GLI ALBANESI IN CAPITANATA
DALLA VALLE DEL FORTORE AI MONTI DELLA DAUNIA
 







E m i l i o B E N VE N U T O




Scriveva nell’aprile del 1911 l’Avv. Terenzio Tocci [L’Albania e gli Albanesi, Sesto S. Giovanni, SEM, s.d., p. 57]: “Parecchie furono l’emigrazioni in Italia, ove oggi si contano circa centomila albanesi, dei quali tutti conservano intatti lingua, usi e costumi della patria di origine. – Invero l’Italia di allora, dei secoli XV e XVI, non fu molto ospitale . . .”
Né molto ospitale – aggiungiamo oggi – deve essere stata nei secoli seguenti -  se dei numerosi insediamenti albanofoni in Capitanata, non ne rimangono che due soli:  Chieuti, nella Valle del Fortore, e Casalvecchio di Puglia, nei Monti della Daunia. E’ evidente che ben più antica del sec.XXI è tra noi la moda delle leghe e dei governanti xenofobi.
Una testimonianza di ciò ci fornisce il volumetto dell’Avv. Tocci, ricordando che quegll Albanesi usavano dire: “Il porco e l’Italiano siano lontani da casa”. Ma ricorda pure che non era che la risposta al detto popolare: “Se vedi un lupo e un Gheco, spara prima al Gheco e poi al lupo”. “Gheco” stava a significare Albanese. Infatti ghecofoni sono gli Albanesi dimoranti nelle regioni  dell’Albania a nord del fiume Shkumbin.
Ci scusi il lettore la prosaicità del ricorso a questi mezzi di indagine, impiegati dall’Avv. Tocci, ma gli è che essi sono riassuntivi e ci risparmiano tempo e spazio.
Gli Albanesi, inoltre, venuti in Italia coi loro costumi eminentemente balcanici, in maggioranza di rito bizantino e non latino, colpirono e spaventarono la fantasia delle superstiziose popolazioni del Mezzogiorno,  ove, dal continente alla Sicilia, si sparsero le loro colonie, di modo che dovettero subire molte angherie, principale fra tutte l’abbandono forzato nelle colonie pugliesi del rito d’Oriente.
Fino al finire del sec. XVIII, era assolutamente vietato dai costumi albanesi il matrimonio con Italiani, ma agli inizi del XX, fortunatamente, erano già scomparsi gli odi, come pure qualsiasi dissenso, e alla guerra, non sempre fredda,  che dilaniava le due parti, era subentrata un’ammirevole cordialità di rapporti, che, cominciando dalla politica, arrivavano al sacrario della famiglia. 
La pace fu ispirata e poi cementata dal sacrificio che in comune fecero alla causa d’Italia. Molti furono gli eroi e i martiri albanesi che nelle prigioni, sul patibolo e sui campi di battaglia – specie tra le schiere dei Garibaldini – diedero largo e generoso contributo al Risorgimento della loro patria d’elezione.
Focolare di nobili idee, vivaio umano di cavalieri della libertà e della giustizia, furono Casalvecchio e Chieuti, ma lo fu soprattutto il Collegio Italo-Albnese di S. Demetrio Corone, al quale, in omaggio ai servigi resi all’Italia dagli Albanesi, Garibaldi, Dittatore del Napoletano, decretava l’assegnazione di 60.ooo scudi.
E’ bene qui - per inciso e per la verità storica -  far osservare che tanto il Governo sopraggiunto di Re
Vittorio Emanuele II di Savoia quanto quelli successivi un bel nulla  pagarono! . . .  Solo molto dopo, riordinandosi quel Collegio, vi si istituì una cattedra di lingua albanese, ma  ce ne volle! . . .
Agesilao Milano, col suo attentato al Borbone, parla eloquentemente per tutti, come di  tutti i sacrifici dà un indice quel villaggio albanese di sole 1.500 anime, che mandò ben 300 dei suoi uomini sotto le bandiere del Gen. Garibaldi.
A proposito, anzi, vogliamo pure riferire,attingendo da  “La nazionalità albanese” di Dora d’Itria (pseudonimo di Elena Ghika), un episodio meraviglioso: a Gaeta i volontari  comandati dal Pace, sorpresi da un’improvvisa sortita della guarnigione borbonica, si diedero alla fuga, quasi in preda a terrore e gravi  conseguenze se ne sarebbero avute, se 23 giovani albanesi (dauni e calabresi!) non avessero soli affrontato il nemico e dato così tempo a quei volontari di riordinarsi e riconquistare la posizione perduta! . . .
Le due colonie albanesi della Capitanata, al pari di tutte le altre,  pur non obliando i doveri che le legano all’Italia, non hanno, per un solo momento, dimenticato la loro patria d’origine, con la quale mai hanno cessato di corrispondere. Infatti, numerosi scritti, in italiano e in albanese, congressi e comizi, vibranti proteste di amor patrio, vengono continuamente ad affermare i vincoli di sangue e di fede nei destini dell’Albania.
Sono trascorsi sei o cinque secoli dacché gli Albanesi d’Italia hanno oltrepassato l’Adriatico per sottrarsi alla vile condizione di rahias (schiavi, quindi, senza i diritti degli altri sudditi turchi e gravati di onerosi tributi), eppure i loro discendenti soffrono sempre la nostalgia, la manifestano nei minimi atti della  vita, sono fieri del Paese d’origine e ne hanno un culto, che a turpi modernissimi ciurmatori potrà sembrare fanatico, ma che non esclude però la simpatia  di coloro che hanno la fortuna di non rinnegare i sacrosanti sentimenti che fanno amare la Patria.
L’Albanese di Casalvechio o di Chieuti parla dei suoi monti d’olremare con entusiasmo, fremendo; s’inchina alla nostra – e pur sua – Italia ed è pronto a rinnovare martìri e sacrifici per essa, come per qualsiasi causa giusta, ma se è domamdato della sua nazionalià, risponde fieramete d’essere Albanese (Une’ jam Arbe’resh), con una fierezza non minore di quella con la quale un figlio di Roma avrebbe detto: “Civis Romanus sum!”.
Parrà a qualcuno che noi, invece di esporre obiettivamente, facciamo un’apologia: se il nostro sospetto è fondato, ci affrettiamo a dire che, attenendoci fedelmente alle risultanze storiche, intendiamo porre riparo agli errori, alle ingiustizie, alle calunnie, a tutte le inesattezze, che per colpa dell’ignoranza di allevatori di trote, ex pifferai, cavadenti e ancor peggiore genia di analfabeti si sono dette, gravando la mano, su un generoso popolo, dalla storia non meno della nostra gloriosa.






2010-09-10


   
 

 

© copyright arteecarte 2002 - all rights reserved - Privacy e Cookies