G I O R G I O C A S TR I O T A S K A N D E R B E G
eroe nazionale albanese e barone di Monte S. Angelo e S, Giovanni Rotondo
 







di Benvenuto EMILIO




Giorgio Castriota Skanderbeg

1- TRA SVEVI, ANGIOiNI E PRINCIPI PUGLIESI, SERBI, TURCHI E VENEZIANI.
L’ALBANIA ALLA VIGILIA DELL’EPOPEA SCANDERBERGHIANA.
Il dominio degli Hohenstaufen, seguito da quello degli Angioini, durò in Albania un secolo  intero, incominciando con Manfredi, figlio di Federico II di Svevia. Egli ebbe, in seconde nozze, per moglie Elena, figlia di  Michele Angelo II Comneno, la quale gli aveva portato in dote, oltre l’isola di Corfù, molte città e terre albanesi: Berat, Durazzo, Kanina, Valona. Le due sponde del Canale d’Otranto, la pugliese e l’albanese, ancora una volta, erano sotto una sola signoria, che aveva la sua capitale in Italia; ancora una volta la porta dell’Albania si riapriva all’Occidente. Con Manfredi non si trattò soltanto di un’unione dinastica, perché fu anzi stipulata una vera e propria alleanza tra il Despotato d’Arta ed Epiro, il Principato di Morea e il Regno di Sicilia, per sostenere nei Balcani la lotta tra queste Potenze e l’Imperatore di Nicea, che, al pari di Michele Angelo II, aspirava alla corona di Imperatore di Costantinopoli, e per appoggiare in Italia la lotta tra Manfredi e la S. Sede.
La diciassettenne e avvenente Elena Comneno sbarcò a Trani il 2 giugno 1259 e nel castello di quella città furono celebrate le nozze tra grandi feste, poi ancora protratte in onore di Baldovino di Fiandra, Imperatore latino di Costantinopoli, venuto a cercare soccorsi per il suo vacillante Impero, ridotto ormai a ben pochi territori. Manfredi inviò 3.ooo fanti in aiuto del suocero Michele Angelo II Comneno e contro l’Imperatore di Nicea per la conquista di Costantnopoli. Anche l’altro genero di Michele Angelo, il Principe di Acaia gli inviò forze militari in aiuto. Ma nella battaglia di Pelagonia, probabilmente perché le milizie del Principe di Acaia tradirono, quei cavalieri e fanti furono battuti e lo stesso Principe di Acaia venne fatto prigioniero. Manfredi inviò milizie in aiuto del suocero ancora due volte.
Del governo di Manfredi in Albania abbiamo quasi nessuna notizia. Sappiamo soltanto che ne fu Governatore l’Ammiraglio Filippo Chinardo e che nella battaglia di Montaperti combatterono milizie tratte da Manfedi nella terra natale di Elena.
La morte di Manfredi a Benevento e la fine della dominazione sveva in Italia segnarono uguale destino per le terre dotali della infelice Regina Elena, fatta prigioniera. Carlo I d’Angiò se ne rese signore: conquistò Corfù facilmente e le città albanesi a fatica. Resosi padrone nel 1271 di Durazzo e Valona, Carlo elevò a Regno i suoi domini in Albania.
D’importanza fondamentale è il seguente decreto emanato da questo Re il 21 febbraio 1272:
Per queste lettere patenti facciamo manifesto a tutti i presenti e i futuri che noi, considerando la fedeltà e la devozione che hanno avuto i prelati, i conti, i baroni, i militi, i burgensi, le università e tutti isingoli cittadini dell’Albania verso la Santa Romana Chiesa e considerando che essi elessero noi ed i nostri eredi quali loro Re e signori perpetui di detto Regno e donarono e cedettero tutti i diritti ed ogni signoria sul medesimo Regno a noi ed ai nostri eredi e prestarono il giuramento della debita fedeltà ai nostri procuratori, che lo ricevettero a nome nostro e dei nostri eredi,riceviamo tutti i prelati, conti, baroni, università e singole persone di detto Regno, che a noi prestarono o presteranno, oppure ai nostri procuratori, tale giuramento, sotto la nostra signoria, dominio e difesa e promettiamo di difendere i medesimi in buona fede e di aiutarli, siccome il buon Signore ha consuetudine di giovare e difendere i suoi vassalli.
Inoltre approviamo tutti i privilegi concessi ai medesimi dagli antichi Imperatori della Romania e tutti i buoni usi e le consuetudini degli stessi, a tenore delle presenti patenti, confermandoli e promettendo di osservarli e farli rispettare da tutti coloro che volontariamente si sottomettono al nostro dominio.
A testimonianza della qual cosa abbiamo comandato di redigere le presenti lettere e di munirle della bolla d’oro della nostra Maestà.
Dato a Napoli per il Cancelliere del Regno di Sicilia . . .
Fu questo il primo Regno d’Albania, che si estendeva dai Monti Acrocerauni al golfo del Drin e dalla baia di Valona ad Alessio, però con confini poco definiti verso la regione montuosa dell’interno; in complesso comprendeva quasi tutta l’odierna Albania centro-meridionale. Capitale ne era Durazzo. Nel 1274 un violento terremoto sconquassò questa città; poi gli Albanesi dell’interno l’assalirono, ma ne furono respinti; ribellioni scoppiarono nel Regno; l’Imperatore bizantino Paleologo e i Serbi ne tentarono a più riprese la conquista e i pirati dalmati vi fecero frequenti incursioni. Carlo I fece fronte  a tutti questi nemici, spinse le sue truppe all’interno dei Balcani, assediò Belgrado (1280) e diresse varie spedizioni contro i pirati. Ma le condizioni dell’Albania non migliorarono. L’ultimo Vicario di Carlo I nel Regno d’Albania, Rouge de Sully, conquistò anche Berat, ma fu poi fatto prigioniero dai Bizantini (1292).
I ss. XIII-XIV furono caratterizzati da un rapido sviluppo economico delle province albanesi: maggior parte di  terre fu messa a coltura, aumentò la produzione  di grano, olive, uva e prodotti alimentari, l’artigianato e il commercio fiorirono nelle città. La situazione ecnomica portò a una differenziazione delle classi e aumentò la potenza politica ed economica dei locali capi feudali. Venne così a crearsi un potente ceto nobiliare albanese. Dal 1330 vi furono alcune famiglie feudali emergenti:
•i Dukagjini nel nord del Paese;
•i Mazaka, nella regione tra i giumi Shkumbin e Seman;
•i Topia, che governavano la regione tra i fiumi Mat e Shkumbin.
Dell’Albania, così, gli Angioini persero una gran parte: quel che loro restò non si chiamò più Regno e vennedenominato Gran Dominio Feudale della Corona di Napoli, ridottosi quasi elusivamente a Durazzo. Carlo II ne investì il figlio Filippo di Taranto e dai Principi di Taranto Durazzo fu posseduta ininterrottamente fino al 1387, anno in cui la città  fu ceduta all’altro ramo dei Conti di Gravina in cambio del Principato di Acaia, restando però sotto l’alta signoria del Re di Napoli. Così il casato di Giovanni d’Angiò prese alche i titoli di Duchi di Durazzo e di Signori del Regno d’Albania, donde la sua denominazione di Durazzesco, mantenuta fino alla sua estinzione, ossia fino alla morte della Regina Giovanna II.
I nuovi signori godettero di questo dominio pochi anni.  Nel 1343 un potente Re serbo, già signore dell’alta Albania, Stefano Dushan il Forte, occupò Kruja e altre terre, ma non Durazzo, che fu difesa e conservata agli Angioini dal valoroso capo albanese Tanuso Topia. Più tardi, ne 1363, il suo nipote Carlo Topia se ne proclamò signore. Tranne i primi anni, la dominazione angina, non fu infatti molto estesa, né molto potente, e, a eccezione di Filippo d’Angiò e Ludovico di Durazzo, quei Principi mai vi risedettero: erano soltanto lontani protettori del Paese. Eppure, fu otto gli Angioini  che si abbozzò la prima unificazione dell’Albania, fu sotto gli Angioini che si ebbe per la prima volta il titolo di Regno d’Albania. Certo, si trattava d’un Regno senza Re. Di fatto la regione era suddivisa fra grandi feudatari che la governavano, da nessuno dipendevano ed erano peraltro in eterna discordia fra loro.   
Con Stefano Dushan, che prese il titolo di Zar dei Serbi, dei Greci e degli Albanesi (1346), l’Albania godette di un periodo di floridezza; specialmente Valona, il cui porto assunse allora a grande importanza. Stefano cedette Clissa e Scutari a Venezia e così la Serenissima estese su queste terre la sua influenza economica e politica, che crebbe dopo la morte di Dushan (1356), in seguito alla quale una nuova dinastia albanese, quella dei Balshidi, s’impossessò di Argirocastro, Berat, Scutari e  Valona.
Nel sec. XIV, una nuova invasione interessò l’Albania: quella dei Turchi Ottomani. Durante gli anni ’30 di quel secolo, le forze turche erano entrate nelle province albanesi in due occasioni. Nel 1349 una coalizione fu formata dai popoli  dei Balcani per difendersi dai Turchi. La battaglia decisiva fu condotta nella pianura del Kosovo e fu vinta dai Turchi, che in essa però persero il loro Sultano, Murat I. La fine del XIV e il principio del XV secolo segnarono l’invasione dei distretti albanesi, in parte a opera dei Turchi e in parte a opera dei Veneziani. Nel corso dei conflitti tra i maggiori capi feudali, durante il ec. XIV, si segnalarono tre dinastie:
•gli Araniti, nel sud;
•i Dukagjini, sempre nel nord;
•i Kastriot (Castriota), nell’Albania centrale.
Queste dinastie vennero a giocare un importante ruolo nei maggiori eventi politici e militari del sec. XV, durante leleggendarie lotte per la liberrtà del popolo albanese, condotte da Giorgio Castriota, che i Turchi chiamarono Skanderbeg (= Principe Alessandro).
2- LA RIVOLTA ANTITURCA DI SKANDERBEG E LE BATTAGLIE DI TORVIELLO E MONTE MOKRI.
Allorché i signori albanesi proclamarono la loro autonomia sulle terre da essi possedute, Venezia estese i suoi domini in Albania, ottenendo nel 1392 Durazzo, nell’anno seguente Kruja e, agli inizi del Quattrocento, Valona, con alcune terre già possedute dai  Balshidi, e Antivori, alle Bocche di Cattaro. Ma, proprio mentre la Serenissima aveva così esteso la sua influenza in Albania, un nuovo pericolo si avanzava dall’Oriente, quello del Turchi, che, entrati in Europa nel 1334 con la presa di Gallipoli, occupata nel 1360 Adrianopoli e investita col loro slancio guerriero la Balcania, abbattuta nel 1359 la potenza serba nel Kosovo, miravano alla conquista dell’Albania, dove già, fin dal 1371, avevano operato le prime incursioni.
I signori albanesi, non essendo in grado di fronteggiare la minaccia, ricorsero per aiuto alla Repubblica di Venezia, ugualmente interessata ad arrestare la marcia dei Turchi.
L’intervento di Venezia fu sollecitato a vario titolo: vi furono signori che offrirono addirittura la vendita e la cessione di tutti o parte dei loro domìni, in cambio di somme determinate o di pensioni; altri offrirono la cessione degli stessi  territori, per vederseli riconcessi a titolo di feudi; altri si limitarono a chiedere la protezione della Serenissima. Di volta in volta Venezia valutò le offerte e procedette con cautela alla loro accettazione, scegliendo il sistema che più le sembrò opportuno per estendere la sua influenza e contenere l’avanzata dei Turchi, evitando però di impegnarsi a fondo e far precipitare gli eventi. Laddove accettò la cessione integrale, inviò Provveditori e Rettori ordinari, che amministravano secondo gli statuti locali e le condizioni da essa concordate con i signori o coi messi delle comunità interessate al momento dell’accettazione  dell’offerta; esercitò un adeguato controllo sui signori e sulle comunità a essa legatisi da un vincolo feudale, o di semplice protezione;  ovunque fece sentire nelle  altre parti dell’Albania il suo prestigio e l’influenza benefica derivante dall’esempio di un’amministrazione severa, ma giusta, oculata e sollecita dell’interesse delle popolazioni soggette.
Alla regina della Laguna  già facevano capo gli Albanesi per le esigenze superiori del vivere civile. Ora Venezia concesse loro facilitazioni, onori e finanche la cittadinanza e l’ingresso nella nobiltà veneta. Numerosi furono i matrimoni che vi contrassero gli Albanesi, anche con donne di alto casato. Fu in quell’epoca che Venezia divenne quasi la metropoli dell’Albania e la storia dei due Paesi fu da allora in gran parte comune.
Come s’è detto, la Serenissimaprocedeva con prudenza nell’accettare le offerte da parte dei signori e delle comunità albanesi di porsi sotto il suo dominio e nello stabilirne le condizioni; ma, anche quando non le accettava, essa li incoraggiava, sempre, a resistere al Turco e li aiutava coi  mezzi e i modi che credeva più opportuni.
C’era un interesse comune, di natura particolare, per la vita dei due Paesi, anzi di natura superiore, perché attinente all’esistenza stessa della civiltà occidentale e della religione cristiana, a opporsi all’avanzata dei Turchi: quell’interesse che, nella difesa suprema capitanata dallo Skanderbeg, accomunò poco dopo all’Albania e a Venezia anche il Regno di Napoli, la Santa Sede e l’intero mondo occidentale.
Eccoci alle soglie del periodo skanderberghiano.  Murat II, padrone già della Tracia, penetra in Albania nel 1412. I diversi feudatari albanesi, che signoreggiano nei luoghi del Paese non dominati da altre Potenze, si ritirano sulla montagna. Ma uno di essi, che comanda a Kruja, Giovanni Castriota, gli resiste. Il Sultano lo sottomette e l’obbliga a dargli in ostaggio i figli che egli aveva avuto dalla Principessa serba  Voisava. Sono quattro giovanetti maschi e tra essi v’è Giorgio, il futuro Skanderbeg, nato nel 1404.
La personalità di questo grande condottiero  medioevale, assurto alla splendida dignità di eroe nazionale albanese, è tale che non si può discorrere di cose albanesi e prescindere dalle sue gesta e dal solco profondo che egli ha lasciato nella psicologia del suo popolo. La sua fama di fiero e valoroso avversario delle preponderanti forze turche non è certo inferiore a quelle di un Giovanni Hunyadi, un Pippo Spano, un Vlad Dracul. Noi ci limitiamo qui a ricordare, in sintesi cronologica, i momenti pià salienti della sua vita, che passò veramente come meteora luminosa sul tormentato scenario dell’Europa del  tempo.
L’esame delle gesta dell’eroe nazionale albanese e della politica da lui perseguita con Napoli e Venezia di difendere insieme la Cristianità dai Turchi dà modo di comprendere appieno l’intimo sentire del suo popolo e le ineluttabili ragioni per le quali egli rinsaldò gli antici vincoli che legavano l’Albania all’Italia e, in particolare, alle Puglie.
L’avo paterno dell’eroe aveva combattuto nell’armata cristiana nel Kosovo. Il padre, Giovanni Castriota, aveva saputo estendere i possedimenti da lui ereditati ed era sempre stato amico fedele della Serenissima, che  nel 1413 gli aveva conferito il titolo ereditario di cittadino veneto e della quale egli si professò, nel 1417, vassallo.
Senonché, come si è innanzi detto, pressato prima e sopraffatto poi dai Turchi, il Castriota dovette venire a patti con essi e obbligarsi a pagare un tributo al Sultano e, inoltre, a dargli in ostaggio i suoi quattro figli.
Oscura ci è la sorte di tre dei figli del Castriota; il quarto, Giorgio, che qualche biografo vuole nato nel 1405 e non nel 1404, il che non fa grande differenza,divenne il più acerrimo nemico dei Turchi e l’eroe nazionale dell’Albania.
Avutolo in ostaggio, ancora in tenera età, il Sultano ne intravide eccezionali prestanza, ingegno e coraggio e volle farne un Musulmano, dargli in altro nome, Iskander (= Alessandro), al quale fu poi aggiunto il titolo di Bey, e dispose che ne fosse curata in modo speciale l’educazione, così da poterlo, essa completata, destinare a un alto posto di comando.  Giorgio superò ogni aspettativa, imponendosi su tutti gli altri Principi della Corte sultanale per il talento, l’audacia e le virtù guerriere.
Vittorioso in varie spedizioni militari, da lui condotte per ordine del Sultano, fu nominato Sangiacco e presto assunse alla fama di una delle migliori spade dell’Islam.
Nel 1422, Giorgio Castriota si distinse durante una campagna in Asia Minore, Per via del suo coraggio e del suo valore, per i Turchi egli divenne Iskanderbeg, il Principe Alessandro, soprannome  mutato più  tardi in Skanderbeg.
Delle tre più potenti famiglie albanesi, gli Araniti, i Dukagjini e i Kastriot, la prima insorse nel 1432. Per due anni gli Albanesi delle province meridionali riportarono brillanti vittorie, la cui eco si sparse in tutto il Paese, come pure in Europa. La loro rivolta antiturca fu soltanto la premessa della grande lotta, durata ben 25 anni, che gli Albanesi condussero, sotto il comando di Skanderbeg, contro i furiosi assalti delle forze ottomane guidate da due più valenti Sultani, Murat II e Mohamed il Vittorioso.
E’ proprio nel 1432 che muore Giovanni Castriota e il Sultano, in dispregio dei diritti ereditari di Giorgio, dona il feudo di Kruja a Sabel Pasha.
Nel novembre del 1443, Skanderbeg, dopo la disfatta inflitta a Nish da Giovanni Hunyadi  al Sultano Murat II, strappa al segretario di quest’ultimo l’ordine scritto a Sabel Pasha di restituirgli Kruja, In gran fretta raggiunge il paese nativo, ne scaccia la guarnigione turca, proclama l’indipendenza dell’Albania, ripudia la fede islamica e ritorna alla religione cattolica dei suoi avi.
La sua missione era ormai da lui stesso segnata! Tornato alla religione dei padri, dedicò la sua vita alla difesa della Patria e della Cristianità contro i Turchi e l’Islam. Sapeva però bene che da solo non sarebbe stato in grado di affrontare un tale compito e perciò passò subito a organizzare una coalizione dei Principi albanesi e a ottenere la cooperazione, almeno, dei Regni di Napoli, di Sicila e d’Ungheria e deila Repubblica di Venezia.
Un congresso fu tenuto il 1° marzo 1444 nella Cattedrale  di S. Nicola ad Alessio, la stessa chiesa dove Skanderbeg fu sepolto nel 1468. Oltre ai Principi albanesi, vi partecipò un osservatore inviato dalla Serenissima.
Il congresso deliberò:
1)la costituzione di una Lega dei Principi Albanesi e di un esercito albanese;
2)la nomina di Skanderbeg a Capo della Lega e Capitano Generale dell’esercito albanese.
Giorgio Castriota non perdette tempo ad apprestare i preparativi militari per tenersi pronto a fronteggiare la ormai certa offensiva che il Sultano avrebbe sferrato contro di lui egli altri Principi ribelli. Il 29 giugno dello stesso anno, cioè appena tre mesi dopo il Congresso di Alessio, Skanderbeg fu così in grado  di infliggere, a Torviollo, una clamorosa sconfitta ai Turchi, dando inizio a una serie di vittoriose campagne, che gli diedero la fama di condottiero invincibile e che valsero, fino alla sua morte, a salvaguardare l’Albania dalla dominazione turca.
Quella vittoria di Skanderbeg, con 15.ooo uomini poco agguerriti, contro 40.ooo soldati guidati da Alì Pasha indusse Murat II a sottoscrivere una tregua decennale, a Szeged, con gli Ungheresi. Il Sultano, in questa circostanza, riconobbe la sovranità di Skanderbeg su Kruja, sul castello della quale sventolava, dal 28 novembre 1443,  la bandiera dei Kastriot: una bandiera rossa, con un’aquila nera nel mezzo, che più tardi divenne la bandiera nazionale dell’Albania. Però, verificatesi  la rottura di quella tregua e la vittoria di Murat II su Giovanni Hunyadi, il 10 ottobre 1445 lo stesso Sultano mandò contro Skanderbeg grossi contingenti di cavalleria, che il Castriota annientò. Il 10 ottobre 1446, Mustafà Pasha fu vinto nella battaglia di Ottonetta, nella regione del Monte Mokri. Skanderbeg gli uccise 5.ooo uomini e del suo esercito non ne perirono che 70.
3- “BESA” TRA GIORGIO CASTRIOTA SKANDERBEG E  ALFONSO IL MAGNANIMO.
Mentre le forze della Lega albanese erano impegnate a difesa della Cristianità dagli Ottomani, la Repubblica di S. Marco si tramutò, inaspettatamente, in un centro di intrighi alle sue spalle. I Veneziani cominciarono a preoccuparsi che l’aumento delle posizioni di forza dello Skanderbeg potesse costituire una minaccia alle loro colonie, le città mercantili della costa orientale adriatica. Ciò finì col portare a una a una vera e propria guerra aperta tra Skanderbeg e Venezia, che continuò per tutto il biennio 1447-48.
Skanderbeg si arenò nell’assedio di Donja, Hamza, suo nipote, fece altrettanto a Drivasto. Un’armata veneziana di soccorso fu battuta dal primo sulle rive del Drin Nero, Mustafà Pasha fu vinto e catturato a Oroshi. I Veneziani offrirono la pace e si tennero Donja in cambio di altri considerevoli territori lungo il Drin.
Nel frattempo, un forte esercito ottomano di 100.ooo uomini, guidato dallo stesso Sultano Murat II, era partito per l’Albania nella primavera del 1448. La situazione andava facendosi serissima per gli Albanesi, i quali si sarebbero presto trovati tra due fuochi. Con lucida prontezza, Skanderbeg  intraprese una vigorosa operazione nella regione di Scutari e vi sconfisse le forze veneziane il 23 luglio. Il Sultano non riuscì a conseguire alcun successo e ritornò nella sua capitale per prepararsi a contrastare la rinnovata offensiva che Hunyadidall’Ungheria stava per scatenargli contro. I Turchi sbaragliarono le forze ungheresi nell’ottobre del 1448. Gli Albanesi, ora, rimanevano soli a fronteggiare l’uragano ottomano. Con un nuovo esercito di circa 100.ooo uomini Murat fece ritorno in Albania. Skanderbeg fu in grado di mobilitare solo 18.ooo combattenti. Dopo un fiero combattimento, nel Maggio del 1449 le truppe ottomane posero l’assedio a Kruja, difesa da una piccola guarnigione. Skanderbeg, con la maggior parte delle sue forze, rimase al di fuori della cinta dell’assedio, lanciando dall’esterno attacchi a sorpresa contro gli invasori. Dopo aver invano tutto tentato, durante l’intera estate, per prendere il castello di Kruja, le forze turche furono obbligate a ritirarsi, dopo aver perduto in  battaglia un quinto dei propri uomini.
Contemporaneamente a queste attività militari, Skanderbeg ebbe pure a curare una rilevantissima attività diplomatica al fine di creare più solide alleanze con Potenze straniere, specialmente italiane, interessate a una sua definitiva vittoria. Pertanto furono stabilite ottime relazioni col Regno di Napoli, rivale in Adriatico della Repubblica di S. Marco.
Inoltre, gli fu pure necessario superare l’opposizione di certi capi feudali che, in Albania, temevano l’accrescimento della sua autorità a loro scapito e cercavano d’impedire lo stabilirsi d’un forte potere centrale. Alcuni di questi capi feudali si spinsero fino al tradire e al porsi al servizio del nemico. Skanderbeg riuscì, tuttavia, a superare ogni ostacolo, operando per formare uno Stato albanese centralizzato.
Nello stesso 1449 si verificò la presa di Statigrad da parte di Murat II, favorita da un tradimento. Durante la ritirata, dopo questa spedizione, che ai Turchi costò la perdita di 50.ooo uomini, Skanderbeg tentò invano di riprendere Statigrad.
Nel 1250, Murat II e suo figlio, il futuro Maometto II, alla testa nuovamente di 100.ooo uomini, subirono uno scacco dinanzi a Kruja e furono costretti a ritirarsi, molestati dal Principe albanese.
Incalzato dalla costante pressione dei Turchi, il capo albanese avera pensato, negli anni 1449-50, di riannodare saldi rapporti con Venezia, dichiarandosi persino disposto, nel 1949, a mettersi sotto la sua protezione e a corrisponderle un censo annuo di 2.ooo ducati, la somma che prima sarebbe stato tenuto a pagare al Sultano, e nel 1450 offrendole la signoria della stessa sua città di Kruja; ma, sia la prima che la seconda vola, la Serenissima, che non voleva correre il pericolo d’esporsi a una guerra mossale dai Turchi, declinò l’offerta, limitandosi a dare segretamente qualche aiuto in denaro.
Le profferte, invece, che nel 1451 Skanderbeg fece al Re di Napoli, Alfonso d’Aragona, col quale i rapporti erano stati smpre cordiali, furono accettate in pieno.
Già nel 1447 c’erano stati tra Re Alfonso e Skanderbeg i primi approcci per la conclusione di un trattato d’alleanza, nel corso dei quali gli inviati di Skanderbeg avevano chiesto,tra l’altro, che il Re avesse concesso a lui e ai suoi un luogo di rifugio nelle Puglie, in caso di sconfitta nella guerra contro i Turchi.
Nel 1448 un capo albanese, Demetrio Reres, aveva anzi, coi propri figli e tre colonie di immigrati albanesi, prestato i propri servizi a Re Alfonso per sedare una ribellione  nella Calabria Citra, provincia che il Re affidò poi al governo del Reres. Da allora l’amicizia tra Alfonso il Magnanimo e Giorgio Castriota Skanderbeg divenne così intima che gli Albanesi, in varie occasioni, ebbero a sperimentare la munificenza e la generosità del Re di Napoli, il quale, per esempio, nell’Agosto del 1449, mandò loro un aiuto di 1.500 ausiliari, con artiglierie e vettovaglie, e, dopo la vergognosa ritirata di Murat dall’assedio di Kruja, nel 1450, spedì loro  non poco denaro e 200.ooo moggi di frumento e orzo.
A differenza dei reggitori di Venezia, che perseguivano una politica di prudenza e che, industriandosi a non romperla coi Turchi per non compromettere e danneggiare i loro commerci, non erano disposti a far causa comune con l’Albania, Alfonso il Magnanimo, che perseguiva la politica dei suoi antecessori Normanni, Svevi e Angioini, mirante all’espansione a Oriente e che vedeva nelle Puglie e nella dirimpettaia Albania le teste di ponte della strada per Costantinopoli, era dispostissimo a far sua la causa di questa nella sua lotta per l’indipendenza dai Turchi. Gli interessi del Regno di Napoli e della Lega dei Principi Albanesi concordavano pienamente. Skanderbeg non poteva, da solo, resistere ai Turchi e aveva perciò tutto l’interesse a ricorrere all’aiuto di Alfonso d’Aragona; questi, da parte sua, si avvantaggiava grandemente della cooperazione del capo albanese per intraprendere con prospettive di successo l’esecuzione del programma di espansione dell’influenza napoletana in Oriente e di cacciata dei Turchi dai Balcani. L’interesse di Skanderbeg era però più urgente e vitale, perché attinente alla vita stessa del suo Paese.
La posizione diversa in cui si trovavano i due contraenti ben spiega il contenuto del trattato da essi stipulato: trattato che stabiliva un rapporto che gli storici dicono di vassallaggio di Skanderbeg verso  il Re di Napoli e che noi preferiamo dire di “ b e s a ” tra l’eroe albanese e il il magnanimo sovrano aragonese.
L’iniziativa partì dal capo albanese, Nel Marzo del 1451 due suoi inviati proposero al Re Alfonso la conclusione di un trattato sulle seguenti basi:
1- ISSO GIORGIO ASSIGNAVA ET DAVA LA TERRA DE CROYA ET LO CASTELLO A LA PERSONA LA QUALE PER PARTE ET IN NOME DE ESSA MAIESTA’ SERRA’ MANDATA ET NON SOLO LA DITA TERRA ET CASTELLO, MA TUTTO QUELLO CHE EL DICTO S. GEORGIO HA ET HAVERA’ TERRA A COMANDO ET ORDINATIONE DE LA PREDICTA MAIESTA’ ET DE SOI OFFICIALI.
2- LO PREFATO S. GEORGIO VENERA’ PERSONALITER A LI PIEDI DE LA DICTA MAIESTA’ DOVUNCHA ORDENERA’ ET LI PRESTERA’ JURAMENTO ET HOMAGIO DE FIDELITA’ ET DE VASSALLAGGIO ET FARRA’ ET EXEQUIRA’QUANTO PER LA PREFATA MAIESTA’ LI SERA’ CPMANDATO.
3- ISSO GEORGIO ET TUTTI LI SOI PARENTI DARANNO ET PAGARANNO CIASCUNO ANNO A LA PREFATA MAIESTA’ LO TRIBUTO O HERACI CHE PER LO PRESENTE SONNO TENUTI DARE A LO GRANTURCO EN LO TEMPO ET SECONDO PAGANO A LO DICTO TURCHO.
s4- ET  LA PREFATA MAIESTA’ OFFERE, AVUTO LO DETTO PAESE, MANTENERE ET SERVARE TUTTI LI PRIVILEGI DE LA VITA DE CROYA ET DE TUTTO ALBANO, COME HANNO FATO TUTTI LI RE DE ALBANIA, ET MENTENIRE TUCTI LI SIGNORI CHE VERRANNO SUBIECTI A LA PREDICTA MAIESTA’. ET CONFIRMARA’ TUTTI LORO PRIVILEGI, TANTO A LA DICTA CITA’ QUANTO AD TUTTI LI SIGNORI.
Il trattato, discusso a Foggia,  fu concluso a Gaeta il  26 marzo 1451 e nel Maggio successivo un rappresentante del Re di Napoli si recò a Kruja con 100 fanti per esercitarvi i poteri conferiti al Re dal trattato. Il Re  si comportò così largamente e magnanimamente, come era suo solito, con Skanderbeg  e  con gli Albanesi che il rapporto stabilito col detto trattato ebbe di fatto il carattere d’un rapporto di protezione piuttosto che di vassallaggio.
Lo scutarino Marino Barlezio non parla infatti di un rapporto di vassallaggio creatosi con questo trattato, forse anche per il timore che esso potesse apparire umiliante per Skanderbeg.
Ma i fatti sono quelli che sono. Peraltro, la figura dell’eroe albanese non ne viene diminuita, perché egli era necessitato a comportarsi così e anzi si mostrò accorto nel contrarre quel vincolo, che gli assicurava l’appoggio del potente sovrano aragonese, senza del quale non avrebbe potuto resistere ulteriormente agli invasori turchi.
I legami tra Skanderbeg e la Corte napoletana divennero sempre più stretti e intini e affettuosi quelli tra Giorgio e Alfonso, come è testimoniato, da una parte, dalla riconoscenza e dall’attaccamento dimostrati dall’eroe albanese alla memoria di Re Alfonso con gli aiuti volontariamente prestati al figlio e successore di questi sul trono di Napoli, Ferdinando I (Ferrante d’Aragona), e, dall’altra parte, dalla maniera con cui Alfonso e Ferrante ricambiarono con pari cordialità e generosità l’amicizia di Giorgio.
In quel 1451 morì Murat II e gli successe Maometto II. Skanderbeg contrasse matrimonio con la diglia di Arianita Comneno, Principe dell’Epiro.
Nel 1452 si ebbe una prima spedizione in Albania del nuovo Sultano Maometto II. Il generale turco Hamza Pasha fu vinto e fatto prigioniero nella battaglia di Modrissa. Una nuova armata fu mandata dal Sultano  per vendicarlo; Skanderbeg distrusse anche quella. Nel 1453, un’altra armata turca fu da lui sorpresa e disfatta nella valle del Mokri.
Nello stesso anno gli Ottomani, con la presa di Costantinopoli, posero fine all’Impero bizantino, dopo 11 secoli di vita.    
4- A GIORGIO CASTRIOTA SKANDERBEG LA SIGNORIA DEL GARGANO
Nel 1454, Skanderbeg rifiutò lapace offertagli dai Turchi, ormai signori di quel potentissimo Stato, che era  stato il bizantino Impero Romano d’Oriente, e di tutti i Balcani, cosicché la piccola Albania rimase l’unico Paese cristiano in armi contro i Musulmani.
Nel 1455, Golemi, il migliore luogotenente di Skanderbeg, tradì e passò al servizio dei Turchi; battuto presso Oroshi e preso dai rimorsi, si consegnò al suo antico capo, che lo perdonò. Nel 1457, Hamza, altro favorito di Skanderbeg, sedotto dalle promesse di Maometto II, tradì e prese il comando di un’armata turca. Battuto anche lui e catturato  a Delbanisti, fu mandato prigioniero a Napoli.
Verso la fine della primavera di quell’anno, un esercito turco, forte di 80.ooo uomini, al comando del famoso generale Isa Bey Evrenos, fu inviato in Albania.  Questa armata turca entrò nel Paese, spargendo terrore e desolazione. Skanderbeg fece allora ricorso a un’astutissima tattica. Dopo piccoli combattimenti diede l’impressione al nemico d’essre stato disfatto e, proprio quando esso, senza alcun  sospetto,  stava celebrando la creduta sua vittoria, lanciò un attacco a sorpresa nella piana di Albulena, distruggendone completamente le forze degli invasori. Questa brillante vittoria ebbe grandi ripercussioni, non solo sotto il profilo militare, ma pure dal punto di vista politico. Il Sultano Maometto II fu costretto a offrire  una tregua di triennale. Skanderbeg accettò l’offerta, allo scopo di guadagnare tempo per riconsolidare l’economia del Paese, stremato dal perenne stato di guerra, e di riorganizzare e potenziare le sue non meno stremate forze.
Il figlio e successore di Alfonso il Magnanimo, Ferdinando I,  chiamò nel 1458 Skanderbeg in suo aiuto contro Renato d’Angiò. Skanderbeg riconfermò la tregua con i Turchi e si preparò a calare nelle Puglie.
Le cose volgevano ivi davvero al peggio per Ferdinando, quando Skanderbeg intervenne in suo aiuto.
Il comportamento da lui tenuto in questa occasione può considerarsi come l’espressione più pura delle nobili qualità di carattere di tutto il popolo albanese. Due lettere scritte in volgare da Skanderbeg, pubblicate nel 1874 assieme a quella scrittagli da Giovanni Antonio Orsini, Principe di Taranto, ne danno ampia dimostrazione. Appena gli fu data notizia della rivolta dei Baroni e della cattiva piega presa dagli avvenimenti per Ferdinando, Skanderbeg gli fece sapere che si teneva a sua disposizione e, nel Settembre del 1460. gli spedì in aiuto nelle Puglie un primo forte contingente di armati.
Questo intervento provocò il risentimento del più forte dei Baroni ribelli, l’Orsini appunto,, il quale, in data 10 ottobre 1460, scrisse al duce albanese una lettera, fatta di lusinghe e di minacce, per distorgierlo dal continuare ad appoggiare la causa di Ferdinando e per indurlo ad accordarsi invece con Renato d’Angiò.
A questa lettera Skandeberg rispose, punto per punto, in modo reciso e troncante. Il Principe di Taranto aveva fattoappello alla di lui saggezza e prudenza. Il leale Albanese gli rispose opponendogli la legge del dovere e la gratitudine imperitura che nutriva per il padre di Ferdinando I:
quello santo et immortale Re di Aragona dei quale io né nullo de li miei vassalli ne potremo ricordare senza lacrime . . .
Ve respondemo che . . . non ve dovete meravigliare de questo perché ve dovete ricordare che li consegli subsidis et favori et sancte opere de quello angelico Re forono quelle che conservarono et defesono me et miei vassalli da le oppressione et crudele mane dei Turchi inimici nostri et de la fede cattolica . . .
Havendo ricevuto uno tanto beneficio de Sua Maestà non poteria io né li miei vassalli mancare a suo figliolo senza diminuzione et infamia de perfidia et de grandissima ingratitudine. Sì che a questa parte non senza  consiglio et prudentia havemo cercato satisfare a la fede per defensione de la quale havemo passato molti pericoli et postoni infinite volte ad volontaria morte.
Alcuni altri passi di questa lettera dimostrano quale era la decisione e la fierezza del  Castriota, che da buon Albanese mai avrebbe tradito la “besa”. Nel respingere poi le larvate minacce del Principe di Taranto, esaltava così la forza sua e dei suoi:
Recordative che maiore era la possanza del Gran Turco che non è la vostra né anche del Signore che substenite, et essendosi restata sola la cità de Croja, la quale hogi è de Casa de Aragona et de Sua Maestà, et in quella trovandomi assediato contra tanto potere la defesi et conservai finché con danno et vergogna li Turchi se levarono, et io in breve tempo et con poca gente raquistai quello che molti inimici in longo haviano guadagnato”. 
Rigettava poi sdegnosamente le esortazioni dell’Orsini [“Da voi   non voglio esortazioni né consiglio”]. e lo avvertiva che le genti da lui mandate in aiuto di Ferdinando sarebbero tornate in Albania solo dopo avere”integrato lo suo Regno” e aggiungeva: “Et sono gente tale che bisognando che con bona volontà pigliariano omne morte in servitio de Sua Maiestà”.
Lo stesso giorno, 31 ottobre 1460, Skandeberg scrisse direttamente a Re Ferdinando per rinnovargli la promessa del suo aiuto.
Dopo aver affermato che i parenti e gli anici hanno il  dovere di accorrrere in reciproco aiuto senza  aspettare d’essere pregati o cercati e aver ricordato al Re che, appena conosciuta la ribellione dei Baroni, si era asubito messo a sua disposizione e che aveva mandato nelle Puglie i primi contingenti di armati, Skanderberg accennava alle lusinghe e minacce dell’Orsini e alla dura risposta inviatagli e assicurava  Re Ferdinando che gli sarebbe rimasto comunque fedele: “Segua qual caso voglia, che io sarò amico de la virtù et non de la fortuna”. Lo rincuorava, inoltre, dicendogli con l’orgoglio e il senso di fedeltà proprio degli Albanesi, che, anche in mancanza di altri, avrebbe supplito e lottato  in sua difesa insieme ai suoi:
Passeròpersonalmente con tanta gente che, mancandovi ogni altra persona, a me basta l’animo a supplire con li miei, et con la bona fede, con la quale voglio morire in servitio et stato de vostra Maiestà”.
Il duce albanese si firmò: “Servitore et vassallo de Vostra Maiestà  Georgio Castrioto dicto Scanderbego cun recomandatione”.
Nell’Agosto del 1461 Skanderbeg con le sue milizie venne infatti nelle Puglie e vi rimase fino al Gennaio dell’anno successivo, contribuendo, col suo intervento, a ristabilire  la posizione pericolante del Re Ferdinando, il quale gli rimase profondamente grato e gli attestò la sua riconoscenza col conferirgli, con espresssioni meritevoli, per varie ragioni, di particolare rilievo, in feudo le terre di Monte S. Angelo e di S. Giovanni Rotondo in Capitanata e un’annua provvigione di 1.200 ducati, facendo cosi di lui, data l’estensione di quelle terre, uno dei maggiori baroni del Regno e l’indiscusso capo del partito di quelli rimastigli fedeli.   
Caso rarissimo nella storia del feudalesimo: invece di dovere lo Skanderbeg alla Corona un censo per il feudo attribuitogli, era la Corona a corrispondergli una pensione!
Quel 1431 registrò una felice campagna di guerriglia, nella quale era insuperabile, del Castriota, nell’Abruzzo Citra, nel Contado di Molise e in Capitanata e alla sua definitiva vittoria di Orsara di Puglia. Nel biennio 1431-32, dopo il suo rientro in Albania, fu parimenti vittorioso nel Dibrano su Sinam Pasha e Hassem Bey. Dopo aver vinto Jussum Bey nella battaglia di Uskub /Skopjie) e Karamza Bey in quella di Livad, stipulò una nuova tregua con i Turchi: breve, perche’ egli stesso ben presto la interruppe.
I motivi che lo indussero a ciò, altrimenti inspiegabili, vanno attribuiti al fatto che Venezia era andata nel contempo facendo pressioni sul Sultano perché rompesse quell’armistizio. Skanderbeg non fece quindi altro che precederlo, ponendosi nelle condizioni  idonee per respingere ben tre nuove spedizioni turche. Maometto II riprese allora l’assedio di Kruja e invase l’Albania, infatti, nel 1463, con un potente esercito, ma fu batturo presso Ohrid; due anni dopo fu anzi costretto a ritirarsi da Kruja.
Sono degni di rilievo due documenti con cui il Re Ferdinando d’Aragona fece concessioni in favore di Skanderbeg, rispettivamente del 10 e 12 aprile 1464, sia  per le espressioni di affetto e riverenza che Ferdinando adopera nei riguardi del Castriota, che vi è chiamato finanche “padre nostro carissimo”, sia perché il duce albanese è qualificato come “Albaniae Dominus”, il che sta a indicare come a Napoli si pensasse allora all’Albania come a un tutto unitario, o quanto meno come a un Paese da ridurre a unità, secondo quanto già avevano pensato di fare i Normanni, Manfredi e gli Angioini.
Il 14 aprile dello stesso anno, in Napoli, Skanderbeg prestò a Ferdinando I giuramento di fedeltà, attestato dal seguente verbale:
ILLUSTRIS DOMINUS GEORGIUS CASTRIOTIDICTUS SCANDERBECH, ALBANIE DOMINUS AC FACTUS NOVUS DOMINUS TERRARUM MONTIS SANCTI ANGELI ET SANCTI JOANNIS ROTUNDI, PERSONALITER PRESTITIT IN MANIBUS DOMINI REGIS IN FORMA SOLEMNI ET CONSUETA LIGIUM HOMAGIUM ET FIDELITATIS DEBITE SERVANDIS SACRAMENTUM IN CASTELLO NOvO CIVITATIS NEAPOLIS DIE XIIII APRILIS MCCCCLXIIIi PRSENTINUS JOANNE CAYNI ILLUSTRISSIMI  DOMINI DUCIS MEDIOLANI ORATORE, ROBERTO DE URSINIS COMITE TAGLIACOCIJ ALBEQUE, RROCCARDO DE PERSICO COMITE SABLONETE ET ALIJS COMPLURIBUS IN NUMERO OPORTUNO.
Anche con Venezia, in quest’ultimo periodo della sua vita, Skanderbeg riannodò stretti legami, se pur su una base ben differente da quelli contratti con Napoli.
I passati contrasti avevano avuto motivi e carattre contingenti, ma k’interesse comune wra, ora,  quello di stare uniti contro i Turchi e tale interesse prevalse, poiché la potenza della Messaluna era divenuta più minacciosa per la stessa Venezia. Nel 1463 venne quindi conclusa un’alleanza, in base alla quale si impegnavano  Skanderbeg  a riprendere la guerra contro i Turchi e i Veneziani a sostenerlo con denaro e con soldati italiani: l’ammontare dei sussidi doveva essere determinato direttamente dal Gran Consiglio della Serenissima e non dai Governatori veneziani in Albania; una galea bene armata e un’altra nave veneziana dovevano essere inviate a vigilare le coste albanesi dal mese di Aprile al mese di Giugno, periodo in cui i Turchi scendevano d’ordinario in Albania, per proteggere il Paese e le popolazioni. Nel caso che Venezia avesse fatto pace coi Turchi, si sarebbe dovuto comprendere l’Albania nel trattato. Il primogenito di Skanderbeg era ammesso nel patriziato veneziano. Venezia s’impegnava, inoltre, nel caso che il capo albanese si trovasse in pericolo, a conferirgli un rifugio, nel quale avesse potuto vivere, nell’attesa del momento propizio per far ritorno nel suo Paese. Evidentemente il Gargano non era considerato in tale evenienza sicuro, perché troppo vicino alla opposta costa adriatica ed esposto a incursioni turche.
5-L’ALBANIA CRISTIANA MUORE A LEZHA CON SKANDERBEG.
I patti conclusi da Giorgio Castriota Skanderbeg, Capitano Generale della Lega dei Principi Albanesi, con la Serenissima Repubblica di Venezia non alterarono in alcun modo il legame speciale che egli, Barone delle Terre di  Monte S. Angelo e S. Giovanni Rotondo, in Capitanata, aveva col suo signore feudale, il Re di Napoli. L’accordo da lui concluso con Venezia, costituiva una vera  e propria alleanza, sulla base della parità dei due contraenti. Anzi egli diveniva il tramite di amicali rapporti tra i due Stati italiani e tra essi e la Lega albanese. Nasceva un’intesa, di fatto, tra le tre Potenze adriatiche, intese a preservare l’indipendenza dell’Albania, alla salvaguardia della quale i due Stati italiani avevano pari interesse,e l’Albania poteva così, anche se a titolo diverso, richiedere e avere aiuti da quei duepotentati. Infatti di auti Skanderbeg aveva sempre più bisogno, giacché, malgrado le sue continue vittorie, il suo popolo si andava estenuando, mentre, all’inverso, i Turchi potevano ritornare in qualsiasi momento all’assalto, forti di armate rinate e sempre più numerose e agguerrite.
La guerra, che era malauguratamente ricominciata, per istigazione, prima di questa intesa, proprio dei Veneziani, vide i Turchi, comandati da Sheremet Bey, battuti il 14 agosto 1464 presso Ohrid. Una nuova armata, condotta da Balaban, rinnegato albanese, fu battuta nelle gole di Valcalia. Balaban, tuttavia, era riuscito a catturare Golemi e  altri capi albanesi, che il Sultano fece scorticare vivi. La sua armata fu definitivamente distrutta presso Orosh. Ma non desistette, ne formò presto una seconda, che fu sconfitta a Statingrad. Irriducibile, invase di nuovo l’Albania attraverso Valcavia, mentre un altro  rinegato albanese, Yakub, progettava un movimento accerchiante dall’Epiro. Ma, prima che i due potessero ricongiungersi, Skanderbeg  li annientò, l’uno dopo l’altro.
L’anno seguente, Maometto II accorse con 100.ooo umini in soccorso di Balaban e ripose l’assedio a Kruja. Costretto a ritirarsi, lasciò a Balaban un esercito di 20.ooo uomini. Skanderbeg, dopo aver cercato invano fatto ricorso per aiuti pure  al Papa, riuscì comunque a reclutare un’armata in Illiria e fece anche prigioniero un fratello di Balaban. Lo stesso Balaban fu, poco dopo, vinto e ucciso.
Per chiedere aiuti. il Castriota venne nuovamente in Italia, nel Dicembre del 1466, prima a Roma e poi a Napoli. Fu accolto nelle due città con tutti gli onori, ma non poté ottenere che aiuti limitati.
Paolo Pp. II (Pietro Barbo) lo sovvenne con 5.ooo ducati.
Re Ferdinando  lo aiuto nei limiti del possibile, come risulta da questa sua lettera  al Protonotario Rocca del 26 marzo 1467: “Vi avisamo li avimo donati ducati mille in contanti. Item duecento carra di grano con tracta. Item la tracta de cento altra carra de grano. Item la paga delli fanti che sono in Croya”. Erano questi i fanti napoletani che il Re vi teneva in virtù del suo diritto d’Alto Signore del Paese. Aggiungeva il Re: “Item la paga del castello di Croya. Item munizione per lo castello; et ducati V.c per le spese, oltre le spese facta a lui et tucti soi finché è stato qua”.
Tornato in patria, Skanderbeg riuscì ugualmente a tener  testa ai Turchi.
Nel giugno del del 1466, all’epoca del raccolto, il Sultano Mohamed II era giunto in Albania alla testa di un’armata di 150.ooo uomini. Kruja era stata nuovamente assediata. La situazione era divenuta criticissima. Nondimeno, dopo aspre battaglie sotto le mura di Kruja, gli Albanesi costrinsero i Turchi ad abbandonare il campo di battaglia, nell’aprile del 1467.
Fallì pure l’assedio turco di Durazzo e, a conclusione della campagna, il Sultano fu costretto ad abbandonare il Paese, lasciando – sempre minaccioso - però alla frontiera un esercitodi 30.ooo uomini.
Malgrado le ripetute vittorie riportate sui campi di battaglia, la situazione in Albania diveniva sempre più allarmante. Mancavano armi, viveri, uomini. Skanderbeg tentò di rinnovare la Lega albanese dell’anno 1444. Convocò i Principi albanesi a Lezha (Alessio), ma la sua ora era segnata. Là fu colto da fatale malattia, che lo portò in breve alla tomba, il 17 gennaio 1468.
Si disse che i suoi seguaci avessero insellato il cadavere – così come era avvenuto per il Cid Campeador – sul cavallo da lui preferito e avessero spinto questo contro i Turchi avanzanti, che al solo intravederlo sarebbero fuggiti terrorizzati. Ma è mera leggenda. Fu sepolto invece, con onori reali, nella Cattedrale di Alessio.
Giorgio Castriota Skanderbeg fu davvero il Padre dell’Albania e ancora oggi, a distanza di oltre cinque secoli gli Albanesi portano sui loro costuni tradizionali i segni del lutto per la sua dipartita.
Saggio amministratore, quanto valentissimo generale, si può presumere che, se la morte non lo avesse colto anzi tempo, sarebbe stato capace di riorganizzare stabilmente il suo Paese, da lui fatto libero. Sparve con lui la figura più nobile e pura dell’Albania e anche tra le più eminenti e gagliarde di quanti si levarono sulle scene del finire del Medio Evo e del trapasso all’età moderna.
Era così venerato dagli stessi Turchi, da  lui pur tanto combattuti, che, quando essi si impadronirono di Alessio, nel 1478, ne aprirono il sepolcro e si spartirono le ossa, facendole in moltissimi pezzi, non per dispregio, ma perché ognuno di loro ne potesse  portar via  e non come amuleti, ma come reliquie.
Fisicamente era un uomo di una prestigiosità eccezionale, di statura e forza fuor del comune. Si vuole che a Taranto, in un incontro con il celebre capitano di ventura Niccolò Piccinino, che, postosi al servizio di quel Principe, voleva indurlo ad abbandonare la causa di Ferrante d’Aragona, lo abbia sollevato con le sue forti braccia bene in alto e minacciatolo di scaraventarlo a terra.  Tante volte, combattendo corpo a corpo, era riuscito vittorioso dallo scontro, solo in virtù della sua personale gagliardia. Si racconta che, durante la campagna che egli condusse in Bitinia, sotto le insegne di  Murat, avendo scalato per primo le mura della città d’Oltrea, saltò nella piazzaforte e vi si ritrovò solo, ma i difensori ne furono talmente spaventati da domandar subito di capitolare.
Contrariamente ad altri condottieri del suo tempo, diede esempio costante di possedere un complesso armonioso di virtù e si potrebbero citare a lungo esempi cospicui della sua fedeltà alla parola data e della sua generosità. Fece, è vero, ai nemici guerra senza quartiere, ma erano i costumi del tempo a imporglielo e non sempre le circostanze gli consentirono d’usare  troppi complimenti ai nemici.
Grande sventura per il suo Paese fu, pertanto, che la sorte non gll abbia concesso il tempo di organizzarlo interamente inpace. Così, la sua opera di condottiero e di reggitore non gli poté sopravvivere.
In virtù delle sue qualità di saggio politico e amministratore, che raramente si trovano congiunte alle virtù peculiari di un uomo d’arme, Skanderbeg riuscì (e fu la prima volta che ciò accadde nella storia albanese) a fondere la maggior parte delle tribù albanesi in una sola vera compagine a carattere nazionale: compito, questo, cui solo un uomo del suo valore, del suo prestigio, del suo genio, poteva attendere con successo.
Se si scorrono le pagine di una qualsivoglia sua biografia, si è presi da ammirazione, nell’annoverare le ininterrotte vittorie che per più di 20 anni seppe conseguire contro nemici agguerritissimi, formidabili per numero, risorse e valore. Modesto principe d’un villaggio rupestre, seppe ridurre allo scoraggiamento nemici quali un Murat II e un Maometto II. Eppure, nelle migliori delle situazioni, non comandò che 20.,000 uomini, dei quali si poteva fidare solo fino a un certo punto, perché  le lusinghe avversarie e le possibilità d’una defezione erano vaste e continue e i suoi stessi luogotenenti gliene diedero più volte prova. Gli occorse, pertanto, sfruttare le più accorte e residue risorse del suo incontestabile genio militare, sorretto da una prestanza  fisica che suscitava sgomento solo al mostarsi.
Purtroppo, i Principi della Cristianità, sia d’Oriente che di Occidente, non compresero quale compito avrebbe potuto assolvere  nella guerra contro i Turchi, nel momento decisivo in cui essi prendevano decisamente piede in Europa. Non seppero venirgli tempestivamente  e adeguatamente in aiuto, onde egli dovette limitarsi a una guerra puramente difensiva del suo Paese: così le sue vittorie rimasero sterili e gli mancò la possibilità di coglierne i frutti. Fu degno, tuttavia, di essere collocato nel novero dei più grandi generali, di cui fa menzione la storia e ben a ragione i Turchi lo chiamarono “Principe Alessandro” in memoria di Alessandro Magno.
Dopo la luminosissima meteora della sua vita, la storia europea - e non solo dell’Albania - ripiombò ancora, per secoli, nel disordine e nelle tenebre.

 

            
         
           






2010-10-04


   
 

 

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