|
Uno dei film meno riusciti o possiamo anche dire più brutti del cinema italiano, malgrado la firma prestigiosa di Mario Soldati, si intitolava “Italia piccola”. Uso il verbo al passato poiché, a quanto pare, di quella pellicola non c’è più traccia nemmeno nel Centro Sperimentale di Cinematografia e quel che resta, appena qualche spezzone, non è più proiettabile. Dopo tutto, visto i risultati di quella operazione, meglio così. Quello che viceversa è tuttora non solo rintracciabile ma tenacemente attuale è per così dire il senso di quel titolo, vale a dire la condizione psicologica e sociale che quella messinscena melodrammatica intendeva trasmettere: l’insincerità dell’ambiente,la meschinità dei sentimenti, l’ipocrisia e il cinismo dei comportamenti,l’incapacità di affrontare la verità,ecc. A giudicare da come vanno le cose nel Belpaese, quell’impastodi sconcertante arretratezza che credevamo scongiurato e remoto (il film fu girato del resto nel 1957) è tuttora vivo e presente e pervade ancora lo status mentale, i costumi, gli atteggiamenti della società contemporanea. E’ come se quel processo di affrancamento civile ed esistenziale che gli anni della ricostruzione, del boom economico, dell’alfabetizzazione di massa prima e dell’europeizzazione e globalizzazione poi, ci avevano illuso di aver pienamente riscattato e archiviato, non fosse riuscito alla fine a farsi strada per davvero, a diventare cioè parte integrante della nostra vita, ovvero condizione conclamata e condivisa del nostro “modus vivendi”. La realtà ci offre un quadro desolato, ovvero ci impone di fare i conti con un paese svuotato e contraddittorio o meglio che sembra voler procedere testardamente contromano: siamo rimasti cioè paesani (e provinciali) eppure èscomparsa la cultura contadina, inneggiamo alla industrializzazione globalizzata laddove scarseggiano sempre più le fabbriche e gli opifici (per non parlare della classe operaia, che è poi stata storicamente portatrice dei valori di solidarietà e fratellanza). A reclamare poi il proscenio (l’eterno “specchio delle mie brame”) sono i personaggi più inadatti al ruolo, ma coloro che pretendono le parti più importanti della “rappresentazione” - non di rado veri e propri cialtroni - suscitano nel migliore dei casi un sentimento di avara compassione. Si fa a gara per mettersi in evidenza più e meglio degli altri (e non solo in televisione o sui rotocalchi), ci riteniamo “à la page” perché nel parlare, tra tante volgarità e reiterati strafalcioni inseriamo qualche parola d’inglese, ma poi nessuno parla e capisce davvero la lingua di Shakespeare, a cominciare dai politici o daipersonaggi dello “star system”. Poco tempo fa Livio Garzanti ha sottolineato come “la cultura si sia fermata:la lingua che si parla ne è un segno evidente: sta degenerando senza sostegni. E’ difficile persino capirsi tra padri e figli. Le frasi fatte stanno soffocando la lingua parlata, i luoghi comuni corrompono anche l’immaginario”. Se si mette il naso fuori dalla finestra, vale a dire se si fa una gita, visti i tempi, quasi “fuori porta”, mettiamo in Francia, Germania o Inghilterra, ci rendiamo conto di come – tranne qualche sortita occasionale e per noi assai negativa - siamo stabilmente ignorati e mentre in casa nostra, ad esempio, mostriamo entusiasti in tv il premier inglese col quarto figlio tra le braccia,gli avvenimenti di cui siamo bene o male protagonisti sembrano viceversa non interessare nessuno, cadono direttamente nel dimenticatoio. E d’altra parte ci rendiamo conto che non è poi così semplice fare intendereciò che avviene tra le mura amiche - vedi le ultime vicende socio-politiche - se noi stessi dopo giorni e giorni di discussioni, precisazioni, smentite e ritrattazioni non ci abbiamo capito né poco né punto. Così come non riusciamo a intravedere le ragioni per cui uno sciopero di calciatori riceva maggiore attenzione rispetto all’azione di quei lavoratori che si sono rinchiusi in un carcere in Sardegna per difendere il proprio posto di lavoro e conseguentemente la propria famiglia. Alla fine dobbiamo convenire che l’Italia piccola di cui all’inizio non è riuscita a crescere concretamente, a diventare grande, ovvero adulta e matura e resta semmai riconoscibile nelle sue peculiarità più deleterie, proprio quelle cioè che la definiscono al tempo stesso chiacchierona e provinciale, fraudolenta e insincera, inconcludente e servile.
|