modello cui tendere. Questa narrazione ideologica (altro che liberale!) è entrata in forte crisi non solo perché si sono rese evidenti le basi illusorie su cui poggiava la società del “piccolo è bello” e delle piccole, localistiche, economie più o meno assistite ma anche, e soprattutto, perché quelle riforme di liberalizzazione, di modernizzazione e di “efficentizzazione”, che ne dovevano costituire il presupposto ed il volano, non sono state realizzate. L’ età berlusconiana presenta alpaese un vuoto preoccupante: le strutture fondamentali della nostra nazione, le sue culture, i suoi riflessi condizionati e i suoi vizi, le sue caste e le sue corporazioni, sono in pratica quelle di sempre, con la triste variante che si sono di fatto esaurite le risorse pubbliche che le sostenevano. La verità è che oggi l’ Italia è un paese costellato di rendite di posizione (trasversali ad ogni gruppo sociale), non più finanziabili e quindi sotto shock, ma ancora abbastanza coriacee da impedire ogni trasformazione positiva ed ogni dinamica sociale. Segnali inequivocabili si erano già manifestati negli ultimi mesi. Dalla grande, inedita, manifestazione delle donne, spontanea, libera da condizionamenti di partito, al ritrovato e rinnovato spirito nazionale che ha accompagnato le celebrazioni per i centocinquant’anni dell’unità italiana. Un colpo al leghismo diffuso sottovalutato da tutti i commentatori politici. In questa prospettiva appare chiaroche la Lega ha danneggiato il governo più di quanto, forse, le indagini giudiziarie che hanno colpito il premier abbiano danneggiato la Lega. L’ esito del voto all’ interno del centrosinistra è sotto gli occhi di tutti: l’ansia sociale diffusa, unita ad un forte risentimento di massa ha prodotto un voto di grande e positivo cambiamento che poggia innanzitutto su una forte e comprensibilissima reazione emotiva. Di contro però dobbiamo registrare anche il versante in ombra di ciò che è accaduto. Il dato nuovo e inequivocabile è che sono state le prime elezioni extra politiche dell’ era moderna. Da questo punto di vista, ciò che il recente voto ha espresso è l’esigenza del superamento di una partecipazione “generosamente concessa” attraverso forme pseudo plebiscitarie e la rivendicazione di una concreta contendibilità dei ruoli dirigenziali della politica. I firmatari di questo Manifesto credono dunque che sia urgente e necessario nonperdere l’occasione per costruire, tutti insieme, un nuovo orizzonte politico della sinistra, nel quale i partiti e i movimenti possano ritrovarsi, prospettare un nuovo modello di sviluppo e di relazioni sociali per costruire assieme un’alternativa di governo che rappresenti una vera alternativa. L’orizzonte di una sinistra senza aggettivi, non più politologicamente divisa fra radicalismo e riformismo. Una sinistra autenticamente riformatrice che sia in grado di prospettare e realizzare assieme una rivoluzione liberale e sociale in modo che non debba più dividersi su astratti parametri ideologici. Libertà e socialità si guadagnano e si perdono assieme. Per troppi anni una parte della sinistra ha confuso il riformismo con il moderatismo e la radicalità con obsolete posizioni ideologiche consumatesi in un passato ormai lontano. Occorre ribaltare drasticamente il modo di essere del riformismo. Lo spirito della tradizione riformista va profondamente innovato se non addiritturarifondato: si potrebbe parlare di rifondazione riformista. Occorre trovare un nuovo linguaggio e nuovo stile politico al riformismo, che si faccia carico della radicalità della crisi sociale, delle nuove tendenze e dei nuovi bisogni. Un riformismo che sappia essere vivo, attraente, coinvolgente, persino emozionante. I firmatari di questo Manifesto ritengono necessario costruire un nuovo soggetto politico che gli elettori, partendo dalle esperienze maturate nelle specifiche realtà locali, hanno prefigurato nelle recenti elezioni: una confederazione, se non un partito unico della sinistra riformatrice italiana. Non un nuovo Ulivo o una stanca ripetizione dell’Unione. Ogni stagione ha la sua politica. In questo senso essi ritengono che il progetto debba sforzarsi di parlare a tutte le componenti del centrosinistra fuori da ogni logica di apparato.I firmatari di questo Manifesto ritengono necessario modificare il meccanismo delle primarie per quel checoncerne l’elezione delle cariche istituzionali. ed estenderle alla scelta dei parlamentari ove mai non si riuscisse a riformare la vergognosa legge elettorale in vigore. Chiedono anzi ai partiti della sinistra, e al Pd in particolare, di impegnarsi con tutte le energie disponibili perché questa legge venga abrogata e sostituita con un sistema largamente rappresentativo della nuova società italiana. E’ il momento, dunque, di immaginare una sinistra che non confonda il liberalismo con il liberismo economico o con il conservatorismo ma che interpreti la libertà come una forza liberatrice e liberante, che offra l’opportunità di ampliare con tutti i mezzi e gli strumenti possibili la partecipazione democratica, la mobilità sociale, l’ingresso dei giovani nella società. Una sinistra che difenda la legalità come garanzia dei cittadini e come controllo delle istituzioni, non come controllo sociale o restrizione della creatività individuale. Una sinistra che tuteli ed amplii idiritti di tutte le minoranze svantaggiate che sono poi la maggioranza degli italiani. Una sinistra che opponga all’egoismo di una società cinica, una visione generosa e solidale, aperta delle relazioni umane.
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