I T A L I A E A L B A N I A :
UN DESTINO COMUNE E DUE RISORGIMENTI COEVI.
Gli Italo-Albanesi e il loro contributo alla dura lotta per l’Unità d’Italia e l’indipendenza dell’Albania.
 






Testo integrale italiano della conferenza tenuta, per invito dell’Ambasciata d’Italia a Tirana, alle ore 11 di venerdì 13 maggio 2011, nell’Aula Magna dell’Università Statale degli Studi “Fan S. Noli” di Korça (Albania), dal Prof. Emilio Benvenuto, per commemorare il sofferto contributo degli Italo-Albanesi ai coevi moti per l’Unità d’Italia e per l’Indipendenza dell’Albania.
di Emilio BENVENUTO




 C i t t a d i n i   di Korça,
ciò che noi facciamo oggi, ciò che da questa aula si commemora, è ben più che una festa, ben più che un anniversario. Noi celebriamo il natale delle nostre due Patrie.
Ricordiamo qui i nomi delle 51 Komunitetet Arbèresh t’Italisè, ossia di quelle Comunità Albanesi d’Italia che un comune destino ha indissolubilmente legato a quello delle città italofone – e a volte anche altrimenti alloglotte – situate in ininterrotta serie, nel Mezzogiorno della penisola italica, dall’Abruzzo citra alla Sicilia panormitana:
• Greçi, di Avellino!
• Kèmarini, Monxhfuni, Portkanuni e Ruri, di Campobasso!
• Carafa, Karfici, Puhèriu, Shèn Kolli e Vina, di Catanzaro!
• Cervikati, C’ifti, Ejanina, Fallkunara, Farneta, Ferma, Firmoza, Frassnita, Kajverici, Kasternexhi, Maqi, Marri, Mbuzati, Mungrasana, Picilia, Pllatani,  Qana, Spixana, Shèn Benedhiti, Shèn Japku,Shèn Mitri. Shèn Murtiri. Shèn Sofia, Shèn Vasili, Strighari, Ungra e Vakarici, di Cosenza!
• Kazalveqi e Qefti, di Foggia!
• Hora e Arbèreshèvet, Kundisa, Munxifsi, Pallaci e Sèndahstina, di Palermo!
• Badhesa, di Pescara!
• Barilli, Mashqiti, Shèn Kostandini, Shèn Pali e Xhinestra, di Potenza!
• Shèn Marcani, di Taranto!  
311 anni sono trascorsi, densi di eventi, tra la prima (1448) e la settima e ultima (1759) delle storiche trasmigrazioni albanesi in Italia: appaiono nella nuova Patria i più antichi documenti letterari albanesi e ricorrono i nomi di Luca Matranga, Pietro Budi, Pietro e Luca Bogdano, autore tra l’alro di un ode contenente il primo auspicio di una futura Albania indipendente, libera dall’oppressione turca.
Nel sec. XVIII  la Chiesa Cattolica, a causa del numero ormai rilevante degli Italo-Albanesi nel Mezzogiorno d’Italia, istituì un Collegio Ecclesiastico Albanese a Roma, per la formazione del clero locale,  e  istituìanche una diocesi di rito orientale per le comunità albanesi  al di qua del Faro (1719), con sede a Shèn Benedhiti (S. Benedetto Ullano), trasferita poi (1794) a Shèn Mitri (S. Demetrio Corone); analogo provvedimento venne preso per le comunità albanesi della Sicilia con la  creazione (1784) di una diocesi di rito orientale a Hora e Arbèreshèvet (Piana degli Albanesi): diocesi entrambe tuttora esistenti, ma con la sede della prima spostata a Ungra (Lungro).
Questo secolo, che vide in Albania poeti d’influenza turca quali Nezim Berati (1670-1754) e Muhamet C’ami (1783-1844), continua a registrare buoni poeti italo-albanesi, legati alla tradizione religiosa cristiana: Giuseppe Nicolò Brancato (1675-1741), Nicola Figlia (1693-1769), che fu Parroco di Qefti (Chieuti, nella mia provincia natale di Foggia), e Giuseppe Barça, suo coetaneo, tutti siciliani, ma la lirica italo-albanese ha il suo vero battesimo a Roma, ove, nel 1762, furono stampati i poemetti “Vita della Vergine”e “Vita del Bambino” del Papàs cosentino Giulio Varitoba  di Mbuzati (S. Giorgio Albanese).
Le comunità italo-albanesi, oggi 51 cittadine, sommavano allora a circa un centinaio di villaggi. Formatesi a varie riprese e sparpagliatesi su tutto il territorio delle due Sicilie, furono sempre, sin dalla nascita, delle vere e proprie isole linguistiche, ma furono loro consentiti - ed esse ebbero cura di mantenere - frequenti contatti fra di loro, con la madre-patria e la Grecia albanofona, dalle quali continuarono a giungere, sino al 1744, nuovi gruppi di immigrati: ultimo quello di Badhesa (Villa Badessa, in agro di Rosciano di Pescara). Protette da privilegi, che accordavano loro autonomia amministrativa, pure religiosa, se ancora di rito greco, e persino militare (furono per loro fruizione  istituiti due propri Reggimenti di Fanteria scelta, il “Real Macedonia” e il “Real Albania”), le comunità italo- albanesi, dotate ognuna d’una propria bashkia, salvaguardarono attraverso isecoli la loro lingua, la sola superstite del gruppo traco-illirico, non classificabile, al pari della greca, in alcuna delle famiglie linguistiche indoeuropee, nella sua  unicità e purezza, la loro antica cultura, il loro diritto consuetudinario, i loro pregevoli costumi. Mantennero anche, come s’è già detto, i legami sentimentali con la loro terra d’origine. Si può addirittura sostenere che il Mezzogiorno d’Italia sia stato, per un lungo periodo, la Patria culturale del popolo albanese.
Focolare di nobili idee, vivaio umano di forti cavalieri della libertà e della giustizia, fu soprattutto il Collegio Italo-Albanese di S. Demetrio Corone (Shèn Mitri), al quale, in ringraziamento per i servigi resi all’Italia dagli Albanesi, Giuseppe Garibaldi, Dittatore del Napoletano, assegnava 60.ooo scudi.  M i c h e l e   M o r e l l i, protomartire dell’Unità d’Italia, con la sua rivolta antiborbonica, parla eloquentemente per tutti gli Italo-Albanesi, come di tutti isacrifici di costoro per la causa risorgimentale dà un chiaro indice un villaggio albanofono di sole 1.500 anime, che manda ben 300 uomini, ossia il 20 % della sua popolazione, sotto le bandiere del Gen. Garibaldi.
All’assedio di Gaeta, i volontari calabresi comandati dal Pace, sorpresi da un’improvvisa e imprevista sortita della guarnigione borbonica, si davano, terrorizzati, alla fuga e gravi conseguenze ne sarebbero derivate per gli assedianti se  soli 23 giovani Albanesi di Shèn Mitri, Spixana e Ungra non avessero affrontato il nemico e dato tempo ai volontari loro corregionali di tornare sui propri passi e riordinarsi!
Nel contempo, le comunità albanesi d’Italia, pur non obliando i doveri che le legano all’Italia, non hanno, per un solo momento, dimenticato la loro patria d’origine, con la quale mai hanno cessato di corrispondere. Infatti numerose pubblicazioni, in italiano e in albanese, congressi e comizi, proteste vibranti di amor patrio, vengono continuamente ariaffermare i vincoli di sangue e di fede nei destini dell’infelice Albania.
Sono passati molti secoli dacché l’Albania fu ottomana, eppure gli esuli e i profughi ne soffrono sempre la nostalgia, lo manifestano nei minimi atti della vita, sono fieri del loro Paese d’origine e ne hanno un culto che può anche ad alcuni sembrare fanatico, ma che non esclude, però, la simpatia dei molti che hanno avuto la fortuna di non dover occultare i sacrosanti sentimenti che fanno venerare la Patria.
L’Albanese d’Italia parla della sua terra d’oltremare con rimpianto: s’inchina all’Italia, ospitale terra di rifugio dei suoi Padri, ed è pronto a ripetere martìri e sacrifici per essa, come per qualsiasi causa giusta, ma se gli è domandata la sua nazionalità, risponde fieramente: “Unè jam  arbèreshi!”, con fierezza non minore di quella con cui un figlio di Roma avrebbe detto: “Civis Romanus sum!”.
Arbèreshi vuol dire Albanese d’Italia ed è con quella d’Italia che infatti s’intreccia losvolgimento della storia della libera Albania. Giulio Varitoba è il creatore della moderna poesia albanese e l’immediato precursore delle cosiddette tre corone della poesia schipetara, i grandi poeti Girolamo de Rada (Maqi 1814-1903), P. Giorgio Fishta O.F.M. (Fishta 1871- Shkodrè 1940), non “albanese d’Italia”, ma  allievo dell’arbèresh P. Leonardo de Martino (Greçi 1830-Sarno 1923) e Accademico d’Italia, e Naim Frashèri (Fashèri 1846 – Istanbul 1900). La poesia esplica con essi un’influenza di prim’ordine: sorprendente fenomeno che sempre si ripete nella storia dei popoli.
E’ tutto un fiorire di canti popolari che si tramandano di generazione in generazione e che solo tardi, nel sec. XIX,  vengono raccolti e pubblicati. Il popolo canta, nostalgico, la terra che non può più rivedere, le gesta dell’eroe nazionale, la forza, il coraggio e il sentimento cavalleresco della stirpe.
Si rivelano qui due grandi poeti: il suddetto Girolamo de Rada e Giuseppe Schirò (Hora eArbèreshèvet 1865 – Napoli 1927).
Già nel 1836, quando i tempi erano completamente oscuri e doveva apparire follia il semplice sperare, il primo, ancora ventiduenne, lancia all’Europa, col poema “M i l o s a o”, il grido dell’ignorato popolo albanese e continua poi ininterrottamente per tutta la sua vita a esaltarne le antiche memorie e a incitare i suoi connazionali a contribuire alla rinascita della terra dei Padri, della quale profetizza la resurrezione ( v. Poemi albanesi, Trani 1903, pag. 222).
Nel de Rada, cosentino di Maqi, che cominciò ventenne a raccogliere i canti popolari, la milizia è indissolubilmente legata alla milizia politica; egli è, al contempo, fautore del Risorgimento nazionale italiano e di quello albanese. Rievoca in un suo famoso poema, Scanderbeccu i Pa-faan, la figura di Giorgio Castriota Skanderbeg, l’eroe del popolo albanese, e nel 1848 comincia a pubblicare a Napoli il giornale politico “L’Albanese d’Italia”, sulle cui colonne si educa tutta unagenerazione di patrioti italo-albanesi.
Scrive Antonio Girelli nella sua  Storia di Napoli (Torino, Einaudi, 1973,pag. 252):
“Sull’ottusa abulia della reggia si abbattono, a partire dal novembre 1856, una serie di colpi che ne minano la tranquillità. Dapprima si accendono a Palermo e a Cefalù due focolai di insurrezione mazziniana subito soffocati. Pressappoco un mese dopo, l’8 dicembre, si registra l’attentato di   A g e s i l a o   M i l a n o . Figlio di un sarto albanese, nato nel paesino di S. Benedetto Ullano in provincia di Cosenza, allevato nel collegio di S. Demetrio Corone al culto della libertà e della rivoluzione,   A g e s i l a o   si è fatto soldato per miseria e cospiratore per elezione. Entrato nei cacciatori di linea a Napoli, in stretto contatto con ardenti mazziniani, concepisce il progetto di sbarazzare il regno del tiranno colpendolo alla luce del sole, per consacrarsi a una morte gloriosa in tutto degna di undiscendente di Giorgio Scanderbeg. Nel giorno dell’Immacolata, mentre il re passa in rivista a cavallo i reggimenti schierati al Campo di Marte, il soldato albanese esce dai ranghi e vibra a Ferdinando un colpo di baionetta che sarebbe fatale se non venisse deviato dalla fondina della pistola. Prima che il giovane ventiseienne possa ripetere il gesto, un ufficiale gli salta addosso, lo immobilizza e lo consegna a chi lo trascinerà  in  carcere.  Dinanzi  alla  corte   marziale,    M i l a n o  ricusa sdegnosamente l’attenuante dell’infermità mentale, affermando di aver premeditato da solo il regicidio, sollecitato anche dalle voci dell’iniquo accordo di Ferdinando col Governo argentino per la deportazione dei prigionieri politici in Sud-America. Condannato a morte, è impiccato il 13 dicembre. I nervi del re, che sul momento ha reagito con mirabile pacatezza scongiurando forse così una sanguinosissima reazione delle fedelissimetruppe svizzere, accusano alla distanza il contraccolpo. A confortarlo non bastano le manifestazioni di solidarietà più o meno spontanee che arrivano dalle più lontane province, amarezza e paura lo invecchiano di colpo, incubi atroci turbano le sue notti, un torpore malsano si impadronisce di lui quasi presagio della morte vicina e d’un più ampio, generale sfacelo di tutto il mondo che egli rappresenta”.
Il Risorgimento italiano, dal 1794 al 1861, per il largo e, come nella specie, determinante contributo degli Italo-Albanesi, finisce col divenire pure Risorgimento politico albanese e Giuseppe Schirò, nella chiusa del suo poema “Dheu i huaj”, vaticina  addirittura la resurrezione dell’Albania con l’aiuto di un’Italia risorta.
F r a n c e s c o   C r i s p i, rivoluzionario, garibaldino e, infine, potente Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia, era un Albanese di Sicilia (!). Un risorto autore di “Vite Parallele” gli affiancherebbe senz’altro  un  leader  nazionalista  albanese,  L u i g i   G u r a k u q i, che nel 1912 aveva innalzato a Valona la bandiera dell’indipendenza albanese: aveva studiato nella Scuola Saveriana di Scutari, nel Liceo di S. Demetrio Corone e nella R. Università di Napoli, ritenuti allora i maggiori centri di studi albanesi. Personaggio politico di alto rilievo, articolista forbitissimo (usò i pseudonimi di Lek Khruda e Jakin Shkodra) entrò nella storia letteraria albanese per la sua raccolta poetica”Vjersha”, sognante riflesso di mitologie classiche e popolari. Morì in Italia, a Bari, assassinato, il 3 marzo 1925.
Assieme alle memorie e alle tradizioni avite, gli Italo-Albanesi mantengono viva e cercano di elevare a eccellenti forme letterarie la lingua dei Padri, che i loro fratelli rimasti in Albania sotto giogo ottomano non potevano liberamente coltivare a causa della politica oppressiva dei Turchi, dai quali vengono chiamati sprezzantemente i“senza libri”. Nel Regno delle due Sicilie  vi sono due Istituti che funzionano da centro di raccolta e diffusione della cultura albanese, l’uno al di qua, l’altro al di là del Faro. Il Collegio Italo-Albanese di S. Adriano a Shèn Mitri (S. Demetrio Corone), fondato nelle Calabrie a iniziativa del Sac. Stefano Rodotà e approvato con Bolla del 5 ottobre 1732 da Clemente Pp. XII Corsini, fu dotato da questo Pontefice e sostenuto dopo con nuovi fondi da Don Carlos, da lui investito del Regno di Napoli e poi dal Dittatore Gen. Giuseppe Garibaldi, il quale, “in considerazione dei segnalati servizi resi alla causa nazionale dai prodi e generosi Albanesi”, emise a Caserta, il 20 ottobre 1860, il seguente decreto:
“Cessati i bisogni della presente guerra e costituita l’Italia con Vittorio Emanuele, dovrà il Tesoro di Napoli somministrare immediatamente la somma di lire 12ooo ducati per l’ingrandimento del Collegio di S. Adriano. Io pongo sotto la garanzia della Nazione e del suomagnanimo Sovrano, l’esecuzione del presente Decreto”.
Anche dopo, di questo Collegio, ove venivano a studiare giovani dall’Albania, come di tante altre questioni albanesi, ebbe a interessarsi il Governo italiano, il cui Ministro Guardasigilli On. Camillo Finocchiaro Aprile, amico e seguace di Giuseppe Mazzini, era stato segnalato da Francesco Crispi, nel 1881, ossia 20 anni dopo la raggiunta unità d’Italia, ai corregionali siculo-albanesi del Collegio Elettorale di Contessa Entellina – Mezzoiuso – Palazzo Adriano – Piana dei Greci, perché lo eleggessero alla Camera dei Deputati quale loro rappresentante politico.
Al di là del Faro, a opera di P. Antonio Gazzetta, fu fondato un altro centro culturale albanese, un seminario italo-albanese, detto, a causa del rito greco praticatovi, Seminario Greco di Palermo, dove iniziò i suoi studi Francesco Crispi, il quale, con memore interesse,si recò nel 1898 a visitarlo e raccomandò agli alunni, in modo speciale, lo studio della lingua eletteratura albanese, esprimendo la speranza di una vicina resurrezione dell’Albania.
Alla vigilia delle guerre balcaniche (1912-13), ben consci dell’importanza che ha una lingua nella salvaguardia d’una nazionalità, gli Italo-Albanesi, sotto la direzione del de Rada, tengono due congressi linguistici albanesi di notevole importanza: il primo a Corigliano Calabro (ottobre 1895), il secondo a Ungra-Lungro (febbraio 1897).
Fu in occasione del primo che il Crispi, essendo stato proclamato Presidente onorario del Congresso, rispose col seguente telegramma:
“Mi felicito con voi per avere convocato il Congresso e sono riconoscente a tutti per la onorifica distinzione. Albanese di sangue e di cuore, godo di questa iniziativa che mi auguro sarà utile alla storia della civiltà albanese e all’incremento della sua letteratura”.
Il Congresso decise la costituzione di una Società Nazionale Albanese, alla quale attribuì il compito di provvedere “alla costanza di un alfabeto unico, allacomposizione di un dizionario, alla pubblicazione di una rivista italo-albanese, all’apertura di relazioni con la Madre Patria”. Decise, inoltre, la fondazione del giornale “La Nazione Albanese”.
Dopo il secondo dei congressi linguistici, si costituì a Roma, nell’aprile del 1900, un Comitato Nazionale Albanese, il quale nel suo primo ordine del giorno insistette anch’esso sulla “necessità di  intensificare gli studi della lingua nazionale”. Un consimile Comitato si costituì a Palermo nel maggio del 1902.
Già da tempo gli Italo-Albanesi avevano intensificato i rapporti coi fratelli d’oltre Adriatico. In un messaggio del 22 settembre 1880 avevano manifestato a essi la loro solidarietà e parlato della loro azione per la causa comune:
“Memori sempre dell’antica Patria non ci siamo stancati mai di propugnare colla parola, coi libri, coi giornali e con ogni maniera di influente propaganda la vostra causa, che per affetto e comunanza d’origine riteniamo anche nostra, e siamoriusciti a presentarvi al mondo quali voi siete, non degeneri figli di magnanimi antenati, e degni di costituirvi in unica nazione sotto autonomo regime”.
In un  messaggio  del 25 aprile 1896 la S.N.A. ricordava ai fratelli dell’Albania il trattamento fraterno che avevano avuto gli Albanesi nel Mezzogiorno d’Italia dopo l’invasione turca del loro Paese ed esponeva gli scopi per cui la società s’era cosituita: gli stessi di quelli dei fratelli rimasti sotto il gioco turco.
In un altro messaggio del 1° maggio 1987 la Società accomunava le proprie alle proteste dei fratelli dell’altra sponda contro l’aspirazione della Grecia a impossessarsi dell’intero Epiro e si scagliava contro le mene dell’Austria-Ungheria, della Bulgaria e della Serbia, che – v’era detto – “vogliono spartirsi il resto delle nostre  terre”.
Nell’aprile del 1900 il C.N.A. di Roma spiegò in nuovo messaggio perché in Italia s’era costituita la S.N.A., riaffermò l’assoluta comunanza d’ideali con ifratelli dell’Albania e li assicurò che gli Italo-Albanesi avrebbero continuato a lottare per il trionfo della causa comune. Il 3 maggio 1900 interviene, con la sua alta parola, registrata da “L’Ora” di Palermo, F r a n c e s c o C r i s p i :
“L’Albania non è slava, è una nazionalità che ha una personalità propria, che ha lingua e usi a sé. Così essendo, si comprenderebbe che, accogliendo un lungo antico voto, si consentisse all’Albania di proclamare la propria indipendenza, ma sarebbe gravissimo errore incorporarla con i paesi slavi d’Europa . . . L’Albania ha in sé tutti gli elementi per essere Stato autonomo, meglio che non l’avessero Serbia e Bulgaria. Consentendole eguale autonomia di  governo, l’Europa compirebbe opera civile”.
L’interesse degli Italo-Albanesi per la loro terra d’origine diventa sempre più vivo man mano che gli avvenimenti precipitano nella penisola balcanica. Di fronte a ripetuti tentativi di smembramento dell’Albania, essi fanno quanto è in loropotere, dato il loro peso elettorale, perché l’Italia aiuti i loro fratelli nel nuovo concerto delle Potenze europee che deve decidere della sorte del “Paese delle aquile” e dei suoi confini:  un territorio che i rovesci militari della Turchia avevano aperto, indifeso, all’invasione da ogni parte: da nord dei Montenegrini che occuparono Scutari, da est dei Serbi che raggiunsero la costa fra S. Giovanni di Medua e Durazzo, da sud dei Greci.
Il 22 novembre 1912 si riunì a Valona un congresso di 83 notabili, che proclamò l’indipendenza dell’Albania e costituì un Governo provvisorio, dandone notizia alle Grandi Potenze.
Queste intervennero,inviando una flotta nelle acque di Antivari, Bar in Montenegro.
A una solenne manifestazione “per una grande Albania” del 27 gennaio 1913 intervennero  a Palermo non più i soli Italo-Albanesi e i loro simpatizzanti, ma Ministri Segretari di Stato e Sottosegretari di Stato in rappresentanza del Governo, Senatori del Regno e Deputati alParlamento, il Sindaco di Palermo, amministratori provinciali e locali, dirigenti di partiti politici e di libere associazioni e gran folla di popolo. Fu in quell’occasione votato un o,d.g., che per la sua importanza merita  d’essere qui riportato:

LA CITTADINANZA DI PALERMO,
RIUNITA IN SOLENNE COMIZIO PRO INDIPENDENZA ALBANESE
NEL POLITEAMA GARIBALDI,
SOTTO LA PRESIDENZA DEL PRIMO MAGISTRATO DELLA CITTA’,
IL SINDACO
ON. SEN. GIROLAMO DI MARTINO,
CON L’INTERVENTO DI TUTTE LE ASSOCIAZIONI
E L’ADESIONE DI TUTTI I PARTITI . . . ,
CONSIDERANDO
CHE E’ SOMMO INTERESSE DELL’ITALIA
LA CREAZIONE DI  UNO STATO ALBANESE  SOLIDO E FORTE . . . ,
CONSIDERANDO
CHE UN’ALBANIA SMEMBRATA E SPOGLIATA DELLE SUE REGIONI PIU’ FERTILI, NON POTENDO PROVVEDERE AL SUO SVILUPPO ECONOMICO E AL SUO PROGRESSO CIVILE E NON POTENDO MANTENERSI INDIPENDENTE E LIBERA DA OGNI INGERENZA STRANIERA SAREBBE INCAPACE DI ESERCITARE LA SUA MISSIONE DIEQUILIBRIO NEI  BALCANI E NELL’ADRIATICO CON GRAVISSIMO DANNO DELL’ITALIA,
CONSIDERANDO
CHE GLI ALLEATI BALCANICI CON LE STRAGI COMMESSE A DANNO DELLE INERMI POPOLAZIONI PROVANO LA LORO ASSOLUTA INCAPACITA’ DI ESERCITARE UNA MISSIONE VERAMENTE CIVILE E CHE LE LORO PRETESE SUL TERRITORIO ALBANESE SONO IN EVIDENTE CONTRASTO CON LA STORIA, LA GEOGRAFIA E SOPRATTUTTO CON I SUPREMI INTERESSI DELLE GRANDI POTENZE, E SPECIALMENTE DELL’ITALIA NOSTRA,
FA VOTI
CHE IL GOVERNO ITALIANO E LE ALTRE GRANDI POTENZE RICONOSCANO  IL PIENO DIRITTO CHE GLI ALBANESI HANNO SUI QUATTRO EX VILAYET OTTOMANI . . . DELIMITANDO I CONFINI DEL NUOVO STATO IN MANIERA CHE ESSO CORRISPONDA AI FINI SUPREMI . . .

Divenuta, allora, l’Italia  arbitra tra Francia e Gran Bretagna da un canto e Austria-Ungheria e Germania dall’altra, la sua voce non poteva più essere inascoltata nel concerto europeo: con la Conferenza di Londra  (30 maggio 1913) e colTrattato di Bucarest(10 agosto 1913) le sorti e l’assetto dell’Albania furono finalmente stabiliti: Stato indipendente e sovrano, seppure con frontiere che non erano naturali né razionali, Ne scrisse James Strachey Barnes, notissimo giornalista inglese (Half a life left, London 1937): “Erano il risultato di un compromesso fra la Russia – ostile alla creazione del nuovo Stato perché voleva che gli Albanesi venissero assorbiti interamente dai Serbi – e le ambizioni dell’Austria-Ungheria, che, rivaleggiando colla Russia per  il predominio nei Balcani, era sempre stata pronta a sostenere le aspirazioni di qualsiasi popolazione contraria allo slavismo. Lord Grey (allora Sir Edward Grey) aveva fatto da mediatore in una situazione così tesa, che facilmente avrebbe potuto anticipare di due anni lo scoppio della Grande Guerra. Egli ebbe invece la soddisfazione d’imbastire una pace temporanea, ma avrebbe posto meglio i fondamenti di una pace duratura, se, con i suoi consiglieri, avesse avuto più fede e piùcoraggio, una maggior conoscenza della geografia ed etnografia del paese, e quindi del problema di regolarne i confini, se non avesse avuto tanta angosciosa paura della Germania, cioè tanta premura d’ingraziarsi la Russia. Questa precauzione era perfettamente inutile, perché allo stato in cui si trovavano allora le cose, che ci ingraziassimo o no la Russia, era ovvio che, scoppiando una guerra fra le grandi potenze, essa sarebbe stata costretta ad entrarci, e ad entrarci contro la Germania. Infatti, la grande guerra fu anzitutto una lotta nei Balcani  fra Slavi e Teutoni. Prendendovi parte contro la Germania – e non si poteva fare diversamente – noi Inglesi dovevamo comunque tollerare la Russia e la Serbia barbare. Come contrappeso al privilegio di combattere al fianco della Francia e dell’Italia civili”.
Il resto è, purtroppo, ben noto.

 






2011-05-16


   
 

 

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