L A D A U N I A A U G U S T E A
negli studi di Osvaldo Baldacci, Raffaele Perna e Vito Antonio Sirago.
 







Emilio B E N V E N U T O




La regione dauna al tempo di Augusto.
Compresa da Augusto nella II Regio Abulia et Calabria, la Daunia costituiva una subregione dal volto ben definito: aveva un gruppo di città preminenti, tra le quali Arpi, Canusium, Luceria e Venusia, una produzione omogenea – moltissima lana – e una tipica facies  geografica. Comprendeva territori molto più ampi dell’attuale provincia di Foggia, a N spingendosi fino al Trifernus (Biferno), cioè fin sotto Termoli, a S-W inglobava l’intero comprensorio del Vulture, con Venusia, a S scavalcava l’Aufidus (Ofanto): Canusium e Cannae erano città daune e forse. molto più a S, lo era anche Rubii, la cui origine peucetica è molto dubbia. D’altronde Strabone (VI, 3: 9) sottolinea la stretta parentela etnica e linguistica dei Dauni con i Peuceti, entrambi detti  Apuli, tanto che, pur nella loro indubbia diversità, egli non sa fissare con esattezza il limite preciso di separazione e indica l’Aufidus solo come un limite convenzionale di demarcazione. Orazio (Carm. III, 30: 11-12)  considera la sua città natale, Venusia, in generale parte integrante della Daunia [qua pauper aquae Daunus agrestium / regnavit populorum] e in particolare della Valle dell’Ofanto [ib., 10 = qua violens obstrepit Aufidus].
Sono ancora vivi nei ricordi dell’epoca il mitico progenitore, l’antico Dauno, che avrebbe dato il nome alla contrada, e suo genero Diomede, che avrebbe fondato le maggiori città: Arpi, Canusium, Luceria, Sipontum e Venusia.
Questa è l’Apulia Dauniorum, come dice Plinio [NH. III: 103], cognomine a duce Diomedis socero.
A fianco della coppia Dauno-Diomede si ricordano almeno altri due eroi indigeni: Teanus, d’origine greca, capostipite del gruppo apulo della Daunia superiore, la zona confinaria del Trifernus [Pl. NH, III: 101 = Teani a duce e Grais] e Calcante, ricordato sia per una spedizione con conquista stabile dei Dauni nella valle Ofanto-Sele, fino a penetrare nel cuore della Lucani [Pl. NH, ib. = Lucani subanti a Calchante quae nunc loca tenent Atinates], sia come dominatore del Gargano. Alla cui sommità  [Strab. VI, 3: 9 = IP’AKRA TI KORYKI] sorgeva un tempio in suo onore, quindi onorato come dio indigete, fornito di dote profetica. Ai piedi del monte del suo tempio, c’era un santuario in onore di Podalirio, profeta e guaritore, figlio di Asclepio.
La figura di Calcante, per le molteplici funzioni di guerriero e capostipite e il carattere divino, la cui presenza va dal Gargano alla Valle del Sele, dà l’impressione che sia più antica di quella dello stesso Dauno: deve rappresentare il momento del primo  arrivo dei Japodi-Jàpigi-Apuli in territorio dauno, del loro insediamento, della loro espansione. Invece Dauno e Diomede rappresentano il momento dell’urbanizzzione, dei grandi lavori compiuti nella regione per lo sfruttamento razionale dei prodotti e la
sistemazione urbana.
Queste tradizioni culturali si conservano vive nella Daunia al tempo di Augusto: dalla comunanza culturale si riconoscono affratellati gli abitanti della contrada,
Il suo aspetto fisico è ben distinto: boscoso e verde il rilievo montano, sia il complesso del Vulture, con ampio tratto tutto intorno, fino a comprendere il territorio di Venusia fino a Banti [Hor. Carm. I, 28: 26-27 = Venusiane . . . silvae;  III, 4: 9 = i boschi del Vulture; ib. 15 = saltusque Bantinos], sia l’ampio e tozzo promontorio del Gargano, di cui sono ricordati in generali i boschi [Hor. Ep. II, 1: 202 = Garganum nemus] e in particolare i maestosi querceti [Hor. Carm. II, 9: 6-7 = Aquilonibus  querceta Gargani laborant]. La zona pianeggiante ha larghe chiazze di terreni incolti, coperti da boscaglie [Hor. Carm. I, 22:14 = Daunia latis alit aesculetis].
La regione è percorsa da vari fiumi: il più meridionale è l’Aufidus, violento, che scorre, almeno nella parte superiore, con grande strepito [Hor. Carm. III. 30:10 = violens obstrepit Aufidus; IV, 9:2 = Longe sonantm . . . ad Aufidum] ; in pianura talvolta straripa con gravi danni alle colture [Hor. Carm. IV 14:25-26 = horrendamque cultis I diluviem meditatur agris] e sfocia a mare con più rami [ib. 25 = tauriformis Aufidus], appena a N di Barduli (Barletta).
Segue, verso N, il Carapelle, non nominato da Plinio, che però ricorda gli Strapellini, che secondo il Mayer [Apulen vor und voehrend der Hellenisierung,Leipzig & Berlin, 1914, pag. 343] sarebbero i Carapellini, abitanti lungo il fiume.
Il Cervaro (Cerbalus), secondo la lettura corrente di Plinio [NH III, 103 = amnis Cerbalus Dauniorum finis, portus Agasus], presenta una stranezza. Il Thomsen [The Italic Region from Augustus to the Lombard  invasion, Kobenhavn & Roma 1946-66, pag. 90] pensa senz’altro a un banale errore dei copisti di Plinio. Infatti, basta spostare  la virgola nel contesto per risolvere tutto: amnis Cerbalus, Dauniorum finis portus Agasus. Il Dauniorum finis si riferisce  al portus Agasus, Vieste, che effettivamente è la punta estrema del Gargano e quindi della Daunia e non al fiume Cervaro.
Segue a N il Candelaro, con il suo affuente Celone, ma entrambi non sono menzionati da Plinio, quindi il Fortor (Fortore), detto da lui portuosum,cioè capace di ospitare un porto all’interno della foce. Infine, sul confine settentrionale è il Trifernus (Biferno), che separa la II dalla IV ‘ Regio ’ [NH III, 103].
Questi fiumi sono navigabili, almeno per qualche tratto: permettono l’ingresso di natanti che, per quanto piccoli, avranno avuto la dimensione di barconi, sospinti all’interno a foza di remi.
Il Fortor è senz’altro indicato come portuosum, ma lo è anche l’Aquilo (Celone), sicché il Candelaro deve logicamente essere stato anch’esso navigabile. Arpi, infatti, era strettamente collegata con Sipontum, posta alla foce del Candelaro e considerato porto di Arpi [Liv. XXIV, 45 = Sipontum
. . . in agrum, qui Arpinorum fuerat]. Comunque, un canale navigabile [ma Strabone (VI, 3:9) lo chiama POTAMOS] collegava Sipontum con Salapia , presso cui sboccava il Carapelle, sul quale erano i Carapellini. Questo fiume era quindi una sicura via di comunicazione con cui essi potevano comunicare col mare.
Qui il fiume doveva espandersi largamente su una  depressione in una grande foce, dove poi, col tempo, accumulandosi, i detriti respinti dalla corrente marina formarono una barriera che chiuse la depressione, trasformandola in un lago o in una palude interna. Questa unica foce, poi impaludatasi, comunicava per mezzo d’un canale (POTAMOS PLOOTOS) con la foce del Candelaro: così Sipontum  e Salapia, oltre che per mare, erano collegate tra loro  dal canale su cui si convogliava, ancora sotto Augusto, il frumento destinato all’esportazione.
Arpi, quindi, si serviva di entrambi i porti [Strab.VI, 3:9] per l’esportazione del grano, cioè la produzione del Tavoliere di Puglia trovava sbocco in quei porti del litorale adriatico raggiungibili mediante il trasporto fluviale.
Ricordiamo infine la navigabilità dell’Aufidus. Qui esisteva ancora, meno importante che nel passato, il porto di Canusium, a 40 stadi (circa km. 7) dalla città e a 90 stadii (circa km. 15,750) [Strab.  VI, 3:9]. Canusium, dunque, aveva un proprio porto fluviale sull’Ofanto e non era costretta, per le sue esportazioni oltremare, a servirsi del porto di Barduli (Barletta).
La navigabilità dei suoi fiumi spiega l’insediamento dei centri urbani della Daunia: situati o sul mare o lungo i fiumi, che permettono la comunicazione col mare.
Sul mare sono - da S a N – Barduli (Barletta), Salapia (nell’odierno agro di Trinitapoli). Sipontum (presso Manfredonia),  Matinae (Mattinata),  Uria (poi sommersa dal lago Varano)  portus Agasus (Vieste) e, inoltre, portus Garnae (forse anch’esso sul lago Varano), lacus Pantanus (forse Lesina), Cliternia (nell’attuale provincia di Campobasso) e, subito dopo il confine, Buca /Termoli).
Sui fiumi o nei loro pressi, erano: Venusia (Venosa), Canusium (Canosa di Puglia) e Cannae (nell’odierno agro di Barletta), sull ’Aufidus (Ofanto); Ausculum (l’odierna Ascoli Satriano), Herdonia (l’attuale Ordina), Carapella (oggi Carapelle) sul Carapelle; Vibinum, sul Cervaro; Aecae (l’odierna Troia) e Arpi (nei pressi di Foggia) sul Celone-Candelaro, Luceria (Lucera) presso il Triolo-Candelaro; Teanum Apulum (oggi Qefti-Chieuti) sul Fortor.
Tutto questo è ammissibile solo ipotizzando che quei fiumi svessero una portata d’acqua molto maggiore che ai nostri tempi. Anzi, bisogna supporre che in origine, quando si formarono quei centri urbani, ta il X e l’VIII secolo a.C., la navigabilità era fuori discussione, mentre col tempo andò poi riducendosi, tanto che al tempo di Augusto il porto fluviale di Canusium era divenuto di scarsa importanza, andava ormai morendo, ed erano quasi inesistenti gli altri porti fluviali efunzionavano soltanto i porti marittimi. Gli ultimi otto secoli avevano visto accentuarsi nella regione la siccità, ricordata più di una volta dagli scrittori classici, che però non ancora tanto grave come ai nostri tempi.
I segni di questa siccità vengono più volte ricordati in età romana. Dauno, il mitico Re della regione, è detto da Orazio [Carm. III, 30:11]  pauper aquae e la regione pugliese è detta da lui siticulosa [Ep. III, 16], al chei corrisponde l’aridità cui accenna Ovidio [Metam. XIV, 510 s.  = Iapygis arida Dauni / arva]. Già qualche decennio prima Cicerone aveva ricordato la Sipontina siccitas come un fatto ben noto alla popolazione di Roma, al punto da contrapporla, come situazione detestabile, alla fantasia del pubblico uditorio [De lege agr. XXVII, 71] del 63 a.C.: Mavultis . . . in Sipontina siccitate collocari?
Si voleva attribuire la siccitas al cattivo influsso del vento di S-W, il famigerato Atabulus [Hor. Sat. I, 5:78], detto anche Volturnus in quanto proveniente dal Vultur, il massiccio del Vulture: un vento che effettivamente arriva dall’Africa, caldo e afoso, ma per pochi giorni all’anno, non certo responsabile dell’aridità del terreno apulo, dovuta alla sua natura calcarea porosa, per cui l’acqua scende rapidamente nel stottosuolo. Il disboscamento moderno ha accentuato tale fenomeno. Ma ai Romani faceva comodo ricorrere al Volturnus, per mitigare il ricordo cocente della sconfitta di Cannae: Livio [XXII, 43:10] attribuisce la causa della sconfitta agli effetti malefici di quel vento in quanto spirava, alzando la polvere, di fronte ai combattenti romani e non all’insipienza di un Console, che non si avvide di fare il giuoco voluto da Annibale!
A ogni modo, sotto Augusto, la regione appare notevolmente depressa, a causa di taluni fattori endemici, ma soprattutto per ragioni storiche e politiche.
Il continuo degrado della Daunia.
Tra le calamità naturali che affliggevamo  la Daunia al tempo di Augusto, la più grave fu la diffusione della malaria, soprattutto sulla fascia costiera, ove abbondavano acque stagnanti. Se queste potevano, in verità. Esser fatte risalire a tempi più antichi, ma non troppo, a causa delle differenti condizioni climatiche  la malaria vi si era sviluppata solo a partire dal sec. III a.C. La prima a soffrirne era stata Salapia, la quale fin dal 206 a.C., data la penosa situazione degli abitanti, quotannis aegrotando laborantes, si rivolse per aiuto al Tribuno romano M. Ostilio Turbolo. Questi fece spostare l’abitato di quattro miglia, in posizione più ventilata, e vi premise però il taglio di un canale, che servisse a svuotare le sacque stagnanti e ricacciarle in mare [Vitr. De arch. I, 4:12]. La notizia di Vitruvio fu confermata, nel sec. XX, dagli scavi di M. D. Marin. Anche Sipontum ne era affetta. Quando vi fu insediata una colonia romana, i coloni, in brevetempo, per sfuggire alla malaria, se la svignarono, tanto che nella città, abbandonata a se stessa, il Console Sp. Postumio dovette inviarvi nel 186 un supplementum [Liv. XXXIX, 23:3 sqs] di nuovi coloni.
Al tempo di Cicerone (106-43 a.C.), la malaria imperversava nella zona, come ben si sapeva a Roma, dove la Salapinorum  pestilentia era un motivo di grande efficacia per spaventare la plebe e  distoglierla dal trasferirsi in colonie apule [Cic. de lege agr. II, 27:7].
Al tempo di Cesare (49-44 a.C.), la malaria mieteva vittime su tutta la costa adriatica pugliese, dalla Daunia alla Calabria brindisina [B.C. III, 2 = . . . gravis autumnus in Apulia circumque Brundisium . . .], né si era fatto alcunché per migliorare la situazione.
I fatti storici che avevano maggiormente contribuito a deprimere la popolazione dauna erano stati le guerre annibalica (218-202 a.C.) e marsica(90 a.C.). Ciò  era ben noto al mondo culturale dell’epoca augustea e così riassunto da Strabone [VI, 3:9] = ANNI’VAS kE’ I’ Y’STERI PO’LEMI IRI’MOSAN]. I danni provocati in Apulia dirante la II Guerra Punica sono stati  esaminati e singolarmente discussi nella monumentale opera di A. J. Toynbee, The Hannibals legacy, edita a Oxford nel 1965, ricchissima di riferimenti a fonti e indicazioni critiche, onde non è qui il caso di addentrarci particolarmente nella questione. Ricordiamo soltanto che la Daunia fu il maggiore teatro di quella guerra e vide la resistenza di Luceria, l’incertezza di Arpi, lo schierarsi di Salapia con Annibale, la fedeltà a Roma di Canusium e Venusia, che ospitarono i profughi di Cannae (216 a.C.). La Guerra Marsica diede l’ultimo colpo alla traballante economia della Daunia, dove si svolsero vari scontri sanguinosi, che decimarono i membri delle famiglie più in vista della contrada, e si ebbero confische di beni a favore di Romani o, comunque, forensi.
Si era aggiunta la speculazione: le terre daune, abbandonate e rimaste senza coltivatori diretti, erano state acquistate, in buona parte, da ricchi Romani e adibirle a pascoli invernali per le loro greggi, che poi d’estate si spostavano sui pascoli appenninici; Varrone, ricco proprietario di Rieti, possedeva, nel 37 a.C., anche dopo le decurtazioni subite durante le spoliazioni, grandi fondi  in Daunia e altrettanti ne contavano molti dei suoi amici [R. R., II, praef.: 6].
Ricchi pascoli possedeva anche Pompeo nel territorio tra Luceria e Larinum  [Caes. B. C., I, 24]. Il Tavoliere di Puglia era diventato una landa desolata: Cicerone lo definì  inanissima pars Italiane [Att. VIII, 3].   
Il trionfo di Augusto nell’ultima guerra civile portò all’accumulo di proprietà da parte dell’Imperatore anche in Apulia. Gran parte del Tavoliere divenne sua proprietà ed egli per la sua amministrazione nominò un Procurator a Luceria e un altro a Canusium.
La maggior parte della produzione agricola e zootecnica e quindi dell’economia della regione passòsotto il controllo imperiale; il grano, che era stato il primo prodotto della Daunia, continuò a esportarsi, ma in misura limitata, dai due porti di Sipontum e Salapia e al contrario si moltiplicò enormemente l’allevamento di ovini. Abbondanti lane si producevano nel territorio di Luceria [Hor. Carm. III, 15:14 = lanae prope nobilem tonsae Luceriam] ed erano di ottima qualità, particolarmente soffici e in questo superiori  a quelle di Taranto, anche se meno luminose [Strab. VI, 3:9]. Lane erano prodotte in agro di Canusium [Mart. XI, 127 = Canusinae fuscae], scure, un po’ ruvide, ma ricercate proprio per il colore sul mercato romano. Questa preferenza per l’ovinicoltura si spiega col fatto che sullo stesso mercato il grano africano, trasportato via mare, veniva a costare molto meno del grano apulo, che doveva trasportarsi via terra. Augusto trovò più conveniente abbandonare la cerealicoltura apula e intensificare invece la produzione della lana, che gli opifici imperiali, con squadre di schiavi, lavoravano e trasformavano in mantelli ed  erano capaci di alimentare l’industria tessile per l’intero fabbisogno italiano.
L’intervento imperiale modificò l’economia regionale  apula anche col potenziamento del sistema viario romano. Se i centri urbani della Daunia, legati ai fiumi o al mare, erano nati e poterono a lungo prosperare con l’esportazione marittima, la presenza romana valorizzò invece le strade interne. Della rete stradale preesistente i Romani  rafforzarono le arterie che meglio rispondevano ai loro scopi, soprattutto militari.: su un vecchio tracciato fu immessa la Via Appia, che proveniva da Beneventum e così, uscendo dalla Hirpinia, dopo aver scavalcato l’Aufidus con un ponte (pons ad Aufidum) ancora oggi esistente (!) e tagliata Venusia, atraversava l’Apulia meridionale fino a Tarentum e di qui piegava su Brundisium. Sempre da Beneventum un’altra strada, la Via Minucia, giungeva ad Aequum Tuticum (Ariano Irpino, già Ariano di Puglia) e quindi a Aecae (Troia) e si apriva qui in tre direzioni, a S verso Herdonia, Canusium e oltre, a N verso Luceria, a E verso Sipontum. In seguito si sistemò un raccordo tra l’Appia ed Aeclanum (Mirabella Eclano) e la Minucia ed Herdonia, abbreviandone il tragitto. Un’altra grande strada fu sistemata da N a S lungo il mare, tagliando però fuori il Gargano, la Via Marittima, che partiva da Buca (Termoli), attraversava  Cliternia e Arpi, piegava verso Sipontum e proseguiva poi lungo il mare per Salapia, Barduli, etc. Tutte queste strade si riannodavano all’Appia, a Beneventum, il più grande nodo stradale del Mezzogiorno: il tutto in funzione di Roma, dei suoi interessi politici, economici e militari.
Ciò fu più evidente con Sipontum. Essa, già in territorio di Arpi, ne fu staccata nel 194 a.C. dai Romani, che vollero stabilirvi una colonia marittima. In principio, sembrò che essi non potessero riuscirvi: infatti nel  186 essa così spopolata, che si ritenne opportunoinviarvi un supplementum. Vivacchiò in condizioni precarie fino al tempo di Cicerone, che la citava come uno spauracchio, ricordando la siccitas Sipontina. Ma nel 40 a.C., mostrò la sua valenza strategica, quando fu occupata dalla flotta di Antonio. Il gesto provocò la sollecita controffensiva di Ottaviano, che vi inviò il migliore dei suoi generali, M. Agrippa, il quale presto riuscì nell’impresa di scacciarne gli Antoniani.  Fu la fortuna di Sipontum: per tutto il periodo augusteo fu la base strategica di partenza  per tutte le spedizioni romane in Dalmazia. Illiria e Pannonia. Quando, nel 9 d.C., la conquista della Pannonia potè dirsi terminata, Sipontum non perdette la sua importanza, essendo diventata il maggiore porto d’imbarco per l’altra sponda, collegata ormai regolarmente con Salona (Split = Spalato). Malgrado la malaria e la siccità ricorrenti, Sipontum s’ingrandì e per lunghi secoli restò il porto più frequentato per  i collegamenti con la Dalmazia e la Pannonia, fino al tempo di Aezio (sec. V d.C.)  e per tutto l’alto Medio Evo.
La popolazione dauna si concentrò quindi sulle grandi strade di comunicazione, a seconda delle necessità romane e proprie. Sull’Appia conservò un ruolo importante Venusia, pur decaduta  dall’antico splendore. Sulla Minucia, poi Via Traiana, conservò un posto d’un qualche rilievo Canusium, sede del Procurator imperiale, provveditore alle manifatture laniere locali: non era l’antica grandezza, ma la città  restava preminente in quella zona. Luceria, altra sede d’amministrazione imperiale, resisteva a stento, in condizioni molto più ridotte [Strab. VI, 3:9 = TETAHTI’NOTE] . Di Sipontum abbiamo già detto. Salapia si reggeva a stento con le saline [ Itin. Anton., f. 311]. Arpi e le altre città erano in piena decadenza.
La garganica Uria, che vantava un antico tempio in onore di Venere [Catull. 36: 12 = Uriosque apertos] non era più che un semplice nome, il che può dirsi pure degli altri porti e porticcioli del Gargano, La Via Marittima, N > S,  non era molto frequentata: i centri garganici andavano deperendo.
Più grave di tutti è il caso di Arpi, un tempo città grandissima al pari di Canusium, catalogate entrambe  da Strabone tra le più grandi città d’Italia [VI, 3:9 = ME’GHISTE TO’N ITALIOTI’DON GHEGONY’TE PRO’TERON],  ormai poco più d’un villaggio: durerà così per tutta  l’epoca romana e poi, sebbene fra le più antiche sedi vescovili, rappresentata al Concilio di Sardica, scomparirà nell’alto Medio Evo, per essere sostituita, in epoca normanna, da Foggia, che fu pertanto detta la “nuova Arpi”.
Vari centri urnani si restringono in cerchie di mura molto più modeste: ciò è risultato oggi evidente negli scavi di Nerdonia  condotti dalla Missione Archeologica Belga guidata dal Prof. Joseph Mertens. Stradone [ib.] accenna espressamente alle grandi cinte di un tempo [OS EKTO’N PERIBO’LON DI’LON], ma non tutti gli archeologi sono d’accordo che ilrestringimento delle cinte murarie indichi un minor numero di abitanti. Si osserva che in passato  la grande larghezza della cerchia di mura era necessaria per poter accogliere gli abitanti del contado e il loro bestiame in caso di assedio, per le continue guerre. Con la “Pax Romana” non erano più possibili guerre tra città vicine o altrui invasioni e, o non si costruivano più mura e le vecchie andavano in disuso o si costruivano rasenti all’abitato. Insomma, la ristrettezza delle cinte murarie non sarebbe argomento valido per valutare l’entità numerica della popolazione.
Abbiamo invece indicazioni sul quadro economico che inducono a deduzioni più concrete. Il Tavoliere di Puglia al tempo di Augusto è in gran parte adibito a pascoli, gli aesculata surricordati. Prosperano, o vegetano appena, le città poste sulle grandi strade: soprattutto Sipontum, per i suoi collegamenti con i porti dalmati. Non doveva mancare  un certo interesse turistico-religioso per la Daunia, per l’attrazione dei due famosi templi garganici di Calcante, divenuto poi  mitreo,  e Podalirio e per la tomba di Calcante nelle Tremiti, note a Plinio per i miracolosi suoi uccelli marini [N. H. X, 126] e il grande platano sacro [ib. XII, 6]]. Ma dobbiamo escludere che fosse un grande afflusso quello alle Tremiti. Sembra anzi che al tempo di Augusto fosse quasi del tutto cessato, se proprio alle Tremiti egli relegò la nipote Giulia [Tac. Ann. IV, 71]: le isole di relegazione non erano, certamente, le più frequentate. Era persino pericoloso andarvi senza un esplicito permesso dell’Imperatore.
Segno, infine, della decadenza economica della Daunia al tempo di Augusto è la valutazione che si dava delle sue terre. Già Cicerone accennava alla loro svalutazione e Seneca [Ep. LXXXVII, 7] le disse , al tempo di Nerone(37-68 d.C.), abbandonate: deserta Apulia. Giovenale [IV, 27-28], al tempo di Traiano (53-117 d.C.), partecipando a un pranzo, vedendo portare a tavola un pesce e saputone il prezzo, escamò: “Provincia tanti vendit agros, sed maiores Abulia vendit”. Un fondo rustico in Puglia ormai costava meno d’un pesce.
Tale era la sorte della Daunia dopo tre secoli d’occupazione romana: vittima prima d’occupazione militare, poi sfruttata e immiserita, infine derisa!

 






2010-10-31


   
 

 

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