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Il rapporto sulla scuola italiana 2010 presentato recentemente dalla Fondazione Giovanni Agnelli e che arriva anche in libreria in questi giorni (Editori Laterza), non dice in sostanza nulla di nuovo o almeno nulla che non fosse ahimè già noto a coloro che seguono con una certa continuità le sorti della cultura e dei sistemi formativi nel nostro paese. I due assunti essenziali riguardano infatti lo scarso livello di apprendimento degli studenti italiani, al di sotto ormai stabilmente della soglia minima di competenze definita a livello internazionale, e il preoccupante fenomeno, apparentemente incontrastabile, dell’abbandono scolastico. A questa situazione già deficitaria di per sé occorre aggiungere poi che le regioni del Mezzogiorno sono ancora più indietro, sia per quanto riguarda le capacità cognitive sia per ciò che attiene la dispersione generalizzata. Analisi di questo tipo, pur riconoscendo edapprezzando l’impegno dell’istituto torinese, sono state oggetto di approfondimenti e di studi a più riprese. Quello che sembra più urgente capire non è tanto la diagnosi del male in corso quanto la terapia da adottare. E’ qui infatti il nodo cruciale della questione ed è qui che il discorso diviene assai problematico. La scuola italiana infatti negli ultimi tempi ha conosciuto, almeno a livello formale (proclami ed editti vari) una serie di riforme, da quella proposta dalla Moratti prima, passando successivamente a Fioroni e arrivando per ultimo alla Gelmini. La prima osservazione che verrebbe allora da fare è che, stando così le cose, le riforme si sono dimostrate inadeguate ovvero che non erano tali ma soltanto, nella migliore delle ipotesi, buone intenzioni affidate alla provvidenza. Stiamo ora vivendo un ennesimo processo riformista, almeno sulla carta, ma tutti gli indicatori sono orientati ancora una volta al peggio,nel senso che non fanno presagire niente di buono. La scuola ha conosciuto tagli e ridimensionamenti in tutti i sensi poiché la politica generale è stata orientata al risparmio, ignorando ovviamente l’imperativo secondo cui un paese non arretra ma diventa seriamente competitivo quando il suo sistema formativo può giovarsi delle necessarie e giuste risorse. Viceversa una istituzione traballante sotto tutti gli aspetti qual è attualmente la scuola italiana non può ragionevolmente reggere alcun confronto ed è destinata a peggior sorte anche in avvenire. In fin dei conti la speranza oggi sembra essere riposta nell’applicazione del federalismo scolastico. Ma per quello che si intuisce e per come vanno gestite temporalmente le riforme nel nostro paese, c’è da stare in allarme. Anche perché alcuni segnali non sono proprio incoraggianti come quello racchiuso nella proposta secondo cui sarebbe opportuno che ciascuna regione si concentrasse sul proprio serbatoio territoriale, come direche prossimamente gli studenti della Lombardia studieranno Manzoni mentre quelli della Marche si concentreranno su Leopardi e ancora quelli della Sicilia approfondiranno Pirandello e via di questo passo. In barba al principio della comprensione e solidarietà nazionale anche sotto il profilo culturale. E questo alla vigilia delle celebrazioni dei 150 dell’unità non è proprio un segnale di concordia e soprattutto di reale sviluppo. Il rapporto della Fondazione Agnelli ricorda che nessun traguardo concreto sarà raggiungibile se il federalismo scolastico avrà come obiettivo unicamente il risparmio e la razionalizzazione della spesa. E poi ci rammenta anche che il diritto fondamentale di ciascun studente, indipendentemente dalla sua estrazione sociale e il suo luogo di residenza, è quello di raggiungere un livello di competenze che gli permetta di essere utile alla vita economica e allo sviluppo del paese nel XXI secolo. Ed infine – ma ècon ogni probabilità l’elemento più pregnante - c’ è da rimarcare come attraverso la via della cultura passi la moralità e la dignità di una nazione e più ancora la possibilità di “formare” una classe dirigente veramente all’altezza di una società moderna e civile: un imperativo che non riguarda ormai solo il Mezzogiorno ma che vale, come possiamo valutare in queste ore, per l’intero paese.
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