LA SPONDA DEL MEDITERRANEO
 











-Vi racconto cosa significa scrivere un bestseller nel mondo arabo-
Professore universitario di filosofia islamica e sufismo, direttore del Centro dei manoscritti e del Museo affiliato alla Biblioteca d’Alessandria, riaperta all’inizio del decennio e diventata uno straordinario centro culturale per tutto il mondo arabo, Youssef Ziedan, classe 1958, dopo una lunga carriera accademica dedicata agli studi arabi e musulmani, è diventato noto a livello internazionale grazie a un romanzo pubblicato al Cairo lo scorso anno che ha suscitato un ampio dibattito in tutto il mondo e che viene ora proposto da Neri Pozza nel nostro paese: Azazel (pp. 382, euro 18,00). Il libro, il cui titolo evoca il nome attribuito dai commentatori medievali a un demone del deserto, racconta la vita e le avventure di Ipa, un monaco cristiano del V secolo dopo Cristo, sullo sfondo della lotta senza quartiere che divideva all’epoca la comunità cristiana, ad esempio tra i seguaci del Vescovo di Costantinopoli Nestorio e quelli del Patriarca Cirillo, l’Arcivescovo di Alessandria d’Egitto. E in questo contesto che verrà uccisa, da dei monaci cristiani, l’astronoma e filosofa Ipazia alla cui figura ha recentemente dedicato un film Alejandro Amenabar, Libertad .
Professor Ziedan, una parte della stampa europea ha voluto vedere nel suo romanzo una sorta di reazione islamica alle tesi occidentali dello "scontro di civiltà", visto che in questo caso sono i cristiani ad essere descritti come persecutori. Si ritrova inq uesta decrizione della sua opera?
Decisamente no, non c’era questa intenzione. Il mio lavoro alla Biblioteca, i miei scritti, sia saggi che romanzi e racconti, vanno tutti nella direzione opposta rispetto alla teoria dello "scontro di civiltà" perché io lavoro al tentativo di dimostrare che la violenza non è specifica a una religione, piuttosto è collegata all’intera storia umana, alle azioni umane e non alla fede. Per esempio, non è corretto vedere un legame tra Osama Bin Laden e l’Islam, la sua storia è infatti legata molto di più alla stagione del Nuovo ordine mondiale che è stata avviata dagli Stati Uniti. Quindi si potrebbe dire che Osama esprime una cultura più vicina a quella degli Stati Uniti che a quella musulmana. Anche il Vescovo Cirillo di cui parlo in Azazel è legato ai suoi obiettivi di uomo più di quanto non sia legato al cristianesimo. Perciò io mostro come non sia giusto né possibile che qualcuno possa davvero arrogarsi il diritto di parlare a nome di Dio. O di presentarsi come il rappresentante di un’intera cultura. Questo perché le civiltà, le culture, le religioni non possono essere rappresentate da uno o più individui. E’ una questione sociale. Perciò se non c’è un sostegno da parte degli altri individui che si riconoscono in quella fede o cultura, nessuno può parlare a loro nome e indicarne scelte invece mai
prese. La maggioranza dei musulmani nel mondo oggi rifiuta le azioni di Al Qaeda o i proclami di Bin Laden. Come la maggioranza dei cristiani negava ogni legittimità alla violenza di Cirillo. Il mio atteggiamento è risolutamente avverso all’idea dello scontro di civiltà e cerco di dimostrare la falsità di questa tesi e delle argomentazioni usate abitualmente per sostenerla che, già solo postulandone l’esistenza, cercano di creare dal nulla questo "scontro".
"Azazel" ha vinto quest’anno l’Arab Booker, il maggiore premio letterario panarabo, ed è diventato rapidamente un bestseller in tutta la sponda Sud del Mediterraneo. Ma cosa significa scrivere un romanzo di successo nel mondo arabo, si può parlare dell’esistenza di una vera e propria industria culturale e su quali canali di circolazione e distribuzione si può basare il successo di un libro?
Il romanzo è uscito in Egitto poco meno di due anni fa e siamo arrivati già alla 17a ristampa, mentre sono più di 400mila le copie che sono state scaricate da internet. Fino ad ora, si tratta del libro più venduto nella storia della letteratura araba moderna. Questo senza contare il fatto che contro "Azazel" i vescovi della Chiesa copta hanno pubblicato ben quattro libri. Perciò, non perché mi riguarda personalmente, ma è chiaro che non stiamo parlando di una pubblicazione qualsiasi. In ogni caso, comunque, per quanto riguarda l’industria culturale e la fruizione dei libri molte cose stanno cambiando in tutto il mondo arabo. Molti altri libri, romanzi ma anche saggi, stanno conoscendo un grande successo, con decine di ristampe nelle spazio di pochi anni. Solo per restare in Egitto, i romanzi di Ala Al Aswani ( Palazzo Yacoubian e Chicago , entrambi pubblicati in Italia da Feltrinelli) hanno avuto 15 ristampe ciascuno e Taxi (vedi recensione nella pagina accanto) ha venduto centinaia di migliaia di copie. E’ in atto un grande cambiamento nei paesi arabi che stanno diventando più liberali, meno oppressi dalla censura e dai governi totalitari e tutto questo sta favorendo un risveglio culturale la cui profondità di può cogliere proprio osservando la circolazione di libri.
Nell’ambito di questo risveglio della cultura araba che cosa ha rappresentato nel 2002 la riapertura della storica Biblioteca di Alessandria, dove lei lavora oggi?
Nel giro di pochi anni la Biblioteca ha contribuito a questo risveglio: oggi abbiamo circa un milione di visitatori ogni anno. Molti libri sono stati pubblicati grazie al sostegno di questa istituzione che aiuta anche altri centri e progetti culturali anche al di fuori dell’Egitto. L’arte, la musica e il patrimonio culturale hanno perciò ricevuto un supporto organizzativo e un sostegno economico che prima non esisteva. Lo scorso anno la Biblioteca è stata all’origine di più di settecento eventi culturali: quindi è evidente che la sua riapertura ha fatto, come si usa dire, la differenza. Però forse Alessandria non sarebbe tornata adessere un centro culturale così importante se non si assistesse un po’ ovunque nel mondo arabo a questo risveglio. Insomma, si tratta di fenomeni che si alimentano a vicenda e che hanno ovviamente anche a che fare con l’apertura di processi democratici e alla rivoluzione della comunicazione che è stata aperta da internet. In questo quadro devo segnalare anche le molte iniziative e i molti scambi culturali che si sono aperti negli ultimi anni tra il mondo arabo e l’Europa.
"Azazel" è stato paragonato a "Il nome della rosa" per la sua ambientazione a metà tra storia religiosa e politica e per la sua descrizione di come venivano perseguitate le eresie dei monoteismi. Lei stesso è stato definito "l’Umberto Eco del mondo arabo". Cosa ne pensa?
Il paragone non mi può che far piacere, anche se credo che ci siano molte differenze tra i due tesi. Il nome della rosa è un’opera più importante di Azazel , ma questa non è la sola differenza. Quella di Eco è un’opera di pura fantasia, mentre io ho utilizzato un’altra tecnica di scrittura, partendo da personaggi storici reali, come il Patriarca Cirillo e Ipazia. Quanto a Umberto Eco, le posso raccontare una piccola storia che lo riguarda? Come direttore del Centro manoscritti della Biblioteca di Alessandria qualche anno fa stavo lavorando all’inaugurazione di una mostra di manoscritti che si sarebbe svolta nell’atrio della Biblioteca stessa. Alle cinque avevo una riunione del Consiglio dei fiduciari di questa istituzione e alle tre ero ancora impegnato nell’allestimento della mostra e stavo cercando di sbrigarmi. A un certo punto è entrata una persona che sembrava davvero molto interessata ad alcune delle cose che erano già esposte, mi sono avvicinato, devo dire un po’ stupito di tanto interesse, e gli ho chiesto in inglese che cosa gli interessasse in particolare. Mi ha risposto "I manoscritti riguardanti l’astronomia". Gliene ho indicati altri su quel tema e anche quelli relativi alla matematica, spiegandogli come nella cultura musulmana questi due elementi siano strettamente legati. "Certo, lo so bene", ha replicato. A quel punto mi sono scusato per dover prendere congedo da lui visto che tra poco avrei avuto la riunione del Consiglio. Mi ha detto "Si, lo so, ne faccio parte anch’io". E’ così che ho conosciuto Umberto Eco.  Guido Caldiron
La musica araba dal rai al pop
Rachid Taha è un rocker franco-algerino il cui percorso illustra bene l’emergere di una nuova generazione di artisti arabi. Cresciuto nel gruppo lionese dei Carte De Séjour che negli anni Ottanta stregarono la Francia con la versione rai, la nuova musica algerina, di un classico come "Douce France", lanciato da Charles Trenet, Taha ha costruito una carriera da solista cimentandosi con brani di Joe Strummer, sua la versione araba di un brano dei Clash trasformato in "Rock El Casbah", e di Tom Waits. Partendo da una rielaborazionemaghrebina del pop e del rock, Taha ha infine chiuso il cerchio, proponendo un pop arabo che risente di tutti questi influssi. Il suo ultimo disco, Bonjour , pubblicato da Barclay e registrato tra New York e Parigi, esprime questa sintesi che mette insieme oud, drum’n’bass e riff di chitarre elettriche.






2010-04-15


   
 

 

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