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Le vicende della fondazione di comunità albanesi in Capitanata e in terra d’Otranto non possono essere perfettamente interpretate senza la conoscenza del quadro storico in cui si svolsero: la grande guerra d’indipendenza, condotta in quell’epoca dal popolo albanese contro l’invasore ottomano e che caratterizza la storia dell’Albania nel corso del sec. XV. Ma questa stessa lotta, sotto i suoi molteplici aspetti, di cui quello militare è solo uno degli elementi, nonché l’intero secolo nel suo significato di periodo-chiave, non possono essere ben compresi se non vengono ricollegati alla condizione precedente del popolo albanese e parimenti a quella in cui esso venne a trovarsi nei secoli che seguirono. Il territorio dell’Albania attuale si estende sull’antica terra di cultura abitata da parecchi millenni dai diretti antenati dell’odierno popolo schipetaro, quegli stessi Illiri che colonizzarono il Veneto, il Piceno e le Puglie. All’incrocio delle grandi vie di comunicazione del mondo antico, della circolazione dei beni materiali, nonché degli eserciti e delle idee, queste terre e i loro abitanti furono partecipi delle più importanti correnti e dei più notevoli progressi sociali e culturali, come pure dei grandi eventi politici dell’antichità. Non è superfluo rilevare che precisamente sui territori dell’Illiria meridionale, che corrispondono sulle due sponde opposte dell’Adriatico alle terre popolate dagli Albanesi a est e dai Pugliesi a ovest, gli scavi archeologici hanno permesso di evidenziare l’esistenza d’una vita urbana ben sviluppata, caratterizzata da una ricca circolazione monetaria, testimonianza di una evoluta economia mercantile, una interessante architettura e un’originale cultura artistica, che hanno potuto essere elaborate, secondo il proprio genio, dagli elementi della cultura mediterranea convergenti sul loro suolo. Là si estendeva il potente Stato illirico, avente come centro S c o d r a, contro cui Roma intraprese tre campagne durante i ss. III-II a.C., qui pullulavano Jàpigi Dauni, Peuceti e Messapi ed emergevano A r p i e C a n u s i u m , seconde solo alla dorica Taranto per numero d’abitanti! Fu soltanto quando infine tutte queste terre illiriche caddero in suo dominio che Roma poté aprirsi la via verso l’Oriente e sino al Danubio. Le ricerche archeologiche sono riuscite a mettere in luce una realtà sepolta sotto i secoli. I linguisti hanno scoperto i legami glottologici esistenti tra il messapico e l’albanese. Tutta una serie di nomi di antiche località dei Balcani occidentali e delle Puglie si spiegano precisamente attraverso l’albanese attuale. Gli etnografi, d’altra parte, rilevano antichissimi elementi illirici sempre vivi nei motivi ornamentali e nella mitologia popolare degli attuali montanari albanesi e garganici. Ma gli Albanesi odierni hanno ancora un altro punto in comune con i loro antenati e confratelli Illiri: la resistenza accanita, caparbia, opposta all’azione assimilatrice dell’occupante, fosse questo greco, romano o bizantino e via dicendo. La storiografia contemporanea ha la tendenza a vedere, altresì, nella storia antica di questi Illiri, un fenomeno di i n t e g r a z i o n e (concezione molto in voga al giorno d’oggi) e invoca a sostegno di questa tesi la successione di Imperatori romani e bizantini di origine illirica. In realtà, se gli Illiri sono il solo popolo antico d’Europa che, pur trovandosi alle porte di Roma e di Bisanzio, sia riuscito a sfuggire all’azione unificatrice di questi due Imperi e costituirsi in Nazioni moderne e in Stati distinti, ciò non è dovuto al “benefico” effetto dell’integrazione nel quadro universale di questi Imperi, ma è piuttosto il risultato della loro resistenza e del loro proprio sviluppo. La lotta fra la via dell’integrazione in un’unità imperiale e quella della disintegrazione, fra il principio universalistico e quello particolaristico, è un fenomeno costantemente presente nella storia dei popoli dall’antichità fino al Medio Evo e anche più tardi. Ciò era dovuto a una circostanza che avrebbe influito su tutto il corso della loro storia, al fatto che i loro territori furono spesso teatro di scontro fra i grandi Stati dell’epoca, dell’Oriente e dell’Occidente. Questa circostanza fu determinante non solo per il raggruppamento delle forze politiche, ma anche per l’irradiamento delle correnti culturali dall’Italia alla penisola balcanica, all’Albania. Essa portò altresì al consolidamento economico e politico delle locali classi dirigenti, frenando nel contempo il processo di cristallizzazione di una cultura nazionale. Questo stato di cose fu all’origine dell’instabilità politica dell’Albania medioevale. Incluse nell’Impero Bizantino, al pari della R e g i o I I A p u l i a e t C a la b r i a augustea, le terre albanesi divennero per Bisanzio motivo di conflitto prima con gli Zar bulgari dei ss. IX-X, quindi con i Kralj serbi e infine con i Normanni, gli Svevi e gli Angioini dell’Italia meridionale nei ss. XII-XIV. Basti ricordare che la principale città albanese e nel tempo stesso una delle più importanti dell’Adriatico, D u r a z z o, cambiò di mano piùdi 30 volte nel corso di questi secoli. Ma l’Albania del Medio Evo non era soltanto una regione di frontiere politiche e geografiche; vi si verificava inoltre uno scontro delle varie istituzioni giuridiche, sociali ed ecclesiastiche e, con esse, delle varie lingue di cultura. Le istituzioni feudali di tipo bizantino vi coesistevano con quelle comunali e feudali di tipo pugliese, introdotte nel Paese dalla dominazione angioina e con una società contadina caratterizzata da una democrazia di stile patriarcale. Rapidamente, sin dal sec. XI, il Cattolicesimo romano, avanguardia militante e politica dell’Occidente in Capitanata e in Terra di Bari, si propagava in Terra d’Otranto e in Albania, ove l’ortodossia bizantina era ancora preponderante. In seguito allo scisma, che funestò dal 1054 al 1965 la Cristianità, si alternarono in Albania periodicamente le due liturgie romana e bizantina. Un fondo di paganesimo conservava, tuttavia, profonde radici fra il popolo. Gli strati dirigenti locali, ancora impotenti a far fronte alle forti pressioni esterne, sono costretti a dividere il potere con i loro sovrani stranieri. Però, in un ambito più vasto, alcuni Baroni trovano un campo d’azione più propizio allo spiegamento delle loro forze sino allora soffocate nei limiti relativamente ristretti del loro Paese. Feudatari e alti dignitari bizantini, Conti e Baroni vassalli degli Angioini, ricalcavano sempre più il loro modo di vita su quello dei loro sovrani, adottando titoli, armi e costumi bizantini o pugliesi e traendo da Costantinopoli o dalle Puglie i loro modelli architettonici (gli stili bizantino, romanico e gotico), pittorici e letterari. Ma sotto queste apparenze cosmopolite si distinguevano molto nettamente le caratteristiche locali, che erano il riflesso delle fondamenta popolari della cultura albanese e che influenzavano il retaggio storico e le condizioni sociali proprie del Paese. Contemporaneamente al nemocanone bizantino, le terre albanesi conoscevano ugualmente un diritto consuetudinario di concezione arcaica, sostegno degli strati plebei contro la nobiltà, che li sfruttava sempre di più e cercava di distruggere le libere comunità contadine. A fianco della pittura monumentale, delle icone e della musica liturgica, rigorosamente canoniche, fioriva un’arte popolare, spontanea e vigorosa: giuoco libero e armonioso dei colori nei costumi, forme particolari nelle arti applicate e suoni e movimenti originali nel canto e nella “valle”. Di pari passo con la letteratura agiografica delle cronache si diffondeva una letteratura “orale”, alimentata dall’esperienza quotidiana, dagli eventi storici e dalla mitologia. Forando l’involucro delle lingue culturali universali, che erano allora la greca e la latina, l’albanese emerse nel sec. XIV, a volte trascritto con l’alfabeto greco, a volte con quello latino. Così, sotto la superficie variopinta delle varie correnti e influenze, che operavano dall’esterno, comportando il pericolo d’uno sviluppo divergente, agirono dall’interno – e in modo decisivo – alcuni fattori che favorirono processi convergenti e impedirono la disintegrazione della nazione albanese medioevale. Poggiando su una comunità etnico-linguistica illirica, , su un patrimonio spirituale che si esprimeva nella sua cultura popolare, su un territorio comune e distinto da quello della nazioni vicine, questo raggruppamento etnico, già molto antico ai tempi di Alessandro il Molosso e Pirro, conseguì, al pari di quelli delle nazioni vicine, un importante sviluppo sociale, economico e culturale che, nonostante tutte le difficoltà degli anni bui del Medio Evo, finì per portate al suo consolidamento politico. Nell’antico mondo greco-latino e nel nuovo mondo slavo, al tempo predominanti nel Sud e nel Sud Est dell’Europa, si affermò nuovamente e in qualità di fattore importante il popolo albanese. Rafforzatasi economicamente e politicamente, l’aristocrazia albanese. detentrice di vasti domini e signora di floride città, pretese ora di esercitare un potere totale su questi suoi feudi, senza alcun potere di intervento o controllo da parte del sovrano. Potentemente sostenuta dagli strati popolari, i quali vedevano in questi sovrani stranieri e nel loro apparato militare e amministrativo il proprio principale avversario, una grande Casa feudale del Paese – i Progon – fondò, all’inizio del sec. XIII, nelle condizioni venutesi a creare con la IV Crociata, il primo Stato medioevale albanese. Il Principato di Arberia venne presto coinvolto neigrandi conflitti dell’epoca, nella lotta che si svolse allora, per la successione a Bisanzio, tra gli Angioini di Napoli, il Regno Serbo e Venezia. Gli strati dirigenti albanesi cercarono di far fronte alle difficoltà, attenendosi a una politica accorta ed elastica, che, se da un lato era sintomo della loro debolezza, permetteva a essi dall’altro di affrancarsi dalle pericolose pressioni cui erano sottoposti e di rafforzare la loro posizione,nella speranza di poter vincere infine tale instabilità e affermare il loro dominio, completo e indipendente, sul Paese. Nella seconda metà del sec. XIV, la via era aperta al libero sviluppo di tre Principati albanesi, che si costituirono sulle rovine dell’Impero bizantino, dello Stato serbo e dell’effimero Regno angioino in Albania. Comprendendo i principali centri urbani di Berati, Durazzo, Scutari e Valona, nel pieno sviluppo della loro economia monetaria e mercantile, questi Principati segnarono un’importantissima tappa nella storia politica, economica e sociale dell’Albania. Grazie a un’accorta politica, conducendo un’incessante lotta contro i suoi rivali, Balsha II, signore del più potente Principato di Scutari, riuscì negli anni 1370-80 a riunire in un solo Stato la maggior parte delle terre albanesi, cui erano comuni lingua, costumi, rapporti culturali e politici: l’Arberia. La tendenza oggettiva alla formazione d’una monarchia unificatrice, che si manifestò nella seconda metà del sec. XIV, con i conflitti che contrapposero i signori albanesi, si affermò in condizioni che dovevano rivelarsi fatali per il Paese: quelle che si vennero a creare con l’invasione ottomana. Approfittando della difficile situazione dei signori albanesi, impotenti a fronteggiarla, la potente Repubblica mercantile di S. Marco intensificò la sua politica di conquista delle principali città rivierasche d’Albania, per sventare il pericolo di rimaner confinata nell’Adriatico. La pressione ottomana, sommata a quella di Venezia, distrusse in gran parte ciò che era stato realizzato: il Paese conobbe nuovamente il frazionamento del potere politico. Nei 99 anni pieni di incursioni devastatrici e dure campagne militari, trascorsi dalla prima apparizione di invasori ottomani nei porti albanesi nel 1380 alla instaurazione della dominazione turca nel biennio 1478-79, l’azione dei due belligeranti trasformò l’infelice Paese in terra bruciata. I saccheggi su vasta scala, grazie ai quali gli Ottomani si assicuravano le risorse necessarie, erano parte di un piano sistematico per terrorizzare e indurre il popolo albanese alla definitiva sottomissione. I ceti popolari, in ispecie i contadini, furono i più colpiti, non solo nei loro averi, ma anche nelle persone: le loro donne stuprate o catturate per essere vendute come schiave nei mercati turchi; i loro figli rapiti o consegnati come imposto tributo di sangue per rinfoltire le file dei giannizzeri; i loro vecchi trucidati; essi stessi asserviti a odiosi padroni. In tali circostanze, il conflitto tra le masse contadine albanesi immiserite e i nuovi feudatari ottomani, presentava non solo il carattere di una fiera opposizione all’invasore, straniero per lingua, per costumi, per religione, ma assunse l’aspetto di una vera e propria lotta di classe.
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