SUI PASSI DI S. CELESTINO Pp. V
SULLE VIE DELLA TRANSUMANZA DAL GRAN SASSO ALL’INCORONATA DI FOGGIA
 







di Emilio BENVENUTO




Un culto comune dall’Abruzzo aquilano al Tavoliere di Puglia per S. Pier Celestino da Morrone.
1.- Il gruppo montuoso del Gran Sasso domina con la sua imponenza il territorio dell’Abruzzo ultra, incorniciando borghi, città e preziose gemme d’arte, recentemente, purtroppo, funestati da un tremendo terremoto e dal successivo sciame sismico, ma ancor più  dai risibili ripari a tale iattura seguiti: un territorio ancora oggi tutto da esplorare, particolarmente caro al Ven. Giovanni Paolo Pp. II, al quale sono intitolati una cima e un sentiero del Gran Sasso. Egli amava ritirarvisi in meditazione nella piccola chiesa di S. Pietro della Ienca.
Così, questa terra montuosa ha accolto, nel tempo, due personalità fondamentali nella storia della spiritualità cristiana, entrambe ascese al soglio pontificio: ben prima del Ven. Giovanni Paolo II – e non sappiamo dire, dati gli eventi,  se in tempo più o meno triste del contemporaneo –  S. Celestino Pp. V.
Il primitivo nucleo della città dell’Aquila, oggi disastrata dal suddetto sisma, è sorto sul colle Acquili, per iniziativa degli abitanti dei castelli della valle dell’Aterno, che trovarono conveniente aggregarsi in un solo centro per garantire meglio la loro difesa. Ufficialmente riconosciuta come Città  da  Corrado IV nel 1254 e poi distrutta da Manfredi nel 1259, perché dichiaratasi fedele alla Santa Sede, venne fatta riedificare  nel 1266, perché città guelfa, da Carlo I d’Angiò.
Fu suddivisa, nella riedificazione, in tanti rioni quanti erano i castelli suoi fondatori, ognuno di essi con la propria chiesa, piazza e fontana, successivamente raggruppati in quattro quartieri (due per l’ex contado di Forcona e agli altri due per l’ex contado di  Amiterno) con chiese capo-quartiere.
L’Aquila prima del  sisma che l’ha disastrata offriva un ventaglio di opportunità turistiche, attività culturali, rievocazioni storiche, manifestazioni religiose, tutte sopportate da una buona ricettività.  Numerose le opere d’arte, splendide le chiese, pregevoli i palazzi signorili, tantissime le fontane: fra queste, singolare quella detta “delle 99 cannelle”.  Edificata essa nella sua parte originale nel 1272, contava solo 15 cannelle, che andarono aumentando di numero nel corso dei secoli.
Senza dubbio, il risorto capoluogo  abruzzese continuerà a sentirsi onorato di legare il proprio nome a una delle personalità più importanti della storia della Chiesa e della religiosità italiana: Pietro da Morrone,  al secolo Pietro Angeleri, nato a S. Angelo Limonano, nel Contado di Molise, nel 1210. Alla figura di quest’uomo straordinario si deve l’edificazione del monumento più importante della città dell’Aquila, la Basilica di Collemaggio. Secondo la tradizione venne fondata a seguito dell’apparizione  della B. Vergine all’eremita Pietro, il quale volle  costruire una chiesa a lei dedicata. Il 29 agosto 1294, proprio in quel luogo verrà incoronato Papa col nome di Celestino V. In quell’occasione egli concesse, con la cosiddetta “Bolla del Perdono”  l’indulgenza plenaria a quanti nei successivi anni e in quel particolare giorno, si fossero recati nella Basilica con spirito penitenziale. Nacque così quella che oggi nella città dell’Aquila è vissuta come la “Perdonanza”, un’importante ricorrenza spirituale e civile. 
La Basilica rispecchiava la semplicità  e austerità del suo fondatore. Nei secoli aveva subito numerose contaminazioni, che furono eliminate con un attento restauro che riportò alla luce gli imponenti pilastri, la semplice copertura lignea e  il pavimento di pietre bianche e rosse. Sotto l’abside il monumento funebre di S. Celestino Pp. V ne  conteneva le spoglie mortali, trasferitevi nel 1327, dopo la canonizzazione del 1313.
L’esterno era caratterizzato da una impostazione orizzontale, da tre rosoni finemente realizzati e da tre imponenti portali. Sul fianco sinistro della chiesa, dalla “Porta Santa” (la sola oltre quella di S,Pietro a Roma) Pietro da Morrone entrò per essere incoronato Papa.
L’Aquila non ha però dimenticato un’altra grande personalità della Chiesa, S. Bernardino da Siena, che vi morì nel 1444 nel Convento di S. Francesco, dove era venuto a predicare. Fu l’abruzzese Giovanni da Capestrano a volerlo elevato all’onore degli altari. Fu  poi eretta in sua memoria una chiesa dall’impianto quattrocentesco, riccamente decorata sia  all’interno che all’esterno.  Il Mausoleo del Santo vi fu costruito tra la fine del ‘400 e gli inizi del ‘500 da Silvestro dell’Aquila e il monogramma bernardiniano posto al centro del prezioso soffitto ligneo fu intagliato da Ferdinando Mosca, di Pescocostanzo, dopo il terremoto del 1703.
2.- La mancanza di bassi pascoli invernali negli Abruzzi  ultra e citra  e nel Contado di Molise e di alti pascoli estivi nelle Puglie determinò il passaggio, o “transumanza”, di greggi dagli Abruzzi e dal Molise nel Tavoliere di Puglia e viceversa. In genere si lasciavano le montagne dal Gran Sasso alla Maiella a settembre e la pianura dauna un mese o poco più dopo Pasqua. Quando queste transumanze erano in pieno sviluppo i passaggi si effettuavano sulle strade armentizie, o “tratturi”, larghi m. 111, con uno sviluppo totale di km. 3.ooo, il principale dei quali era quello che dall’ Aquila raggiungeva Foggia. Il nome “tratturi” derivava dalla “trattoria”, sorta di privilegio che dai tempi di Teodosio e  Giustiniano disciplinava i pubblici pascoli, riordinati, sull’esempio della “mesa” catalana, dall’aragonese Alfonso il Magnanimo con l’istituzione della “R. Dogana della mena delle pecore in Puglia”,  con sede a Foggia.  Con l’appoderamento di vaste plaghe della Capitanata e la bonifica integrale del territorio, i pascoli naturali permanenti del territorio sono oggi
molto ridotti, ma oltre un milione e mezzo di capi ovini della “razza gentile di Puglia”, migliorata con incroci di “merinos”, continua a frequentarli.
3.- Sul tratturo dall’Aquila a Foggia è S u l m o n a, città di antiche origini, uno dei tre “municipia” del territorio dei Peligni, che ancora conserva importanti tracce della sua struttura urbanistica romana. Raggiunse il suo maggiore splendore in epoca sveva allorché l’illuminata politica di Federico II le conferì il primato regionale coll’istituzione del Giustizierato d’Abruzzo, di una cattedra di diritto canonico e di una delle sette fiere annuali del Regno. Simbolo dell’epoca è l’acquedotto medioevale, realizzato nel 1256, le cui imponenti arcate ogivali ancora oggi incorniciano la vasta Piazza Maggiore.
Patria del grande poeta latino Publio Ovidio Nasone (43 a.C.) e in sua memoria gemellata con Costanza (Romania), ove questi morì (17 d.C.),  di Innocenzo Pp. VII e di molti letterati e altri illustri uomini di cultura, Sulmona è anche ricca di tradizioni artigiane e si è distinta per la raffinata produzione orafa e la pregiata lavorazione di confetti.  Il centro storico è ricco  di importanti palazzi, antiche porte, fontane e chiese, tra cui spicca la Basilica Cattedrale di S. Panfilo, patrono della città. Il nucleo originario risale al sec. VIII; successive ricostruzioni ne hanno arricchito l’insieme. Del periodo romanico sono il piccolo portale a sinistra dell’edificio, l’esterno delle absidi, il doppio colonnato della navata centrale e la suggestiva cripta, mentre il portale principale è del 1391. Pietro da Morrone volle celebrare qui Messa prima di intraprendere il viaggio che lo avrebbe portato all’incoronazione pontificia.
Di elevato valore religioso, storico e atistico è il complesso della SS. Annunziata, fondato dalla Confraternita dei Compenitenti nel 1320 ed edificato su una “domus” del sec. I a.C. Nell’articolata facciata dell’antico ospedale e della chiesa quattro secoli d’arte si susseguono e congiungono armonicamente. Dal centro storico di Sulmona è visibile il monte Morrone, alle cui pendici sono gli imponenti resti del  Santuario di Ercole Curìno, d’epoca romana. Fra’ Pietro, ordinato Sacerdote a Roma, si ritirò sulla Maiella, ove fondò la chiesa di Santo Spirito. I suoi seguaci aumentarono considerevolmente e perciò egli istituì una Congregazione nell’ambito della famiglia benedettina. Di questa Congregazione Celestina ottenne il riconoscimento pontificio da Gregorio Pp. X nella sua visita a Lione nel 1274 nel percorrere la Via Francigena. Pietro da Morrone aveva già edificato nel 1259 un complesso più grande nella Badia di Sulmona, che chiamò “Santo Spirito del Morrone”. Il complesso fu costruito su una antica chiesetta di S. Maria e divenne la sede generale dell’Ordine dei Celestini. La fama di santità di Celestino Pp. V  si estese già durante la sua vita negli Abruzzi, Contado di Molise, Lazio e Puglie. Dopo la sua morte, avvenuta nella Rocca di Fumone il 19 maggio 1296, Clemente Pp. V lo santificò nel 1313 col nome di S.Pietro del Morrone. Successivamente l’Ordine monastico celestiniano ebbe una consistente espansione in Europa.
Nell’ampio complesso absidale sorge la chiesa barocca, al cui interno è conservata la splendida Cappella Caldora, impreziosita da un ciclo di affreschi di notevole livello, e dall’artistico monumento funerario che D. Rita Cantelmo commissionò, per sé e per i figli nel 1412 allo scultore Gualtiero d’Alemagna.
A mezza costa dello stesso massiccio montuoso, a circa m. 600 di altitudine, sorge l’Eremo di S. Onofrio, che domina l’ampia conca di Sulmona. Qui S. Celestino  trascorse lunghi periodi di ascesi e meditazione e ricevette nel 1294 l’annuncio della sua elezione al soglio pontificio; qui tornò per breve tempo dopo il “gran rifiuto”.
Caratterizzato dalla sua originale e suggestiva collocazione nella roccia, l’eremo conserva, oltre alla piccola chiesa con affreschi quattrocenteschi, il nucleo abitativo originario del romitorio: l’oratorio con affreschi attribuiti al “Magister Gentilis”, contemporaneo dell’Angeleri, la celletta di Pietro e quella di Roberto da Salle. Nella cappella, su un altarino di pietra è scolpito un rozzo Crocifisso che, secondo la tradizione, fu consacrato da S. Celestino Pp.V durante la sua sosta a Sulmona dopo l’incoronazione pontificia.
Al di sotto della chiesa una piccola grotta, in cui S. Celestino si ritirava in preghiera, suggerisce il profondo rapporto di Pietro con la montagna e il senso di sacro di questi luoghi, rimasto intatto nei secoli.
4.- Pure Castelvecchio Subequo e Acciano sono luoghi in cui è documentato il passaggio di S. Celestino Pp. V. Caratteristici sono i loro centri storici con chiese, palazzi e antiche porte.  A Castelvecchio Subequo, S. Celestino, accolto da una gran folla e da Tommaso da Celano, il celebre biografo del Poverello d’Assisi, dimorò nel Convento di S. Francesco e un giovane paralitico fu miracolato al suo passaggio. Al convento furono estese le stesse indulgenze della Basilica di Collemaggio. Ad Acciano, invece, nella chiesa della Madonna della Trinità, S. Celestino compì il miracolo di guarire un infermo dall’epilessia.
S. Pier Celestino al Santuario dell’Incoronata.
5.- Il  tratturo  Aquila- Foggia  scende   dall’Abruzzo  ultra all’Abruzzo citra  e,  attraversato  il  Molise,  entra  in  Capitanata.  Un  bellissimo panorama  si  estende  dalla  Maiella  al  Gargano.  Giunge  poi  a  S .   S e v e rr o, grosso centro agricolo e commerciale, noto specialmente per i suoi vini. D’origine medioevale, S. Severo ebbe fortuna sotto i Normanni ed era già nel sec. XII un mercato fiorente. Fu possesso della Badia benedettina di Torremaggiore
e dei Templari. Il Palazzo di Città, in Piazza Municipio, era Convento o dei  Celestini nel 1734.
6.- Al termine del tratturo è F o g g i a, capoluogo della Capitanata, distesa nel centro del Tavoliere. Solo dal sec. Xi si ha notizia del centro abitato di Foggia,  il cui nome deriva verosimilmente nedal luogo basso, di soli m. 70 s.l.m. (“fovea”) in cui  sorse, nell’agro di Arpi.
Arpi fu la più grande città della Daunia. La leggenda ne attribuì la fondazione a  Diomede; la sua alleanza coi Romani  fu decisiva per la vittoria di questi  sui Sanniti.  Dopo la battaglia di Canne, Arpi si arrese ad Annibale, che vi svernò nel 215 a.C.; nel 213 fu riconquistata da  Q. . Fabio o Massimo, ma dopo d’allora la sua importanza gradualmente decadde, fino alla definitiva rovina.
Foggia, la “nuova  Arpi”, crebbe a rapida fortuna sotto gli Svevi: Federicoo  II vi eresse la sua residenza imperiale. Venne favorita pure dagli Angioini e ancor più dagli Aragonesi; coll’istituzione della “R. Dogana della mena delle pecore in Puglia” (1447), Foggia acquistò un’importanza economica grandissima per il bestiame transumante dagli Abruzzi e dal Molise ai pascoli del suo agro e del Tavoliere. Frequenatissimo  da “locati” e pastori era il suo Santuario  dell’Incoronata.
Scriveva Francesco o Gentile  [Il Santuario dell’Incoronata, Foggia, Cappetta, 1927-51, pag. 13]:
“Secondo un’antica e costante tradizione, in sul principio del sec. XI, nell’ultimo sabato del mese di aprile, fissato da  quel tempo quale giorno festivo anniversario, si rinvenne la statua [della B. Vergine Maria Incoronata] nel bosco [detto poi appunto dell’Incoronata] presso Foggia, sopra una quercia, ove tuttora si venera Ed ecco come: “Uno dei Signori, che governavano allora le Puglie, ebbe un sogno misterioso; gli sembrò di vedere un daino di bellissime forme, che fuggiva fra i cespugli d’una selva, seguito da fasci di luce. Il sogno si tradusse nella realtà, perché quel signore, spinto più da una voce interna, che dalla curiosità, si recò presto a caccia nel bosco presso il fiume Cervaro, ed ivi scorse una luce abbagliante. Sbigottito dinanzi a tale splendore, cadde genuflesso ai piedi di una quercia, donde esso splendore proveniva, ed intese una voce che gli disse: ‘ Io sono, o figliuolo, la Madre di Dio, e voglio che mi sia qui eretta una cappella per essere venerata dai fedeli, ai quali impetrerò da Dio tante grazie ’.
“Sparve la luce, e sull’albero si vide la statua della Vergine Incoronata. Subito dopo giunse a quel posto un contadino che pascolava i bovi, i quali, avvicinandosi alla quercia si piegarono in adorazione. Il contadino, che denominatvasi ‘ Strazzacappa ’ prese una caldaietta, vi versò dell’olio, e, sospesala ad un ramo a guisa di lampada, l’accese in onore della Madonna. Quell’olio durò mirabilmente per molti anni, senza che se ne rifondesse altro. Il Signore fece ivi edificare una cappella, che tuttora esiste, al di sotto al maggiore altare”.
Ci si domanda, giustamente,  chi fosse questo Signore pugliese. Giovannii  Raho (1655), Matteo  Romano (1688), P. . Serafino  da   Montorio O.O.M. (1712), Giovanni  RRossi /(1741), Matteo  Fraccacreta (1828),  Nicolò Borrelli (1839), Bonaventura  Gargiulo (1899), Luigi i Manzi (1902), lo stesso Francescoo  Gentile (1927) e Alfredo  Petti (1931) dicono essere stato un Guevara, Conte di Ariano, o di Bovino, o di entrambi, cadendo in manifesto errore, che P. P. Giovanni  De  Meo, dell’Opera di Don  Orione [L’Incoronata di Foggia, Foggia, Ed. Santuario dell’Incoronata, 1975, pp. 59 s.],] ha esaurientemente corretto: la famiglia comitale, poi ducale, dei Guevara giunse, infatti, in Italia con gli Aragonesi nel sec. XV, mentre è certo che il Santuario dell’Incoronata già esisteva nel 1140; l’attribuzione a un Guevara del ritrovamento della miracolosa statua “sarebbe stata fatta  a scopo adulatorio per esaltare la nobile famiglia di Bovino, che nel sec. XV molto  contribuì ad abbellire ed arricchire il santuario che già esisteva” da oltre tre secoli.
La piccola Cappella, che il nobile  cacciatore fece erigere nel luogo della miracolosa apparizione, era ancora sotto l’altare maggiore dell’edicola del vecchio Ssantuario. Infatti, nel piano inferiore c’era la cripta con la Cappella  dell’Apparizione e anche nel Santuario nuovo, necessitato dall’irrimediabile stato di degrado e dalla minacciosa instabilità dell’antico, si ebbe cura di ricostruirla. Le proporzioni, rispettate gelosamente, sono di circa m. 6 x 3 (mq. 18). E’ da supporre che vi vivesse accanto un anacoreta, né potrebbe scartarsi l’ipotesi che tale fosse divenuto lo stesso ‘ Strazzacappa ’ [De  Meo, o.c., pag. 73].
Primi custodi dell’Incoronata furono i Basiliani, monaci dell’Ordine di S. . Basilio (+ 1.1.979), dal quale ebbero la Regola, che viene oggi osservata da quasi tutti i religiosi della Chiesa greca. I monaci erano divisi in tre classi: la prima era di quelli che senza voti vivevano ovunque avessero voluto; la seconda, di quelli che vivevano in monasteri; la terza, degli eremiti e di coloro che che mai uscivano dai monasteri, salmeggiavano in coro, si astenevano dalle carni e celebravano nel rito greco, con pane fermentato. Quelli presenti nelle Puglie (Capitanata, Terra di Bari e Terra d’Otranto) e nelle Calabrie (citra e ultra) erano uniti alla Chiesa cattolica.
Quando S. . Guglielmo  da  Vercelli (+ 1142), prese nebel 1140 possesso dell’Incoronata vi trovò una chiesa e un  convento, da loro abbandonati. Piemontese, dopo un pellegrinaggio a S. . Giacomo o di  Galizia S. . Guglielmo si era ritirato a vita eremitica nel Mezzogiorno, tra Nola e Benevento, fondandovi poi una cCongregazione, detta, dal luogo di fondazione, di Montee  Vergine (1119), che fu poi  incorporata nell’Ordine
benedettino.
La controversia, causata dall’ingerenza del Monastero di Montevergine nella sfera degli interessi del Convento dell’IIncoronata, portò a un allontanamento sempre più accentuato tra i due monasteri sino a giungere a una definitiva rottura dei loro rapporti, allorché i monaci dell’Incoronata passarono in blocco ai Cistercensi per così sottrarsi alla giurisdizione di Montevergine [De Meo, o.c., pp. 79 s.].
I Cistercensi riconoscevano per loro istitutore S. . Bernardo, Abate di Chiaravalle e Padre della Chiesa (1091-1153): l’Ordine non era altro che una riforma introdotta in quello di S. BS. Benedetto e fu approvato nel 1152 da Eugenio  Pp. . III. Un bene immenso venne alla Chiesa e alla società civile da questi religiosi, principalmente dati ai lavori della terra, al miglioramento dei campi e alla loro irrigazione. Dalla presenza cistercense l’iIncoronata non poté che trarre vantaggio.
7.- All’Incoronata di Foggia, divenuta uno dei più famosi santuari della Cristianità occidentale e tappa obbligata del pellegrinaggio di Santi, Pontefici, Imperatori, Re, prelati, signori e gran folla di popolo ai Santuari di S. S. Michele  Arcangelo e S. . Nicola  di  Bari, fu anche S. . CelestinCelestino Pp. Vo Pp. V.
Morto, il 4 aprile 1292, Nicolò  Pp. . IV, la sede pontificia rimase vacante per due anni e tre mesi, poi il pontificato passò a Pietro  da Morrone, o Pietro o Angeleri  da  Morrone (Isernia), il quale, solo dopo incessanti preghiere, acconsentì a lasciare, settantenne, il romitaggio dove aveva vissuto santamente i suoi giorni. Su un asinello, guidato dai Re di Sicilia e d’Ui Ungheria, giunse all’’Aquila, dove  si fece consacrare, il 5 luglio 1294,  rifuggendo da quelle pompe, che, per simili occasioni, erano già in uso fin dal tempo di Papa S. S. Silvestro. Egli provvide presto, al fine di evitare lunghe vacanze della sede pontificia, alla sollecita elezione dei futuri Papi, approvando e ristabilendo in vigore  il disposto di S. . Gregorio  Pp. p. X circa il Conclave; confermò  l’Ordine religioso di sua istituzione, fondato nel 1246, che seguiva la Regola benedettina, i cui monaci si dissero da lui Celestini.
Dopo soli cinque mesi di governo, per il suo carattere incline alla solitudine in preghiera, desiderò ritornare alla primitiva vita eremitica: a ciò mosso dalla sua esemplare umiltà, sentito il parere dei Cardinali,  promulgò una Costituzione, con la quale si lasciava ai Papi la facoltà di abdicare e, secondo questa, nel seguito Concistoro, il 13 dicembre 1294 si dimise.
Dante  Alighieri giudicò male Papaa  Celestino, “che fece per viltade il gran rifiuto” [Inf., III, 60]. Riteniamo, però che il poeta abbia voluto addebitare quella rinuncia a pochezza d’animo, perché essa rese possibile l’elezione di Bonifacio  Pp, . VIII, cui egli attribuiva le sventure di Firenze e il suo esilio.
Questo giudizio non fu condiviso da Benvenuto o da  Imola [Comm. Div. Commmm., a.l.] e da Francescoo  Petrarca, il quale affermò [De vita solitaria, III, 27]: “Il rifiuto di Celestino è attribuito a viltà d’animo. Quanto  a  me  penso che la sua rinuncia fu utile a lui e al mondo per l’inesperienza degli affari, perché era uomo di assidua contemplazione, per l’amore alla solitudine. Persone che furono testimoni mi raccontarono che egli fuggì con grande letizia che  gli si vedeva negli occhi e nella fronte”. S. . Antonino, 36° Vescovo di Milano, dice di “dovere noi attenerci al giudizio della Chiesa, che lo annoverò tra i santi”.
Bonifacio  Pp. . VIII, suo successore, trovò prudente, perché non si potesse abusare, per gli intrighi politici del tempo, dell’ingenuità del romito, di invigilarlo in un onorato ritiro, a Fumone, cittadella in provincia di Roma. Narrano i Bollandisti  [V, 19] che nell’anno 1295, celebrando SS. . Pier  Celestino, in Fumone, la S. Messa per i fedeli defunti, fu visto sollevato da terra e circondato di luce. Testimoni del fatto furono ben tre Cardinali. A Fumone egli finì santamente la sua vita. Fu canonizzato, il 5 maggio 1313, da Clemente  Pp. Vp. V e la sua festa ricorre il 19 maggio.
Della presenza di Celestino o Pp. . V al Santuario dell’Incoronata, dove avrebbe soggiornato nell’anno 1295, prima di essere fermato a Vieste, donde intendeva imbarcarsi per la Dalmazia, in un cui romitaggio ritirarsi, da guardie pontificie ed angioine, hanno parlato:
• Lelio  Marino [De vita et miraculi di  S. Pietro del Morrpne, 1630, ma dato alle stampe nel 1830 (a Milano, dal Malatesta];
• Vincenzoo  Spinelli (1664);
• Govanni  Battista  Pacichelli (1703);
• Ottavio  Coda (1715);
• Domenico  Maria  Politignone (1844);
• Francesco  Gentile (1851).
Che Celestino o Pp .V abbia visitato l’Incoronata,pur senza escludere la sua permanenza nel bosco, affermata dallo Spinelli, lo hanno affermato Casimiro  Perifano (1834), Alfredo  Petti (1931) e il documentatissimo  Can. MMichele  di  Gioia (1955).
Fu opinione di Ignazio  Silone, esposta in un suo  riscontro a richiesta del Rettore del Santuario di un suo parere, quale maggiore studioso di Celestino o Pp. . V, che le notizie della permanenza di quel Pontefice all’Incoronata “sono attendibili”. La lettera di Ignazio  Silone, datata 29 aprile 1970, è conservata nell’Archivio dell’’Incoronata.






2011-01-12


   
 

 

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