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Scriveva Francesco Gentile [Il Santuario dell’Incoronata, Foggia, Cappetta, 1927-51, pag. 13]: < Secondo un’antica e costante tradizione, in sul principio del sec. XI, nell’ultimo sabato del mese di aprile, fissato da quel tempo quale giorno festivo anniversario, si rinvenne la statua [della B. Vergine Maria Incoronata] nel bosco [detto poi appunto dell’Incoronata] presso Foggia, sopra una quercia, ove tuttora si venera Ed ecco come: < Uno dei Signori, che governavano allora le Puglie, ebbe un sogno misterioso; gli sembrò di vedere un daino di bellissime forme, che fuggiva fra i cespugli d’una selva, seguito da fasci di luce. Il sogno si tradusse nella realtà, perché quel signore, spinto più da una voce interna, che dalla curiosità, si recò presto a caccia nel bosco presso il fiume Cervaro, ed ivi scorse una luce abbagliante. Sbigottito dinanzi a tale splendore, cadde genuflesso ai piedi diuna quercia, donde esso splendore proveniva, ed intese una voce che gli disse: “Io sono, o figliuolo, la Madre di Dio, e voglio che mi sia qui eretta una cappella per essere venerata dai fedeli, ai quali impetrerò da Dio tante grazie”. < Sparve la luce, e sull’albero si vide la statua della Vergine Incoronata. Subito dopo giunse a quel posto un contadino che pascolava i bovi, i quali, avvicinandosi alla quercia si piegarono in adorazione. Il contadino, che denominavasi “Strazzacappa” prese una caldaietta, vi versò dell’olio, e, sospesala ad un ramo a guisa di lampada, l’accese in onore della Madonna. Quell’olio durò mirabilmente per molti anni, senza che se ne rifondesse altro. Il Signore fece ivi edificare una cappella, che tuttora esiste, al di sotto al maggiore altare. > Ci si domanda, giustamente, chi fosse questo Signore pugliese. Giovanni Rho (1655), Matteo Romano (1688), P. Serafino da MontorioO.M. (1712), Giovanni Rossi /1741), Matteo Fraccacreta (1828), Nicolò Borrelli (1839), Bonaventura Gargiulo (1899), Luigi Manzi (1902), lo stesso Francesco Gentile (1927) e Alfredo Petti (1931) dicono essere stato un Guevara, Conte di Ariano, o di Bovino, o di entrambi, cadendo in manifesto errore, che P. Giovanni De Meo dell’Opera di Don Orione [Lincoronata di Foggia, Foggia, Ed. “Santuario dell’Incoronata”!, 1975, pp. 59 s.] ha esaurientemente corretto: la famiglia comitale, poi ducale, dei Guevara giunse, infatti, in Italia con gli Aragonesi nel sec. XV, mentre è certo che il Santuario dell’Incoronata già esisteva nel 1140; l’attribuzione a un Guevara del ritrovamento della miracolosa statua “sarebbe stata fatta a scopo adulatorio per esaltare la nobile famiglia di Bovino, che nel sec. XV molto contribuì ad abbellire ed arricchire il santuario che già esisteva” da oltre tre secoli. La piccola cappella, che il nobile cacciatore fece erigere nel luogo dellamiracolosa apparizione, era ancora sotto l’altare maggiore dell’edicola del vecchio santuario. Infatti, nel piano inferiore c’era la cripta con la Cappella dell’Apparizione e anche nel Santuario nuovo, necessitato dall’irrimediabile stato di degrado e dalla minacciosa instabilità dell’antico, si ebbe cura di ricostruirla. Le proporzioni, rispettate gelosamente, sono di circa m. 6 x 3 (mq. 18). E’ da supporre che vi vivesse accanto un anacoreta, né potrebbe scartarsi l’ipotesi che tale fosse divenuto lo stesso Strazzacappa [DE MEO, o.c., pag. 73]. Primi custodi dell’Incoronata furono i Basiliani, monaci dell’Ordine di S. Basilio (+ 1.1.979), dal quale ebbero la Regola, che viene oggi osservata da quasi tutti i religiosi della Chiesa greca. I monaci erano divisi in tre classi: la prima era di quelli che senza voti vivevano ovunque avessero voluto; la seconda, di quelli che vivevano in monasteri; la terza, degli eremiti e di coloro che mai uscivano dai monasteri, salmeggiavano in coro,si astenevano dalle carni e celebravano nel rito greco, con pane fermentato. Quelli presenti nelle Puglie (Capitanata, Terra di Bari e Terra d’Otranto) e nelle Calabrie (citra e ultra) erano uniti alla Chiesa cattolica. Quando S. Guglielmo da Vercelli (+ 1142), prese bel 1140 possesso dell’Incoronata vi trovò una chiesa e un convento, da loro abbandonati. Piemontese, dopo un pellegrinaggio a S. Giacomo di Galizia S. Guglielmo si era ritirato a vita eremitica nel Mezzogiorno, tra Nola e Benevento, fondandovi poi una congregazione, detta, dal luogo di fondazione, di Monte Vergine (1119), che fu poi incorporata nell’Ordine benedettino. La controversia, causata dall’ingerenza del Monastero di Montevergine nella sfera degli interessi del Convento dell’Incoronata, portò a un allontanamento sempre più accentuato tra i due monasteri sino a giungere a una definitiva rottura dei loro rapporti, allorché i monaci dell’Incoronata passarono in blocco ai Cistercensi per cosìsottrarsi alla giurisdizione di Montevergine [DE MEO, o.c., pp. 79 s.]. I Cistercensi riconoscevano per loro istitutore S. Bernardo, Abate di Chiaravalle e Padre della Chiesa (1091-1153): l’Ordine non era altro che una riforma introdotta in quello di S. Benedetto e fu approvato nel 1152 da Eugenio Pp. III. Un bene immenso venne alla Chiesa e alla società civile da questi religiosi, principalmente dati ai lavori della terra, al miglioramento dei campi e alla loro irrigazione. Dalla presenza cistercense l’incoronata non poté che trarre vantaggio. All’Incoronata di Foggia, divenuta uno dei più famosi santuari della Cristianità occidentale e tappa obbligata del pellegrinaggio di Santi, Pontefici, Imperatori, Re, prelati, signori e gran folla di popolo ai Santuari di S. Michele Arcangelo e S. Nicola di Bari, fu Celestino Pp.V. Morto, il 4 aprile 1292, Nicolò Pp. IV, la sede pontificia rimase vacante per due anni e tre mesi, poi il pontificato passò a Pietro Morrone, o PietroAngeleri da Morrone (Isernia), il quale, solo dopo incessanti preghiere, acconsentì a lasciare, settantenne, il romitaggio dove aveva vissuto santamente i suoi giorni. Su un asinello, guidato dai Re di Sicilia e di Ungheria, giunse all’Aquila, dove si fece consacrare, il 5 luglio 1294, rifuggendo da quelle pompe, che, per simili occasioni, erano già in uso fin dal tempo di Papa S. Silvestro. Egli provvide presto, al fine di evitare lunghe vacanze della sede pontificia, alla sollecita elezione dei futuri Papi, approvando e ristabilendo in vigore il disposto di S. Gregorio Pp. X circa il Conclave; confermò un Ordine religioso di sua istituzione, fondato nel 1246, che seguiva la Regola benedettina, i cui monaci si dissero da lui Celestini. Dopo soli cinque mesi di governo, per il suo carattere incline alla solitudine in preghiera, desiderò ritornare alla primitiva vita eremitica: a ciò mosso dalla sua esemplare umiltà, sentito il parere dei Cardinali, promulgòuna Costituzione, con la quale si lasciava ai Papi la facoltà di abdicare e, secondo questa, nel seguito Concistoro, il 13 dicembre 1294 si dimise. Dante Alighieri giudicò male Papa Celestino, “che fece per viltade il gran rifiuto” [Inf., III, 60]. Riteniamo, però che il poeta abbia voluto addebitare quella rinuncia a pochezza d’animo, perché essa rese possibile l’elezione di Bonifacio Pp. VIII, cui egli attribuiva le sventure di Firenze e il suo esilio. Questo giudizio non fu condiviso da Benvenuto da Imola [Comm. Div. Comm., a.l.] e da Francesco Petrarca, il quale affermò [De vita solitaria, III, 27]: “Il rifiuto di Celestino è attribuito a viltà d’animo. Quanto a me penso che la sua rinuncia fu utile a lui e al mondo per l’inesperienza degli affari, perché era uomo di assidua contemplazione, per l’amore alla solitudine. Persone che furono testimoni mi raccontarono che egli fuggì con grande letizia che gli si vedeva negli occhi e nella fronte”. S.Antonino, 36° Vescovo di Milano, dice di “dovere noi attenerci al giudizio della Chiesa, che lo annoverò tra i santi”. onifacio Pp. VIII, suo successore, trovò prudente, perché non si potesse abusare, per gli intrighi politici del tempo, dell’ingenuità del romito, di invigilarlo in un onorato ritiro, a Fumone, cittadella in provincia di Roma. Narrano i Bollandisti [V, 19] che nell’anno 1295, celebrando S. Pier Celestino, in Fumone, la S. Messa per i fedeli defunti, fu visto sollevato da terra e circondato di luce. Testimoni del fatto furono ben tre Cardinali. A Fumone egli finì santamente la sua vita. Fu canonizzato, il 5 maggio 1313, da Clemente Pp. V e la sua festa ricorre il 19 maggio. Della presenza di Celestino Pp. V al Santuario dell’Incornata, dove avrebbe soggiornato nell’anno 1295, prima di essere fermato a Vieste, donde intendeva imbarcarsi per la Dalmazia, in un cui romitaggio ritirarsi, da guardie pontificie ed angioine, hanno parlato: • Lelio Narino [Devita et niraculi di S. Pietro del Morrpne, 1630, ma dato alle stampe nel 1830 (Milano, Malatesta]; • Vincenzo Spinelli (1664); • Govanni Battista Pacichelli (1703); • Ottavio Coda (1715) • Domenico Maria Potignone (1844); • Francesco Gentile (1851). Che Celestino Pp. V abbia visitato l’Incoronata,pur senza escludere la sua permanenza nel bosco, affermata dallo Spinelli, lo hanno affermato Casimiro Perifano (1834), Alfredo Petti (1931) e il documentatissimo Michele di Gioia (1955). Fu opinione di Ignazio Silone, esposta in un suo riscontro a richiesta del Rettore del Santuario di un suo parere, quale maggiore studioso di Celestino Pp. V, che le notizie della permanenza di quel Pontefice all’Incoronata “sono attendibili”. La lettera di Ignazio Silone, datata 29 aprile 1970, è conservata nell’Archivio dell’Incoronata.
Il dotto e decisivo parere del più insigne filologoitaliano, il cerignolano Nicola Zinngarelli. Al quesito postogli se Pier Celestino Pp. V fosse mai stato a Foggia al Santuario dell’Incoronata, Ignazio Silone, autore de “L’avventura d’un povero cristiano”, da moti ritenuta la più bella delle sue opere, rispondeva, il 29 aprile 1970, esser tale la sua opinione, ma ciò non fu sufficiente a ritener chiuso un pluriannoso dIbattito. Ma ciò che meraviglia, almeno noi, gente di Capitanata, è che in questo dibattito mai sia stato citato uno dei i più illustri fIgli della nostra provincia, il cerignolano Prof. Nicola Zingarelli della R. Università degli Studi di Milano, membro emerito del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere e Accademico della Crusca, cui si deve il maggiore, forse, contributo agli studi danteschi. Scriveva egli ne “La vita, i tempi e le opere di Dante”, edita a Milano, nella collana di “Storia letteraria d’Italia”, dalla Vallardi nel 1931: “Dopo un lungo e laborioso conclavefu creato papa un vecchio e pio eremita, Pietro di Morrone; e Carlo II [n.b.:- il Re di Napoli Carlo II d’Angiò] col principe primogenito dopo aver assistito in Aquila alla consacrazione di Celestino V il 29 agosto [n.b.:- del 1294], se lo portava a Napoli per averlo docile alla loro politica in Italia e in Ungheria. I fiorentini nell’ottobre mandarono ivi ambasciatori per congratularsi col nuovo pontefice, e ossequiare i Sovrani: e ci è noto il nome di messer Gherardo Tornaquinci, al quale il Comune pagò l’indennità di un cavallo mortogli nel viaggio. Non potrebbe Dante aver sollecitato l’onore di far parte di quella missione, e il Comune consentito, come persona gradita all’erede del trono di Puglia, re d’Ungheria? Il principale indizio di un suo viaggio a Napoli e in questa occasione starebbe in Inf. III 58 nello accenno a quel papa tra la schiera dei pusillanimi: Poscia che v’ebbi alcun riconosciuto Vidi e conobbi l’ombra di colui Che fece per viltade il granrifiuto. “La situazione qui presentata è composta dalla noncuranza di Virgilio per quella turba, e dallo studio di Dante di riuscire da sé a riconoscerne qualcuno, per farsi un concetto di tutta quella folla; e così arrivò anche a vedervi e riconoscervi quel pover uomo che per pochezza d’animo non fidandosi dell’aiuto divino rinunziò al papato; dunque egli finge di averlo già visto nel mondo. E forse non senza un fondamento; non può averlo veduto prima che fosse papa nell’eremo della Maiella; né dopo, quando il monaco dal santuario di Monte Sant’Angelo disceso a Vieste per salpare verso Terra Santa, fu preso e condotto nella rocca del Fumone, dove il suo successore, Bonifazio VIII, lo tenne come in un deserto segregato dal mondo. E’ vero che una timida tradizione posteriore narra d’un passaggio del già Celestino V per Firenze, ma non si basa sopra alcuna prova e non ha nessuna ragione . . .” [vol. I, pp. 316-317]. E’ logico che ci si ponga la domanda come mai Dante, cosìriverente nei confronti della Sede Apostolica, avesse potuto porre tra la turba dei dannati un Papa dichiarato Santo. E’ forse il suo un rifiuto di attenersi al giudizio della Chiesa? Ma, di grazia, distinguiamo un po’: se pur fosse vero che Dante parlava in quei versi di Papa Celestino con parole amare e vedeva “viltade” dove più serenamente avrebbe potuto scorgere altissima umiltà e perciò ammirabile altezza d’animo, non dimentichiamo che siamo nel campo della poesia, non della storia, e perciò delle finzioni e delle tradizioni popolari; non dimentichiamo, come ben notò il Tosti, che successore di Celestino fu il da Dante aborrito Bonifacio Pp. VIII e ricordiamoci che la cantica dell’Inferno, secondo alcuni, veniva già pubblicata nel 1308 e che, comunque, sebbene Papa Celestino fosse stato canonizzato da Clemente Pp. V il 5 maggio 1313, sull’autorità di G. Boccaccio e G. Villani abbiamo chiare ragioni per concludere che quel decreto non fupubblicato che nel 1328 dal di lui successore Giovanni Pp. XXII, ossia ben sette anni dopo la morte di Dante. Ma non è questa la questione che vogliamo trattare, bensì l’altra delle ragioni del rifugiarsi a Vieste di Pier Celestino, dopo la sua rinuncia al Sommo Pontificato. Si è detto che Pier Celestino intendesse da Vieste, estrema punta del promontorio garganico, imbarcarsi, alla ricerca di un sicuro rifugio, per l’opposta sponda adriatica (Dalmazia, Montenegro o Albania?). Ma rifugio da chi? Bonifacio Pp. VIII, checché se ne voglia dire, in verità non gli era nemico. Era stato egli, famoso giureconsulto e influente Cardinale, a volerlo Papa e al di lui proposito di rinunciare al Papato era stato il solo a francamente opporsi. Di lui successore, trovò prudente, nell’interesse della Chiesa, perché non si abusasse, per gli intrighi politici del tempo, dell’ingenuità del romito, che aveva abdicato, per tramare uno scisma, di vigilarlo in un onorato e sicuro ritiro. Da ciò il santoPier Celestino non poteva voler rifuggire, giammai egli, ex Pontefice, avrebbe meditato di ribellarsi a un’ingiunzione pontificia. Ma, allora, che ci faceva a Vieste, peraltro terra angioina? E’ a questa domanda che il nostro Nicola Zingarelli ha dato la più saggia delle risposte: S. Pier Celestino era stato a M o n t e S . A n g e l o e di là a V i e s t e, non in cerca di rifugio al di là dell’Adriatico, ma per poter proseguire, rinvenuto un naviglio che colà si recasse, in devoto pellegrinaggio per la Terra Santa. Fu in quell’occasione, ammesso che mai vi fosse stato prima, all’Incoronata di Foggia?La strada per quel desiato pellegrinaggio gli doveva essere, del resto, ben nota. Un esame anche superficiale della Carta dei Tratturi consente di rendersi conto dell’importanza dell’Incoronata come centro e tappa di tutte le strade della transumanza dai montuosi Abruzzi e Contado di Molise alla Puglia “piana”. Questo caratteristico sistemadi comunicazioni fa chiaramente intravedere l’incoronata come il luogo donde si poteva, attraverso quelle antiche vie, raggiungere ogni località interessata alla transumanza e alla organizzazione della dogana per la mena delle pecore abbastanza agevolmente. Le due carte topografiche del 1649 e del 1689 conservate nell’Archivio di Stato di Foggia raffigurano entrambe i tracciati di quei tratturi e mettono bene in risalto le località di passaggio o di dimora: • il tratturo n° 1 collegava l’Aquila con Foggia; • il n° 5 Celano con Foggia; • il n° 7 Foggia con Ariano, oggi Irpino, e Pescasserroli; • il n° 12, completato dal n° 50, Foggia con Monte S. Angelo e Vieste; • il n° 14, da Foggia, l’Incoronata con la valle dell’Ofanto; • il n° 15 (Candelaro-Cervaro) l’Incoronata con i tratturi nn. 12-50; • il n° 38, completato dal n° 51, Foggia con Bovino e S. Agata di Puglia; • il n° 41 Foggia con Barletta; • il n° 86 Foggia con S.NicandroGarganico. Il Santuario dell’Incoronata era quindi strettamente legato a Foggia e passaggio obbligato per chiunque dagli Abruzzi e dal Molise avesse voluto recarsi, per Monte S. Angelo, a Vieste. Va inoltre tenuto in maggior conto che tappe obbligate per chiunque si recasse in pellegrinaggio dalle dette regioni in Terra Santa erano i Santuari dell’Incoronata di Foggia e dell’Arcangelo Michele a Monte S. Angelo. Due ragioni, dunque, perché S. Pier Celestino, dopo la sua rinunzia al Papato, si sia soffermato all’Incoronata, già ai suoi tempi santuario celeberrimo e altamente venerato. Et de hoc satis.
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