IL REGNO ARAGONESE E LA SUA LEGISLAZIONE
Il suo lascito alle Puglie e all’Albania.
 







Emilio BENVENUTO




Nella guerra combattuta tra Renato d’Angiò e Alfonso V d’Aragona per la successione nel regno di Napoli, dal primo preteso per testamento e dal secondo per adozione da parte della Regina Giovanna II, ultima sovrana della Casa angioina di Durazzo, arrise la fortuna alle armi aragonesi e Alfonso salì al trono nel 1442, succedendo così quello aragonese al dominio angioino durato 177 anni. Venne così ricomposta l’unità dei due Regni di Napoli e di Sicilia. Sebbene egli regnasse su molti Stati, Aragona, Valenza, Catalogna, Maiorca, Corsica, Sardegna, Sicilia e il Rossiglione e vantasse possessi feudali oltre Adriatico in Albania, pure in Napoli volle stabilire la propria regia residenza. Affinché, poi, il il ricomposto Regno delle due Sicille non venisse confuso con gli altri anzidetti, che erano ereditari e alla sua morte dovevano essere trasmessi al fratello Giovanni, non avendo egli figli legittimi, e poi da questi agli altri Re della Casa d’Aragona, ma rimanesse un Regno indipendente, nominò  in questo suo successore il figlio naturale Ferdinando d’Aragona (Ferrante I), cui accordò il privilegio della legittimazione. Con Bolla del 15 luglio 1443 Eugenio Pp. IV Condolmer (1437-47) conferì l’investitura di questo Regno al Re Alfonso per sé, i sui eredi maschi e femmine, “legittimi discendenti del suo corpo per linea retta”. L’Investitura era stata patteggiata con precedente trattato del giugno dello steso anno alle seguenti condizioni:
• conferma pontificia dell’adozione di Alfonso d’Aragona da parte della Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo;
• bolla pontificia di legittimazione di Ferdinando, figlio naturale di Alfonso;
• futura investitura di questi nel Regno;
• riconoscersi il Re vassallo e feudatario della Chiesa;
• corresponsione del Re alla S. Sede dell’annuo censo versatole dai Re angioini di 8.ooo once d’oro;
• prestazione da parte regia alla S. Sede d’un “buon nerbo di forze militari” nelle guerre che essa avesse dovuto combattere contro gli infedeli.
Il B a r o n i o  ritenne che questa investitura fosse stata fatta per tutto il Regno di qua e di là del Faro. Il G i a n n o n e oppose che la Bolla d’investitura e la formula del giuramento prestato da Alfonso al Pontefice nel 1445 si riferivano soltanto al Regno al di qua del Faro:
“Ego Alphonsus, Dei Gratia, Rex Siciliae, plenum homagium ligium et vassallagium faciens vobis domino meo Eugenio Papae IV et ecclesiae romanae pro regno Siciliae et tota terra ipsius, quae est citra Farum”.
Ma  l’entità  del  censo  (8.ooo  once  d’oro!)  menò  nel 1899 F r a n c e s c o   P e p e r e  a propendere per l’opinione del B a r o n i o. Niccolò Pp. V Parentuccelli (1447-55), succeduto a Eugenio Pp. IV, confermò con Bolla del 14 gennaio 1448 ad Alfonso la precedente investitura pontificia. Pio Pp. II Piccolomini (1458-64) rinnovò l’investitura del Regno a Ferrante nel primo anno del suo pontificato a condizione di sanare il debito nei confronti della Chiesa dei censi non pagati.
La costituzione politica aragonese corrispondeva al carattere della monarchia – similmente a quella durazzesca – assoluta, Ma il Regio Consiglio, che coadiuvava il Re nell’esercizio  della regia potestà non era più la Magna Curia normanno-sveva, palesatasi il migliore organo d’un governo assoluto, ma era divenuto un Consilium principis, a far parte del quale  gli Aragonesi amavano chiamare uomini insigni per nobiltà e sapere, forse per avere per segretari eminenti letterati, quali il Panormita, il Petrucci e il Pontano, che tennero quest’ufficio presso Alfonso I e Ferdinando I, Agli onori di grande ufficiale erano chiamati i maggiorenti dell’aristocrazia, che era tutta feudale. Ai principi del suo regno Alfonso convocò a Napoli un Parlamento Generale, composto di Baroni e Cavalieri, nel quale fu deliberato, tra le altre importanti cose, la contribuzione cui erano tenuti i cittadini pel mantenimento della forza pubblica, la concessione e la conservazione ai Baroni di privilegi e giurisdizione, l’assistenza ai poveri di un avvocato a spese del regio fisco. La detta contribuzione fu stabilita in un ducato per fuoco in luogo delle precedenti collette, per mantenere 100 uomini d’arme e 10 galee a guardia del Regno. E’ notevole che in questo Parlamento fu chiamato a sedere solamente il ceto  nobiliare e che anche in quelli che si aduneranno sotto i Viceré spagnoli mancherà la rappresentanza del terzo stato : argomento, questo, del minore rispetto della classe popolare e della maggiore potenza della feudalità e, simultaneamente, della men forte mano regia portata a controbilanciare questa potenza con quella del popolo.
Nel riordinamento del potere giudiziario spiccò principalmente l’opera civile degli Aragonesi, specificamente
nell’istituzione del Sacro Regio Consiglio e nella ricomposizione della Camera della Summaria. Con l’istituzione del primo si riordinò e unificò la giurisdizione in materia di appelli, perché, mentre prima questi si portavano dalla Gran Corte  del Giustiziere alla Curia Vicaria e viceversa e poi fossero entrambe riunite nella  Gran Corte della Vicaria, il S. R. Consiglio divenne il tribunale supremo degli appelli e dei ricorsi che si indirizzavano al Re contro le sentenze di detti tribunali. Disse lo storico e giureconsulto M i c h e l e  R i c c i o
“Alphonsus reddendi iuris adeo studiosis Consilium contituerit, quo omnes appellarent ea toto suo regno cui praeferit Episcopum Valentiae, qui postea Nicolao V successit et Callistus est appellatus, cumprius ad vicaria tribunal aliosque minores regni iudices  confugere cogerentur et inde ius petere”.
Si tratta qui di Alfonso Borgia [+ 6.8.1458], spagnolo, di Xativa, fatto Papa col nome di Calisto Pp. III, l’8 aprlle 1455, all’età di 78 anni, Era stato professore di diritto all’Università di Lerida, segretario del Re d’Aragona Akfonso V; aveva inoltre contribuito all’estinzione dello scisma in Spagna al tempo di Martino Pp. V Colonna (1417-31), che lo nominò vescovo di Valenza. Il già citato Eugenio Pp. IV Condolmer lo creò Cardinale.
Dopo di lui furono chiamati a presiedere il S. R. Consiglio Ferrante d’Aragona (il futuro Re Ferdinando I) col titolo di Luogotenente Generale del Re, e i primi Baroni del Regno. Era esso composto di Consiglieri dottori ”in utroque jure” e di Consiglieri militi assistenti: giuristi quindi  i primi, Baroni i secondi, perché esso era chiamato anche a esprimere il proprio parere sui maggiori affari dello Stato a tutela dei suoi interessi. I primi erano in numero di otto, poi crebbero a dieci; i Baroni erano solo due.  Posteriormente Carlo V, con diploma del 1533, aderendo al voto dei cittadini, lo divise ib due Rote, ciascuna di cinque Consiglieri, per una più pronta spedizione degli affari, che erano venuti crescendo; fu successivamente composto di tre Rote, aumentate a quattro con rescritto di Filippo II del 1597. L’unità delle dette Sacrae Neapolitnae Rotae in un solo Sacro Regio Consiglio era impersonata dall’unico Reggente di questo, mentre a ciascuna Rota era proposto un proprio Reggente. Il S. R. Consiglio fu anche chiamato Consiglio di S. Chiara, perché esso ebbe sede per alcun tempo nel chiostro napoletano di questo nome. Va precisato che Alfonso d’Aragona costituì il Sacro Regio Consiglio come tribunale supremo di tutti i suoi Stati, perché a esso – dice una sua Carta del 1474 -  “decrevimus omnes causas regnorum nostrorum caciduorum et regni nostri Siciliane ultra pharum esse mittendas”. La doppia sentenza conforme  costituiva il giudicato: “Postquam duae a S. R. Consilio conformes sententiae promulgatae fuere utas perpetuam, et hactenus in regno observatum est, silentium imponendum esse declarmus” (Prag. 3, de off. S. R. C.).
Veniva  dopo il Sacro Regio Consiglio, in dignità, la Camera della Summaria, istituita dagli Angioini e riformata dagli Aragonesi, i quali le conferirono la duplice giurisdizione sul regio demanio e sui feudi, Per effetto della prima si estendeva la sua competenza su tutte le materie relative al fisco e al demanio: tributi, dogane, imposte personali, redditi dello Stato, vie, porti, miniere, castelli, approvvigionamenti militari. Per effetto della seconda, conosceva di tutte le materie attinenti al diritto feudale: investiture, successioni feudali, etc. Era composta da cinque giudici, da un avvocato fiscale, da un procuratore e dal Camerario, o suo Luogotenente, che vi presiedeva i cinque giudici, chiamati ancora Presidenti della Regia Camera, perché prima la Curia Summaria era denominata Regia Audientia e Regi Uditori, o Presidenti della Regia Camera, erano detti i giudici. Per l’incremento delle suddette materie, Filippo II, con diploma del 1596 ampliò in due Rote la Regia Camera della Sommaria, cui fu pure aggregato il corpo dei 12 Maestri Ragionieri, reggenti il Tribunale della Regia Zecca, e addetti alla Ragioneria dello Stato, che completava, naturalmente, il supremo tribunale preposto alla tutela delle finanze del Regno.
La legislazione aragonese  si fondò sul diritto romano, il longobardo, le consuetudini, le costituzioni normanne e sveve, i capitoli angioini, le pragmatiche, le grazie e i privilegi emanati dai suoi sovrani, Di queste due ultime fonti molte sono andate disperse. Delle più importanti pragmatiche che si conoscano di Alfonso il Magnanimo notevoli sono quelle che riguardano la tutela dei possessori di fondi acquistati prima del suo regno e la costituzione dei censi secondo la bolla di Niccolò Pp. V Parentuccelli. Delle leggi di Ferrante Ile  più importanti sono quelle repressive dell’usura e degli abusi dei Baroni nel pretendere dai vassalli adiuvàri non dovuti, quelle con cui, per contrastare la costatata facilità del delinquere, odinava che si procedesse d’ufficio contro ogni misfatto, anche senza querela della parte lesa (obbligatorietà dell’azione penale), e quelle che  stabilivano il modo della stima dei beni soggetti a pagamenti fiscali, che prescrivevano l’osservanza delle competenze giudiziarie, che vietavano di dar ricetto a delinquenti.
Lo studio del diritto romano  fu in gran fiore in questo periodo del sec. XV, che fu detto l’epoca della colta giurisprudenza, la quale ebbe i suoi più insigni cultori nel Napoletano: Giannantonio Carafa; Antonio d’Alessandro, che accrebbe la fama della R. Università degli Studi di Napoli; Paris de Piero, chiamato il “dottor napoletano”; Andrea Mariconda e  Niccolò Toppi, In quest’epoca la diffusione della cultura romanistica eliminò gradatamente l’uso e l’autorità del diritto longobardo.
Grazie e privilegi erano concessi a enti giuridici. Alle maggiori città del Regno furono concessi privilegi e. tra questi, a Napoli alcuni che conferivano maggior lustro e consentivano a quella Università di favorire l’incremento degli studi. Alla feudalità furono concessi ugualmente privilegi che ne accrescevano gli utili e il potere.
Questa feudalità presentò nel Regno aragonese l’alternarsi della somma potenza e di un forte repressione subita. Acquistò la prima per effetto del privilegio concesso da Alfonso ai grandi feudatari, del mero  e  misto imperio. Il primo comportava lo jus gladii, cioè  la potestà giurisdizionale in materia penale, appartenente essenzialmente alla sovranità. La concessione di questo privilegio fu detta dal giureconsulto d e F r a n c h i s “profanazione dell’impero”, perché era la maggiore delle sottrazioni ai poteri della sovranità fatta a favore della feudalità. I precedenti principi, che avevano introdotto la feudalità nel Mezzogiorno d’Italia s’erano fermati al baiulato nella concessione della potestà giudiziaria ai Baroni e si erano verso questi dimostrati saldi propugnatori delle regalie. Saliti i Baroni a grande potenza sotto Alfonso d’Aragona, miravano ad accrescerla ancora di più e quindi a indebolire la potenza regia per usurparne la maggior parte. Da qui la Congiura dei Baroni descritta da C a m i l l o   P o r z i o  e l’atroce vendetta che Ferrante I, coadiuvato dal figlio Alfonso II, Duca di Calabria, ne fece: venuti quei Baroni in loro potere, essi li fecero giudicare dalla Corte dei Pari (de Pares Curia), secondo le consuetudini del Regno, con tragico esito.
Non furono tali le condizioni, però, dei grandi e piccoli feudi concessi da Alfonso I e Ferdinando I a principi e duci albanesi in Italia: quello garganico di Monte S. Angelo e S. Giovanni Rotondo, attribuito da Alfonso al Principe della Lega Albanese Giorgio Castriota Skanderbeg, commutato da Ferdinando in favore del figlio di questi, Giovanni, nella Contea si S. Pietro di Galatina in Terra d’Otranto, e quelli attribuiti dallo stesso Ferrante al duce Demetrio Reres e i suoi figli nelle Calabrie. Al “ligium homagium” e al giuramento prestato dai nuovi vassalli al sovrano aragonese si accompagnava implicitamene la tradizionale “besa” del diritto consuetudinario albanese, mai da nessun albanese violata: sacro limite questo che avrebbe impedito – e in effetti mai consentì - ai nuovi feudatari di travalicare i confini dei concessi privilegi e di meditar di minare a proprio vantaggio la potestà sovrana. Esemplari furono la lezione in tal senso impartita da Giorgio Castriota Skandrbeg all’arrogante Principe di Taranto e il comportamento dei Reres nei confronti dei  ribelli Baroni calabresi.
Ferrante I d’Aragona emulò Lorenzo de’ Medici  nel fare onore ai grandi letterati che vissero al suo tempo e volle tenere in grazia sua. Alla sua Corte ne fiorì un’eletta schiera dai bei  nomi di Gabriele d’Altilio, Antonello Petrucci, Gioviano Pontano, Jacopo Sannazzaro e Lorenzo Valla. Lo stesso sovrano attendeva allo studio delle lettere, come fanno fede le sue epistole  e le sue orazioni.
Nei possedimenti d’Albania non s’ebbero condizioni  parimente felici a causa della spietata interminabile guerra condotta dai Turchi contro la fiera disperata resistenza albanese all’aggressione. Vi si introdusse il diritto feudale aragonese, ma non arretrò d’un sol passo il diritto consuetudinario albanese, che valse a mitigarne, se non ad eliminarne del tutto, gli errori.






2011-04-04


   
 

 

© copyright arteecarte 2002 - all rights reserved - Privacy e Cookies