ALFONSO IL MAGNANIMO E LE PUGLIE

 







di Emilio BENVENUTO




Quando nel 1458 successe ad Alfonso d’Aragona sul trono napoletano il figlio Ferdinando, contro il quale mosse guerra il pretendente francese Renato d’Angiò, appoggiato da molti feudatari ribelli pugliesi e calabresi, le cose volgevano male per il sovrano aragonese. In suo aiuto accorse l’eroe nazionale albanese Giorgio Castriota Skanderbeg, Barone di Monte S. Angelo e S. Giovanni Rotondo.
Il comportamento da lui tenuto in questa occasione può considerarsi come l’espressione della più caratteristica delle nobili qualità del popolo albanese, la fedeltà alla parola data (bese). Due lettere scritte in italiano da Skanderbeg, una diretta al Principe di Taranto e l’altra allo stesso Re Ferdinando lo testimoniano.  Appena ebbe notizia della rivolta dei Baroni e della cattiva piega che prendevano le cose per il figlio dell’amico Alfonso, Skanderbeg gli fece sapere che si teneva a sua disposizione e nel settembre del 1460 spedì infatti in suo soccorso un primo contingente di armati albanesi in Capitanata.
Questo intervento provocò il risentimento del più forte dei feudatari ribelli, Giovanni Antonio Orsini, Principe di Taranto, il quale, il 10 ottobre 1460 scrisse all’eroe albanese una lettera, fatta di lusinghe e di minacce, per distorglierlo dal continuare ad appoggiare la causa aragonese e indurlo a schierarsi invece con Renato d’Angiò.
A questa lettera Skanderbeg rispose punto per punto in tono reciso e troncante. Il Principe di Taranto aveva fatto appello alla di lui saggezza e prudenza. Il leale albanese rispose opponendogli la legge del dovere e la sua gratitudine imperitura verso “quello santo ed immortale Re di Aragona del quale io né nullo de li miei vassalli ne potemo ricordare senza lacrime . . .
“Ve respondemo che . . . non ve dovete meravigliare de questo perché ve dovete ricordare che li consegli  subsidia et favori et sancte opere de quello angelico Re forono quelle che sollevarono e defesono me et mei vassalli da le oppressione et crudele mane dei Turchi inimici nostri et de la fede Cattolica . . .
“ Havendo ricevuto uno tanto beneficio de Soa Maestà non  poteria jo né li  miei vassalli mancare a suo figliolo senza diminuzione et infamia de perfidia et de grandissima ingratitudine . . .” 
Ma  qual fu in realtà questo sovrano per essere oggetto di tante lodi del famoso capo della Lega dei Principi d’Albania?
Prima a scoprirne le doti fu Giovanna II d’Angio che, nel non felice stato di cose in cui  versava il Regno di Napoli, adottò Alfonso d’Aragona per figlio, assegnandogli il Castel dell’Uovo e le due province delle Calabrie a titolo di Ducato, come Principe Ereditario. Inoltre Giovanna assloldò Braccio, che era allora il maggior Capitano  di ventura in Italia, cui oltre al soldo dovette dare l’investitura dei  feudi dell’Aquila e di Capua. Subito venne costui  con 3.ooo cavalieri, sconfisse
l’esercito dello Sforza, che gli ostacolava il passo, e giunse a Napoli.
Venne quindi anche Alfonso e fece l’entrata in  Napoli con magnifico apparato nel 1421. La Regina lo ricevette nel Castel Nuovo con grande affetto e allegrezza. Ma un occulto dolore la macerava. Memore di quanto era avvenuto al Coppiere Pandolfello Alopo, temeva per il Siniscalco Sergio Caracciolo, detto Ser Gianni, eppure con artificiosa prudenza ella seppe tutto nascondere e dissimulare. Seguirono poi dei combattimenti con  Luigi III di Francia e riuscì ad Alfonso, anche per il  favore del Papa, di ricuperare molte località del Regno da quello occupate.
Si godevano in Napoli tranquillità e calma, ma fu essa  ben presto attossicata dai dissidi insorti tra la Regina e Alfonso. Ser Gianni aveva gettato nella mente di lei il verme del sospetto e il timore che il figlio adottivo le divenisse ingrato, spogliandola del Regno e della libertà, contro i patti dell’adozione. Tali paure s’ingigantirono, allorché si vide che Alfonso consentica che gli si rendesse omaggio dalle Terre occupate nelle Puglie e dai Baroni della Capitanata venuti a visitarlo. La Regina, soverchiamente intimorita da questi atti di  mera cortesia. rimase guardinga nei confronti di Alfonso e se ne allontanò. Non volle più risiedere più con lui nel Castel Nuovo, ma rimase tutta sola in Castel Capuano, ove furono rare le visite di Alfonso, anche perché fredda era l’accoglienza.
Questi si avvide di tale cambiamento e ben comprese che causa di ciò era Ser Gianni. Dubitò che da costui si ordisse una trama e nel 1423 lo fece incarcerare. Immediatamente dopo si recò dalla Regina, ma questa, maggiormente insospettita. fece chiudere le porte di Castel Captano e non volle riceverlo. Ne derivarono confusione e disordine tra Aragonesi e Napoletani.
Nella costernazione in cui si vedeva, parve alla Regina miglior consiglio il chiamare lo Sforza da Benevento per liberarla, dicendosi prigioniera di Alfonso, il che non era vero. Venne lo Sforza, sconfisse l’esercito di Alfonso che gli opponeva resistenza e lo assediò nel Castel Nuovo.  Visitò la Regina che con cordiale effusione lo chiamò suo liberatore, riportò in città la calma, vi lasciò a presidiarla parte delle sue milizie, anche per continuare l’assedio di Castel Nuovo, e se ne partì.
Giunse allora a Napoli il Capitano Caldora con un’armata navale in soccorso di Alfonso e le truppe sbarcatene s’azzuffarono dentro la città con quelle dello Sforza. Avvertitone, costui vi ritornò, prese la Regina e la mise al sicuro prima a Nola, poi ad Aversa, poiché Napoli, resa edotta dei fatti, propendeva ormai per Alfonso.
Giovanna, allora, su consiglio dello Sforza, revocò nello stesso anno 1423, motivandola “per ingratitudine”, causale notoriamente falsa, l’adozione di Alfonso e ne fece un’altra a beneficio del suo antico nemico Luigi d’Angiò: fatale adozione, che servì solo a perpetuare i travagli del Regno di Napoli e a trascinare in
una  sciagurata guerra la nostra Capitanata! Chiamò Luiigi e fece rimpatriare tutti gli esuli Angioini, restituendo loro tutto ciò che essi avevano perduto.  Ma per riavere il suo caro Ser Gianni, che Alfonso tratteneva tuttavia in prigione, dovette dargli in iscambio tutti i prigionieri Catalani e Aragonesi,  Ifra i quali v’erano ben nove illustri e valenti Capitani. Ser Gianni  approvò l’adozione di Luigi, che era in Roma, ove essa fu perfezionata da nuovi patti e specialmente che dovesse avere a solo titolo onorifico il nome di Re, ma in effetti non fosse che soltanto Duca di Calabria, il che fu confermato da Martino Pp. V, il quale spiegò un’aperta propensione per Luigi contro Alfonso, che riteneva segreto sostenitore del partito di Benedetto XIII. 
Si riunirono dunque con tale adozione i due rami, il durazzesco e il carlista, di Casa d’Angiò, che rivendicò a sé, raddoppiati, diitti e titoli. Quindi essendo essi così trasferiti ai Re di Francia, ciò cagionò tante ostinate guerre, che per tale doppio vincolo i due Luigi, Carlo VIII e Francesco I mossero contro gli Aragonesi, gli Spagnoli e gli Austriaci e che per più secoli afflissero l’Europa e desolarono le nostre ridenti e belle regioni.
Il Papa mandò Luigi Colonna con le sue genti in soccorso di Giovanna e indusse il Visconti, Duca di Milano, a unirsi a lui a tal scopo; costui venne presto a Napoli con il suo esercito. Intanto Alfonso, dovendo recarsi in Spagna, lasciava il fratello Don Pedro quale suo Luogotenente a Napoli. Ma tante forze fecero ben presto ricuperare a Giovanna e Luigi la città, che il Caldora rese loro. Braccio, poi, che era rimasto solo col suo esercito nel Regno, fu sconfitto in battaglia presso Celano e vi perdette la vita. Anche lo Sforza morì, annegato nel guadare il fiume Pescara. Suo figlio Francesco, Conte di Tricarico, prese il comando, ma, morto anche costui, nel 1425 la S. Sede ricuperò gli Stati usurpatile e Ser Gianni acquistò la città e il Principato di Capua, che erano di Braccio. Il Castel Nuovo invece non fu preso e rimase per 11 anni in possesso di Alfonso.
Ser Gianni,  inebriato per la prospera fortuna, era divenuto incontenibile. Pretese per sé anche il Principato di Salerno e il Ducato di Amalfi, tolti ai Colonna di Roma. Fu questa la prima volta che la Regina gli oppose un rifiuto e gli negò la grazia domandata: la vecchiaia aveva cominciato a intiepidire in lei il bollore dell’amore per lui. Ser Gianni  ne fu così adirato, che rivolse alla sovrana villane ingiurie ed essa, stupita e addolorata, ne pianse. La Duchessa di Sessa, parente di Giovanna e occulta nemica di Ser Gianni. colse il momento per aizzarla contro di lui e ottenne l’ordine di farlo arrestare; gli altri signori suoi nemici, congiurati contro di lui, lo ammazzarono, col pretesto di sua resistenza armata opposta agli esecutori dell’ordine della Regina. Giovanna, benché dolentissima della di lui morte, ne ordinò tuttavia la confisca dei
beni, come ribelle, e concesse l’indulto ai congiurati.
Alfonso, avuta notizia della morte di Ser Gianni, nel 1430, concepì la speranza di riacquistare la grazia della Regina e di essere confermato nell’adozione. Tentarono una mediazione la Duchessa di Sessa e il marito, ma non ebbe felice esito. Alfonso concordò una tregua decennale e tornò in Sicilia.
Nel 1433 il Re Luigi sposò Margherita, figlia del Duca di Savoia, e la condusse seco in Calabria.  Ma nell’anno seguente Luigi, ammalatosi, morì senza lasciar prole. Giovanna lo seguì poco dopo, nello stesso anno 1434, in età di 65 anni. Non aveva essa figli legittimi né naturali, avendo sempre fatto uso di fimedi per impedirne la procreazione. Fu sepolta nella Chiesa della SS. Annunziata, in una tomba di semplice struttura, per suo espresso  comando. Nel suo testamento lasciò erede Renato d’Angiò, fratello del Re Luigi, e ordinò che 16 Baroni, tra i suoi Consiglieri, governassero il Regno fino alla venuta del detto Renato. Con Giovanna si estinse la stirpe degli Angioini di Napoli, che aveva regnato 160 anni.
Renato d’Angiò si trovava prigioniero del Duca di Borgogna, in Francia, quando ebbe notizia del testamento di Giovanna. Sebbene prima fosse stato liberato dalla prigionia con promessa di ritornarvi, essendo infatti fedelmente tornato, il Duca lo ripose in carcere e ve lo ritenne più strettamente. In ciò entrambi caddero in eccessi: Renato nella troppa buona fede, il Duca in una sleale scortesia. Fu quindi necessario mandare la di lui moglie Isabella, come Vicaria, a prendere possesso del Regno, governato interinalmente dagli esecutori testamentari.
Intanto, alla notizia della morte di Giovanna, Alfonso d’Aragona si affrettò a tornare da Messina e riprendere la guerra, anche perché si diceva non essere stato di libera volontà di Giovanna quel suo testamento. Assediò Gaeta e nelle acque di Ponza venne a battaglia coi Genovesi, sollecitati dal Duca di Milano. Alfonso fu vinto e fu talmente danneggiata la sua  flotta, che vi fu fatto prigioniero insieme col Re di Navarra, col Principe di Taranto, col Duca di Sessa e molti altri Baroni e Cavalieri.  Appena a stento colla sua nave si salvò suo fratello Don Pedro. Ma il Duca di Milano fu in tale circostanza veramente magnanimo. Liberò Alfonso e tutti i prigionieri e concluse anzi con lui una Lega contro gli Angioini, che fino ad allora aveva difeso. Il diverso aspetto degli interessi milanesi, a lui fatto presente, gli aveva fatto cambiare determinazione. Gli era stato fatto rilevare infatti che era suo interesse avere in Italia gli Aragonesi, piuttosto che i Francesi, e che, occupandosi Napoli da Renato, ciò avrebbe spinto il Re di Francia a impossessarsi dello Stato.
Giunse Isabella a Gaeta nel 1935, quindi si recò a Napoli, ove fu ricevuta con giubilo e le fu reso omaggio da quasi tutti i Baroni (se ne astennero, infatti, i Pugliesi). Assumendo il governo del Regno in nome del marito, si acquistò con i suoiprimi provvedimenti la benevolenza di tutti. Ma la fortuna volse presto, nell’anno seguente, i n favore di Alfonso.
Nel 1436 il corso degli eventi mutò infatti radicalmente. Gaeta fu conquisatata inopinatamente da Don Pedro d’Aragona, perché alcuni Gaetani gli si arresero a causa di una pestilenza, che aveva cagionato la morte del Governatore angioino e aveva fatto scappare dalla città i più facoltosi dei cittadini. Isabella d’Angiò chiese aiuto al Papa Eugenio e lo ottenne: questi le mandò 6.ooo tra cavalieri e fanti. Contemporaneamente i Genovesi ne mandarono altrettanti contro Alfonso d’Aragona e il Duca di Milano suo alleato.         
Renato d’Angiò fu nel 1438 liberato finalmente dalla sua prigionia e venne a Napoli. Accolto con indicibili applausi, disbrigate appena le cerimonie di etichetta, si recò col Caldora negli Abruzzi e ridusse all’obbedienza Sulmona, con tutte le  terre della provincia ulteriore. Alfonso venne ad accamparsi sotto le mura di Napoli con 15.ooo uomini. La  città, con l’aiuto dei Genovesi, di difese validamente e in quell’assedio morì  Don Pedro. Renato presto accorse e riuscì ad avere la resa di Castel Nuovo, che per 11 anni era stato mantenuto da Alfonso. Ma questi, nel 1939, possedeva ormai tre quarti del Regno. Conquistò poco dopo Salerno, che diede all’Orsini, Conte di Nola. Lo stesso avvenne di Acerra e Aversa, che, inalberata la bandiera d’Alfonso, a lui si arresero nel 1441.
Le forze di Renato si indebolivano di giorno in giorno. Il figlio del Caldora, che dopo la morte del genitore ne aveva preso il comando, si diede con tutte le sue genti ad Alfonso, per far dispetto a Renato, il quale lo aveva fatto mettere in prigione, donde era stato liberato dai suoi soldati, mossisi in tumulto. In quello stesso tempo la flotta di Alfonso catturò una nave, che dalla Francia portava a Renato 80.ooo fiorini: ciò fu causa del suo maggiore indebolimento e di rinforzo dell’avversario. Quindi Alfonso si decise a dare l’assalto alla capitale, che da tempo teneva così strettamente  bloccata che nessun genere di vettovaglie, nemmeno un filo d’erba, vi entrava.
Un capomastro muratore, tale Aniello Ferraro, mosso a disperazione per l’intollerabile fame che si soffriva nella città, si presentò ad Alfonso e e gli rivelò il segreto per poter prendere la città senza rischio per i suoi, facendoli introdurre in essa attraverso un acquedotto sotterraneo; si offrì di giudarli in questo cammino. Piacque il progetto e gli fu promessa una lauta ricompensa; si studiò qundi il modo di imitare Belisario, il quale nove secoli prima con lo stesso mezzo aveva conquistato la città.
Alfonso scelse 200 dei migliori soldati, al comando di Diomede Carafa e Matteo di Gennaro ed essi, guidati da Aniello Ferraro, a mezzanotte del 2 gennaio 1442 sceero in un pozzo presso Casa Nova. Dal fondo di questo passarono  in uno spazioso acquedotto, il quale, dopo lungo cammino ediramazioni, sfociava in un altro pozzo di una casa dentro la città presso S. Sofia, abitata da un sarto, tale Mario Zitello. Allo straordinario  rumore la famiglia Zitello si destò; la madre e la figlia del sarto, che vedevano salire dal pozzo spaventosi ceffi di soldati si misero a urlare: l’una credeva che fossero ladri, l’altra spettri, Il sarto voleva gridare per chiedere soccorso. Si impose a tutti, con minaccia di morte, il silenzio. Tutti i soldati vennero così fuori dal pozzo e uscirono in strada.
Ben guardinghi, raggiungono Porta Capuana e Porta Nolana, ne uccidono le guardie, le spalancano, montano sulle mura e danno il concordato segnale ad Alfonso, accampato su Poggio Reale, il quale entra in città con il grosso delle sue truppe e, malgrado qualche resistenza di pattuglie francesi, se ne impadronisce. Gli Aragonesi vincitori fanno strage di tutti i nemici che incontrano e cominciano a dare il sacco alle case. Ma Alfonso, subito salito a cavallo, irrompe fra loro e fa cessare la strage e il saccheggio, ordinando ai suoi l’immediata restituzione agli abitanti di ciò che era stato loro rubato.
Renato, più confuso che sbigottito, non sapendo dove più accorrere, colla spada alla mano si fece strada fino a Castel Nuovo; di là, imbarcatosi con i suoi su un naviglio genovese giunse a Porto Pisano, donde si recò a Firenze. Colà trovò il Pontefice, che gli conferì l’ormai inutile tardiva investitura e gli promise che avrebbe provveduto, contraendo una nuova Lega, a fargli ricuperare il Regno. Ma Renato, stanco di vane parole, preferì tornarsene in Francia. Erano decorsi 167 anni dalla conquista di Carlo d’Angiò.
lfonso, V di Aragona e I di Napoli, rimase quindi in pacifico possesso del Regno di Napoli, del quale fu 18° sovrano, così come già lo era della Sicilia, sul cui trono era succeduto insieme con quello degli Stati di Spagna, quale figlio di Re Giovanni, nel 1416.
Questo grande Re, a ragione detto “il Magnanimo”, sebbene possedesse altrove tanti Regni, pur volle fare di Napoli la sua residenza e si sentì e comportò da sovrano italiano. A tale predilezione contribuì anche il legame con la sua amatissima Lucrezia di Alagno. Era costei la figlia di un gentiluomo napoletano, la quale seppe talmente entrare nelle grazie del Re, che questi nutrì per lei un’ardente passione. Voleva sposarla, ma non potendolo, perché gia coniugato con la sorella del Re di  astiglia, tentò ogni mezzo per ripudiare costei.  Giunse fino a sollecitare vivamente il Pontefice per ottenerne la dispensa “super rato”. Non avendola ottenuta, si accontentò di far piovere su Lucrezia e la di lei famiglia le sue grazie reali. Fece ascrivere quella di Alagno tra le prime famiglie del Sedile di Nilo, un di lei fratello fu nominato Conte di Borrello e Gran Cancelliere, un altro fu nominato Conte di Bocchianico.
Il Regno di Napoli mai si vide in tanta floridezza e splendore quanto sotto Alfonso. Vi istituì un Tribunale Supremo di Appellazione, nonsolo per le province napoletane, ma anche per tutti gli altri suoi vastissimi domìni. Vi introdusse una nuova nobiltà spagnola e nuovi costumi e istituti.
Questo Tribunale Supremo fu denominato “Sacro Consiglio”. Ebbe origine da molte suppliche indirizzate al Re contro i decreti della G. Corte, che non erano sottoposti ad alcun magistrato d’appello. Vi era quindi bisogno di chi avesse consigliato il Re sulla giustizia, o infondatezza, di quelle petizioni. Sebbene fosse poi divenuto un mero Tribunale, senza che il Re ci avesse alcuna diretta ingerenza, si continuò il costume d’introdurre le cause non coll’ordinario libello, ma con una supplica al Re, su cui decretava il Presidente del Tribunale, Poiché fra i vari luoghi ebbe più lungamente sede nel Monastero di S. Chiara, fino all’anno 1540, fu detto “Consiglio di S. Chiara”. Fu composto dei migliori magistrati del Regno, insigni per nobiltà e dottrina. Primo Presidente ne fu il figlio dello stesso Alfonso e poi ne furono Presidenti anche i figli degli altri Re successori. Questo Tribunale divenne così celebre che le sue decisioni, raccolte da vari scrittori di cose giuridiche, ebbero grande autorità pure nei Fori  stranieri e molto influirono sulla formazione del diritto inglese.
Cultore egli stesso di zootecnia, Alfonso, dopo aver attentamente studiato la questione ed esaminato lo stato delle cose, modellandola sul sistema consuetudinario spagnolo, volle provvedere alla disciplina della antichissima e sempre ingente transumanza invernale di armenti, greggi e mandrie dai due Abruzzi e dal Contado di Molise nel Tavoliere di Puglia e viceversa estiva dalle tre Puglie al Contado di Molise e ai due Abruzzi. Pertanto, istituì, con sede in Foggia, città a lui fedelissima e capoluogo di quel Tavoliere, la “Regia Dogana della Mena delle Pecore in Puglia”, cui presiedeva un Governatore, e con giurisdizione molto più estesa di quanto dicesse il suo nome e uffici subalterni dall’Abruzzo ultra alla Calabria citra e dal Principato citra e l’alta Baslicata all’Adriatico. Suo intento era infatti quello di riorganizzare e potenziare nelle regioni a ciò più idonee del Regno l’allevamento dei bovini, degli equini e, soprattutto degli ovini. Provvide pertanto alla reintegrazione degli antichi tratturi e favorì l’industria e il commercio caseari e lanieri. Per l’esame delle cause d’ogni natura, riguardanti i “locati”, istituì in Foggia un apposito Tribunale doganale, con giurisdizione esclusiva e amplissima. Proprietari di pascoli, locati, allevatori e pastori godettero di un loro “privilegium fori”.
E’ stato detto che,  a cagione delle sue molte liberalità, Alfonso d’Aragona  impoverì il Regio Erario e si trovò presto nella necessità di addivenire a nuove imposizioni. Si dimentica, però, che fu egli a riordinare e migliorare il Tribunale della R. Camera e introdurre un nuovo metodo di esazione delle imposte per mezzo della numerazione dei capi di famiglia, ossia dei cosiddetti “fuochi”.Stabilì dapprima il pagamento del focatico in carlini 10, poi 15, per ogni fuoco, dando però a ciascuno in compenso un tomolo di sale. Furono i suoi successori ad accrescere tale somma iniziale, senza somministrare più sale, anzi  a vendere a Baroni e sudditi, in gran parte, queste e altre entrate della Corona, con maggior gravame dei costi d’esazione, per i contribuenti.
Alfonso rese il Regno assai più popolato da Baroni e titolati.  Ma fu ben strano il concedere loro il “mero e misto imperio”, ossia la totale giurisdizione civile e criminale, ai Baroni nei loro feudi. Prima di lui questa non era stata concessa che molto di rado a qualche benemerito Barone in premio di eminenti virtù, o di un segnalato servizio, che lo aveva reso particolarmente caro al Re. Il baronaggio  aveva solo la bassa giurisdizione, per sedare le liti e le discordie fra gli abitanti dei feudi, per mezzo dei Camerlenghi, Ma Alfonso, il quale era rimasto privo di fondi, per la sua irrefrenabile liberalità, profuse tale suprema regalia, che era la più bella gemma della Corona. Cominciò quindi l’uso di aggiungere nelle investiture dei feudi la concessione del “mero e misto imperio” e delle attribuzibuzioni previste dalle quattro “Lettere Arbitrarie”, ossia dei quattro capitoli scritti a m0’ di epistole dal Re Roberto  d’Angiò, con le quali si concedeva ai giudici la facoltà arbitrale di procedere in materia di delitti in ogni tempo, usando clemenza, o rigore, secondo le circostanze, e poter assolvere, o condannare, senza ritualità, col rigore delle leggi. Cosiffatta giurisdizione baronale, di mantenne, sebbene più affievolita e ristretta, fino all’emanazione della Lg. 2.8.1805. Poi  la Lg. 11.12.1816, confermando la precedente, abolì del tutto ogni feudalità nel Regno delle Due Sicilie, né più fu ai Baroni restituita.
In un Parlamento Generale tenutosi a Napoli Alfonso concesse molti privilegi e grazie alle città di Napoli, l’Aquila. Sulmona, Foggia e  altre ancora dell’intero Regno. Lo stesso continuarono a fare i suoi successori, specie in caso di donativi o di imposizione di nuove contribuzioni. Tali grazie e privilegi sono registrati fra le leggi napoletane  conservateci nell’Archivio di Stato di Napoli.
In questo Parlamento fu dichiarato il diritto di successione al trono napoletano di Ferrante (Ferdinando) I, suo figlio naturale, cui Alfonso aveva già spedito il privilegio di legittimazione, dichiarandolo capace a succedergli, particolarmente nel Regno di  Napoli. Quindi fu da tutti i parlamentari questo Principe proclamato “Duca di Calabria” e “Principe Successore del Regno” e gli fu prestato il giuramento di omaggio e fedeltà da Terre e Baroni: fra questi, da Giorgio Castrista Skanderbeg, Capo della Lega dei Principi d’Albania e Barone di Monte S. Angelo e S. Giovanni Rotondo. Questa dichiarazione venne nello stesso anno approvata e confermata da Eugenio Pp. IV, sebbene fino ad allora egli fosse stato in discordia conAlfonso e avesse parteggiato per Renato d’Angiò. Anzi, il Papa assolse Alfonso I d’Aragona dalle scomuniche fulminategli e gli concesse l’investitura del Regno di Napoli per sé e i suoi discendenti e confermò l’adozione e l’arrogazione fattegli a suo tempo da Giovanna II d’Angiò. Tutto ciò fu, senza possibilità di  equivoci, stabilito in 10 articoli d’un Trattato di pace. Succeduto poi sul trono pontificio Nicolò Pp. V, questi confermò ad Alfonso quanto gli aveva concesso Papa Eugenio.
Stabilita la pace col Pontefice, si preoccupò Alfonso di assicurare ancor più solidamente la successione del Regno nella persona del detto Duca di Calabria, del che egli fortemente temeva, non vedendolo molto gradito dalla popolazione, a causa della di lui natura superba e della sua nota furberia, Quindi stimò buon partito che s’imparentasse con famiglie cospicue e potenti. Gli diede perciò in moglie la Contessa di Copertino, nipote del Principe di Taranto, e, oltre a ciò diede Lionora, sua figlia naturale, in sposa al figlio del Duca di Sessa, assegnandole in dote il Principato di Rossano e il Contado di Montalto.  Così credette di rafforzare la sua discendenza  con questi potenti parentadi.
Dopo di ciò volle Alfonso, nel 1445,  ricuperare le Marche, non per sé, ma per farle ritornare nel dominio della Chiesa. Allestito un forte esercito, con truppe abruzzesi, molisane e pugliesi, lo guidò egli stesso, combattè con valore, vinse e consegnò al Pontefice tutto quanto aveva conquistato. Dopo questa felice spedizione, volendo consolidare la pace generale dell’Italia, mandò considerevoli aiuti al Duca di Milano, perché potesse opporre valida resistenza ai Fiorentini e ai Genovesi. Pel suo intervento la tranquillità fu ristabilita nella penisola ed egli acquistò tanta gloria che tutte le Potenze d’Italia lo richiesero formalmente per Protettore,
Succeduto nel 1451 nell’Impero di Germania il Duca Federico d’Austtria, questi sposò Eleonora, nipote di Alfonso. Gli imperiali sposi vollero recarsi a Napoli. Giuntivi da Manfredonia, furono accolti da Re Alfonso con straordinaria pompa e magnificenza. Fra i divertimenti che furono per loro apprestati vi fu quello della caccia presso il Lago di Agnano. Il fastoso padiglione imperiale vi era  adornato da tre  artistiche fontane, dalle quali scorrevano preziosi vini, invece di acqua, in abbondanza tale  da poter essere gustati da 70.ooo persone ivi accorse allo spettacolo dato in onore degli ospiti. La festa fu così pomposa che Gioviano Pontano nel “De Magnificentia” scrisse: “Io non so, se in genere di magnificenza ha giammai il Sole veduto una cosa più magnifica”. Fece il Re dono agli sposi imperiali  di 12 bellissimi cavalli bianchi, di una carrozza con quattro ruote dorate e di una lettiga ricamata con gemme e perle. Per la ricorrenza Alfonso fece bandire che i mercanti della città dessero gratuitamente ai familiari dell’Imperatore qualunque merce desiderassero fino alla sommadi 100 ducati e che, su loro fattura, il Regio Tesoro avrebbe provveduto al saldo.
Alfonso godette, negli ultimi anni di vita, di pace e tranquillità. Non distratto da cure esterne, si occupò soltanto del benessere del Regno. Adornò Napoli con belle e utili opere pubbliche: splendidi edifici, l’ingrandimento del Molo Grande, la Gran Sala di Castel Nuovo, fortezze e torri, l’ampliamento dell’Arsenale e della grotta che conduce a Pozzuoli. Abbellì Foggia, Lucera e Manfredonia, Bari e Trani, Brindisi, Gallipoli, Lecce, Otranto e Taranto e altre città delle Puglie e del Regno. Emanò molte savie leggi e prammatiche, oggi conservate nell’Archivio di Stato di Napoli. Fu uomo di lettere, studiosissimo dei classici latini, amante delle arti e assiduo protettore degli studiosi, Non è nostro proposito di farne il panegirico. Ha provveduto a ciò Giorgio Castriota Skanderbeg, suo compagno di lotte e devotissimo amico.
Giunto al 64° anno d’età, una febbre violenta l’assalì d’imprrovviso e lo estinse il 27 giugno 1458. Non avendo avuto figli dalla Regina sua moglie, lasciò nel suo testamento eredi:
1)del Regno d’Aragona, suo fratello Giovanni, Re di Navarra;
2)del Regno di Sicilia, lo stesso suo germano Giovanni;
3)del Regno di Napoli, Ferdinando (Ferrante I), Duca di Calabria, figlio   
naturale legittimato.
Pochi momenti prima di morire,  chiama a sé Ferdinando, lo ammonì di conferire pubblici uffici ai soli sudditi napoletani, mai a Spagnoli, o altri stranieri, di moderare le imposizioni, di coltivare la pace, di tenersi sempre amici i Pontefici: egli ben conosceva l’importanza di queste sane massime, frutto dell’esperienza, la migliore maestra di vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 






2011-02-02


   
 

 

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