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Se ne è parlato anche altre volte: è ormai diventata una forma di irresistibile aspirazione largamente condivisa e generalizzata della quale purtroppo non si riesce a fare a meno. In un paese che appare sempre più sprovvisto di guide, in tutti i sensi, che vive alla giornata in attesa di qualche prodigio o miracolo, non si riesce davvero a capire come mai tanti trovino il tempo per organizzare e dispensare premi e riconoscimenti a destra e a manca con un ritmo tanto vorticoso che in un futuro nemmeno così lontano sarà necessario probabilmente rivolgersi oltreconfine con continuare a impinguare il palmarès dei meritevoli a meno che non si decida,in assenza di “numero legale” ovvero di pretendenti, per premiare se stessi e basta. Occorre prendere atto in ogni caso che l’andazzo è irreversibile per cui appare finanche banale chiedersi come mai in un contestosociale che precipita senza freni ci siano poi tante eccellenze e tanti “pezzi pregiati” le cui doti sono da mettere per così dire in bacheca o le cui gesta sono da iscrivere nell’albo imperituro e destinate ai posteri a venire. Sia come sia, nessuno intende però sottrarsi alla tentazione di organizzare un premio anche ignorando valutazioni più sensate e approfondite che consiglierebbero se non altro una certa prudenza per non scadere, come spesso accade, nel ridicolo. Prendiamo un esempio. Il comune di San Giorgio a Cremano in provincia di Napoli intende rivitalizzare il premio intitolato ad un suo figlio illustre, il sempre amato e compianto Massimo Troisi.Per farlo ha pensato bene di affidare la direzione artistica a Maurizio Costanzo. E lo ha fatto a ridosso della manifestazione che è prevista per il prossimo luglio. La prima osservazione che nasce in modo più che naturale sta nel fatto che non si capisce comesarà possibile mettere in piedi un evento apprezzabile in così poco tempo, e soprattutto non si intende la ragione per la quale non sia stato concesso, come sarebbe stato invece logico, ad un comitato organizzatore un tempo sufficiente per realizzare adeguatamente un programma dignitoso. Ma la verità è che, anche in questo caso, si è inteso puntare tutte sulle qualità taumaturgiche del conduttore televisivo, (impegnato tra l’altro fino alla vigilia del premio Troisi a discettare tutte le sere nel pollaio mediatico per i mondiali di calcio) certi che grazie a lui tutte le luci della ribalta al momento opportuno si accederanno sulla manifestazione. Ecco allora il punto: si rischia di perdere un’ occasione per ricordare un grande talento nella maniera più degna, rinunciando a qualcosa magari di più serio e duraturo (ad esempio concedere ai giovani la possibilità di godere di borsedi studio per avviarsi al mondo dello spettacolo, invitare gli aspiranti ad elaborare soggetti e canovacci per il cinema e la televisione, coinvolgere le scuole in un progetto di ricerca pluriennale,ecc.). Si affida viceversa il tutto ai poteri mediatici del mezzo televisivo con i suoi vari codicilli. C’è verosimilmente da supporre che proprio il grande Massimo non avrebbe gradita una soluzione del genere - o l’avrebbe amabilmente derisa - se si pensa a come considerava il potere onnivoro e rincretinente della televisione. Basterà per questo andarsi a rivedere lo straordinario, indimenticabile sketch di “Indietro tutta” laddove la televisione – “che non poteva sbagliarsi” – lo convinceva a diventare un altro, gli imponeva cioè una nuova e diversa identità, quella del collega Rossano Brazzi: un autentico pezzo di bravura di un grande mattatore dello spettacolo. Ma i premi, come sappiamo, in fondo non tengonoconto del talento vero né si preoccupano di preparare un futuro. Si accendono e si spengono col ritmo stesso con cui si muovono le luci delle occasionali ribalte allestite di volta in volta e servono semmai solo a dare per qualche istante una parvenza di identità.
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