LA VICENDA DI UNA FIERA EREDE DELLA CASA DEGLI HOHENSTAUFEN: COSTANZA D’ARAGONA, NIPOTE DEL "PUER APULIAE"FEDERICO II E
FIGLIA DI MANFREDI.
 







di Emilio Benvenuto




matrimonio di Beatrice con i Barbarossa

Figlia di Mamfredi e moglie di Pietro III d’Aragona, si erige a vindice del
padre e del cugino Corradino e rivendica il trono degli avi Normanni e
Svevi di Puglie e Sicilia
.

L’Imperatore Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, e Beatrice di Borgogna diedero i natali all’Imperatore Enrico VI, marito della Regina Costanza di Sicilia, al Duca Federico V di Svevia, al Duca Corrado II di Franconia, al Duca Ottone di Borgogna e al Duca Filippo di Svevia, Re dei Romani, marito di Irene Angelina, figlia dell’Imperatore d’Oriente Isacco Il Angelo.
Dall’Imperatore Enrico VI di Hohenstaufen e dalla Regina Costanza di Sicilia nacque l’Imperatore Federico II di Hohenstaufen, che ebbe figli:
•dalle prime nozze con Costanza d’Aragona, Regina-madre d’Ungheria, Enrico, Re dei Romani, marito di Margherita d’Austria e padre di Federico ed Enrico;
•dalle seconde nozze con la Regina Iolanda Isabella di Gerusalemme, Corrado di Hohenstaufen, Re dei Romani e di Gerusalemme, marito di Elisabetta di Baviera e padre di Corradino di Hohenstaufen, Re di Gerusalemme;
•dalle terze nozze con Isabella d’Inghilterra Enrico e Margherita, moglie del Langravio Enrico di Misnia e madre del Langravio Federico di Misnia, pretendente al trono di Sicilia;
•naturali, Costanza, moglie dell’Imperatore Giovanni III Valatze di Nicea, Manfredi di Hohenstaufen, Re di Sicilia, il Re Enzo di Sardegna, il Principe Federico d’Antiochia, Violante, moglie del Conte Riccardo di Caserta, e Selvaggia, moglie di Ezzelino da Romano, Signore di Verona.
Manfredi, oltre a due figli naturali, ebbe, in seconde nozze, da Elena Angelina d’Epiro, Beatrice, moglie del marchese Tommaso di Sai uzzo.
Dalle prime nozze con Beatrice di Savoia, gli era già nata Costanza di Hohenstaufen, moglie del Re PIETRO III d’Aragona, della quale ci occupiamo.
Alessandro Pp. IV (Rinaldo dei Conti di Segni: 1254-61) aveva concentrato tutta la sua attenzione sui provvedimenti da prendere contro Msnfredi in Italia. Questi era all’apogeo della sua potenza. Dominava infatti tutta l’Italia e il suo matrimonio con Elena Angelina d’Epiro gli aveva assicurato un saldo punto d’appoggio nei Balcani. Nel 1258 aveva stretto un’altra alleanza, allorché aveva fidanzato la figlia Costanza, l’unica nata dal primo matrimonio con Beatrice di Savoia, all’Infante Pietro, figlio ed erede del Re Giacomo d’Aragona. Gli Aragonesi avevano la più potente flotta del Mediterraneo occidentale e la loro amicizia dava a Manfredi, che poteva contare su una propria flotta, la supremazia marittima. Tuttavia in Manfredi c’era una punta d’indolenza. Tutto sembrava filare così bene che non si preoccupò di approfittare del fatto che la sede papale era vacante per consolidare la sua posizione, né prese posizione contro le iniziative del nuovo Papa, Urbano IV. Continuò invece a trascorrere le sue giornate nel suo passatempo preferito, a
caccia nelle foreste della Capitanata e della Basilicata. Sperava che il suo amico, l’Imperatore Baldovino, difendesse i suoi interessi presso la Curia romana e la Francia.
Il fidanzamento di Costanza con Pietro d’Aragona fu celebrato il 28 luglio 1258 a Barcellona e l’effettivo matrimonio quattro anni dopo, il 13 giugno1262.
Figlio d’un ciabattino, Giacomo Pantaléon, nativo di Troyes, nella Champagne, era salito per i prpri meriti ai più alti gradi della gerarchia ecclesiastica e divenuto arcidiacono di Laon e Liegi, poi Legato pontificio in Pomerania, in Livonia e in Prussia. Alessandro Pp. IV lo aveva nominato Patriarca di Gerusalemme. Eletto al Pontiificato a Viterbo nel 1261 da otto soli cardinali ivi riuniti e assunto il nome di Urbano Pp. IV, continuò le lotte dei suoi predecessori. Ritenne infatti di trovarsi di fronte a due gravi cure: liberare I Italia meridionale dalla signoria di Manfredi e soccorrere i luoghi santi. Al primo scopo usò contro Manfredi le più energiche misure. Vinte le riluttanze del santo Re Luigi IX di Francia, chiamò al regno di Sicilia di qua e di là del Faro Carlo d’Angiò e bandì una Crociata contro Manfredi, ma, prima che giungessero i concorsi domandati alla Francia, incalzaato dalle milizie di Manfredi, dovette fuggire prima a Orvieto, poi a Perugia. Né nell’Oriente le cose erano più tranquille: Nichelo Paleologo riconquistava Costantinopoli e poneva fine all’Impero latino, scacciandone Baldovino, e in Palestina il Sultano d’Egitto distruggeva le chiese di Betlemme, di Nazareth e del Tabor e minacciava S. Giovanni d’Acri, l’ultima fortezza  dei Crociati. Per Costantinopoli nulla Urbano Pp. IV potè ottenere dai regnanti d’Europa, mentre per i Luoghi Santi ottenne soltanto aiuto in denaro. Chiamato arbitro nella lotta per la successione all’Impero fra Alfonso di Castiglia e Riccardo di Cornovaglia, non potè dare un definitivo giudizio perché la morte lo sorprese a Perugia il 2 ottobre 1264.
Gli successe Clemente Pp. IV (Guy Le Gros Fulcodi: 1265-68),che pose il suo primo pensiero alle cose di Puglie e Sicilia, ritenendo anch’egli che più da vicino minacciassero la Chiesa. Con Boila del 25 febbraio 1265 confermò l’elezione a Re di Sicilia di Carlo d’Angiò, a condizioni di libertà della Chiesa, che molto diffusamente espresse. Carlo partì da Marsiglia e, accolto dai Cardinali legati del Papa, che risiedeva a Perugina, entrò solennemente a Roma, dove fu incoronato Re di Sicilia. Un mese dopo sconfiggeva Manfredi, che vi trovò la morte, a Benevento e si macchiò poi in appresso della morte crudele di Corradino: vile uccisione biasimata e aspramente rimproverata dal Papa, che aveva invano esortato Carlo a mitezza e giustizia.
Con le vittorie di Benevento e Tagliacozzo Carlo si era assicurato il Regno,    né    v’erano    più principi     Hohenstaufen    che    potessero disputarglielo. A eccezione di
Costanza, gli altri tre giovani figli di Manfredi, ancora in vita, erano relegati in una prigione napoletana. In Germania Federico di Misnia, giovane, nato da Margherita, figlia di Federico II, sorella di Manfredi e zia di Corradino, affermava d’esser l’erede della dinastia sveva e infatti per qualche tempo assunse gli altisonanti titoli di Re di Sicilia e di Gerusalemme; ma nessuno prese sul serio le sue pretese. Di tanto in tanto il Re di Castiglia si vantava d’aver nelle vene sangue degli Hohenstaufen, ma aveva troppi interessi d’altro genere per sfidare Carlo. Inoltre suo fratello, l’Infante Enrico, era prigioniero di Carlo e, sebbene Re Alfonso non nutrisse simpatia per il fratello, l’orgoglio della Casa di Castiglia non gli avrebbe permesso di mettere a rischio la vita dell’Infante. Fonte di più gravi e infauste preoccupazioni poteva essere soltanto Costanza, in quanto figlia maggiore di Manfredi, che aveva sposato l’erede d’Aragona e viveva a Barcellona; ma il vecchio suocero, Re Giacomo, non aveva incluso tra i suoi numerosi disegni ambiziosi la conquista del Regno di Sicilia.
L’arroganza accecava, agli inizi dell’anno 1282 Carlo, Re di Sicilia, Gerusalemme e Albania, Conte di Provenza, Forcalquier, Angiò e Maine, Reggente d’Acaia, Signore supremo di Tunisi e Senatore di Roma: era senza dubbio il più grande sovrano d’Europa. Entro alcune settimane le sue navi avrebbero risalito il Rodano per offrire il regno di Arles a suo nipote; una spedizione ancora più imponente sarebbe stata lanciata contro l’Oriente cristiano, per far di lui il padrone del Mediterraneo e il  sovrano d’un Impero senza pari dai tempi di Giustiniano. Un’antica profezia parlava d’un certo Carlo, discendente sia di Carlo Magno (ed egli ne discendeva davvero per via della nonna, Isabella di Hainault) che della Casa di Francia, destinato a diventare Imperatore del mondo intero e riformatore di tutta la Chiesa cristiana. Tutto era pronto per il suo trionfo supremo e già si proponeva di ricostruire l’Impero di Cesare e Augusto. Ma, fidando nella sua potenza e nell’appoggio del Papato, dimenticava d’avere ancora nemici in Europa, la cui forza non aveva messo alla prova e che, nonostante l’efficienza del suo governo molti dei suoi sudditi detestavano lui e gli altezzosi funzionari francesi, che avevano il compitò d’eseguire la sua volontà; dimenticava inoltre gli esuli del suo Regno siculo-pugliese, che avevano giurato la sua distruzione.
Questi esuli trovarono un asilo al di là del mare, a Barcellona, capitale del Regno d’Aragona. Venti anni prima, nel 1262, Re Manfredi aveva dato in moglie la figlia Costanza all’Infante Pietro, primogenito del Re aragonese Giacomo I. Come se avessero previsto il futuro, sia Urbano Pp. IV che S. Luigi IX di Francia avevano protestato contro quel matrimonio; ma Manfredi era ancora ben saldo sul trono e la sua amicizia non era senza valore per la Casa d’Aragona. Una volta da Carlo uccisone il padre Manfredi e decapitato il cuginoCorradino e con i fratelli che languivano in prigione, l’Infante Costanza era divenuta l’erede della causa degli Hohenstaufen in Italia. Il marito le era devoto ed era fiero della stirpe cui apparteneva la moglie. Alla corte di Pietro, già da alcuni anni prima che quiesti salisse sul trono paterno, le veniva dato, a partire dalla loro morte, il titolo di Regina, in quanto erede legittima di Manfredi e Corradino.
Finché visse il suocero, Costanza potè far poco per difendere il suo diritto al trono siculo-puglkiese. Re Giacomo era un uomo notevole, valoroso, spavaldo ed eccentrico; aveva ereditato il trono nel 1213 all’età di cinque anni. In gioventù, grazie alla sua energia e al suo spirito d’iniziativa, aveva conquistato le isole Baleari e il ricco Emirato di Valenza, togliendoli ai Mori. Aveva quasi 60 anni quando, postosi personalmente alla testa del suo esercito, aveva annesso al suo Regno l’Emirato di Murcia. Era implicato nelle questioni politiche francesi, poiché le Contee di Roussillon e Cerdagne erano parte del suo Regno e inoltre aveva ereditato Montpellier dalla madre. I Conti di Provenza costituivano un ramo cadetto della sua famiglia ed egli era del parere che avrebbero dovuto consultarlo prima di disporre della Contea dopo la morte del cugino Raimondo Berengario IV. Acconsentì a riconoscere Carlo come Conte soltanto quando S. Luigi in compenso si offrì di rinunciare  ai  diritti  sovrani  rivendicati  dalla  Francia sulle Contee di  Roussillon e Cerdagne. Quando divenne vecchio, Giacomo preferì trascorrere il suo tempo in armeggìi con le sue amanti. Mai perdonò però a Carlo d’essere divenuto Signore della Provenza e non cessò di considerarsi un grande sovrano Crociato. Fu l’unico monarca ad accettare l’invito del B. Gregorio Pp. X (1271-76) a partecipare al Concilio di Lione, dove con il suo buon senso combinato con la sua oratoria magniloquente impressionò l’assemblea dei Padri. Ma era troppo astuto e troppo stanco, nonostante tale sua loquacità, per coinvolgere allora se stesso in una guerra. Tuttavia non scoraggiò il figlio e la nuora nelle loro mire ambiziose.
La rivincita di Costanza: la riconquista del trono paterno.
Fu dopo la disfatta di Corradino che i primi rifugiati illustri giunsero a Barcellona alla corte dell’Infanta Costanza. Alla loro testa era Ruggero di Lauria, suo fratello di latte. Con loro vennero funzionari che avevano servito sotto suo nonno Federico II, come Riccardo Filangieri. Non molto dopo furono seguiti dal giurista Enrico da Isernia e dal medico Giovanni da Procida. Tra gli altri esuli dalla corte di Manfredi c’era la zia di Costanza, Costanza Anna, ex Imperatrice d’Oriente, che si era trovata a Napoli nel periodo della conquista angioina, ma cui Carlo nel 1269 aveva permesso di ritirarsi in Spagna. Tra tutti, Giovanni da Procida era il più convinto chetoccasse a Costanza d’Aragona vendicare la famiglia paterna, Conquistò presto la piena fiducia di Costanza e di suo marito e si mise ad assecondarne le ambizioni.
Nel luglio del 1276 morì Re Giacomo d’Aragona dopo aver regnato gloriosamente per 63 anni. Serbò intatto fino all’ultimo momento il suo vigore e non lo turbò molto la scomunica lanciatagli da Giovanni Pp. XXI (Pietro di Giuliano da Lisbona, 1276-77) per la sua ultima illecita relazione amorosa. I nuovi sovrani, Pietro III e Costanza, erano ora liberi di proseguire la loro politica.
Subito dopo la sua ascesa al trono, Re Pietro nominò Giovanni da Procida Cancelliere d’Aragona, lodandolo nell’atto di nomina sia per la sua cultura che per la sua nota lealtà verso la Casa degli Hohenstaufen. La carica permise a Giovanni di controllare la politica estera regia ed egli se ne servì, con l’incondizionata approvazione di Pietro, per preparare la caduta degli Angioini.
Alla morte di Giovanni Pp. XXI, gli era successo , dopo una vacanza di sei mesi, il Card. Giovanni Gaetano Orsini, il quale, eletto al Pontificato e assunto il nome di Niccolò Pp. Ili, era stato incoronato a Roma nello stesso anno 1277. Egli, già Inquisitore Generale per l’Italia e al servizio di ben otto Pontefici, trovava l’Italia agitatissima. Dopo aver ottenuto  da  Rodolfo  d’Asburgo che  la  Chiesa  riavesse  i  suoi  antichi  domini, costrinse l’ambizioso Re Carlo d’Angiò a rinunciare alla dignità di Senatore ronano, cui era stato eletto contro Ia volontà di Clemente Pp. IV ed emanò una Costituzione in cui si proibiva che d’allora in poi la dignità di Senatore romano potesse essere assunta da principi stranieri o da membri di case patrizie di grande potenza e stabilì anzi che tale dignità avesse solo validità annuale. Lavorò inoltre attivamente per ristabilire la pace tra i partiti in Italia. Nel complesso la sua politica non poteva certo esser detta filoangioina. Ma purtroppo morì dopo soli tre anni di governo per apoplessia in Soriano, presso Viterbo, il 22 agosto 1280.
A succedergli fu Martino Pp. IV( 1281-85): al secolo Simone de Brion, nato in Francia nel 1230, fu eletto Papa a Viterbo nel 1281, dopo essere stato successivamente Guardasigilli di S. Luigi e Legato, in Francia, dei Pontefici Gregorio Pp. X (1271-76), Adriano Pp. V (1276), Giovanni Pp. XXI (1276-77) e Niccolò Pp. Ili (1277-80), suo predecessore. Il Conclave che lo elesse durò sei mesi e alla sua elezione non mancò la pressione di Carlo d’Angiò, che, aiutato dagli Annibaldeschi, nemici degli Orsini, giunse al punto di imprigionare due Cardinali elettori, ritenuti a lui contrari. Fu devoto agli interessi di Carlo d’Angiò, del quale scomunicò gli avversari politici. Revocò la Bolla di Niccolò Pp. Ili circa la dignità del Senatore romano, avocandola prima a sé, poi trasmettendola a Carlo d’Angiò Re di Napoli. Durante il suo Pontificato scoppiò la terribile rivolta antiangiolna dei Vespri Sicilianinel 1282. Papa Martino respinse sdegnosamente l’offerta fattagli da Alaimo da Lentini, di trasformare la Sicilia in un insieme di Comuni sotto la sovranità della Santa Sede e scomunicò gli insorti. Questi capirono ch’era necessario trovare un’altra soluzione per il futuro dell’isola. Una era a portata di mano.
Quando re Pietro aveva mandato un’ambasceria da Papa Martino chiedendogli di benedire la progettata sua Crociata contro i Mori del Nord-Africa non nutriva grande speranza di una risposta amichevole da parte di chi ben sapeva della sua avversione per gli Angioini e delle sue ambizioni siciliane. Il capo dell’ambasceria, il catalano Guglielmo di Castelnau, aveva avuto l’ordine di fermarsi, durante il viaggio di ritorno, a Palermo e di mettersi in contatto con i capi ribelli. I Palermitani sapevano ormai che nulla avrebbe indotto il Papa ad abbandonare la causa di Re Carlo. In un primo tempo, però, i Siciliani non erano stati propensi a sostituire la dominazione d’un sovrano straniero con quella di un altro sovrano egualmente straniero; ma essi non potevano resistere da soli. Dopo tutto la Regina Costanza d’Aragona era rappresentante della Casa degli Hohenstaufen e ultima erede di quella grande dinastia di sovrani. Suo marito si trovava a portata di mano con uno splendido esercito. La prudenza e il principio di legittimità, del pari, li indussero ad  accettare come loro Re e Regina Pietro e Costanza. Quando Guglielmo s’imbarcò oer raggiungere il suo signore a Collo, conduceva con sé tre inviati siciliani.
La delegazione siciliana, giunta al campo di Collo al cospetto di Re Pietro, dopo avergli reso omaggio, gli espose la situazione in cui si dibatteva l’isola derelitta. Costanza, dissero i delegati, era la loro legittima regina, cui sarebbe dovuta andare la corona e, dopo di lei, ai suoi figli, gli Infanti d’Aragona. Lo implorarono di venire a salvarli e di far si che la moglie godesse dei diritti che le spettavano. Pietro li accolse onorevolmente ma esitava a impegnarsi. Quattro giorni dopo giunse una nave, con a bordo una delegazione di Messina, che era riuscita a eludere il blocco angioino; contemporaneamente un’altra delegazione messinese si recava a Palermo per annunciare che la loro città si associava all’appello indirizzato a Re Pietro. Pietro fingeva ancora di diffidare, ma aveva già consultato i capi del suo esercito e li aveva trovati propensi a seguirlo in Sicilia. Dopo un conveniente sfoggio di modestia, graziosamente annunciò d’essere disposto ad accedere alla richiesta dei Siciliani: avrebbe fatto vela per la Sicilia e avrebbe posto sua moglie sul trono dei suoi avi. Promise agli isolani che i loro privilegi sarebbero stati rispettati e che tutto sarebbe andato come nei giorni di Re Guglielmo il Buono. Mandò quindi ancora una volta Guglielmo di Castelnau alla Corte papale, latore di una spiegazione cauta e pia delle sue ragioni. Pietro scrisse anche una lettera giustificativa a Edoardo d’Inghilterra. Verso la fined’agosto il campo aragonese di Collo venne smantellato. Per tre giorni le autorità militari stiparono uomini, cavalli, armi e provviste nelle galee e nei trasporti che aspettavano all’ancora. La nave siciliana tornò in fretta in patria per annunciare agli isolani d’avere assistito alle operazioni d’imbarco di Re Pietro. Circa due giorni dopo, il 30 agosto 1282, la grande oste d’Aragona, con il Re alla testa, sbarcò a Trapani. La rivolta di Sicilia era diventata ormai una guerra europea.
Pietro d’Aragona assunse il titolo di Re della Sicilia e, in risposta Martino Pp. IV lo scomunicò e lo depose dal suo Regno d’Aragona, di Valenza e Barcellona, offrendolo a Carlo di Valois, figlio del Re di Francia Filippo l’Ardito. Pietre ne rise, non meno di quanto avessero fatto Federico , Corrado e Mamdredi di Svevia dei precedenti anatemi loro comminati.
Il 2 ottobre Re Pietro fece il suo ingesso trionfale in Messina. Nella sua marcia da Palermo non si era affrettato; al pari di Re Carlo, non era propenso a provocare una battaglia campale e voleva dare all’esercito angioino il tempo necessario per retrocedere in Calabria, in modo da conquistare l’intera isola senza colpo ferire. Non era affatto molto sicuro degli umori degli isolani, maa ben consapevole che essi lo apprezzavano soprattutto per il suo esercito e la sua flotta. Perciò non era era ancora disposto a rischiare che ne rimanessero danneggiati Cuna o l’altra. Aveva avuto alcune esperienze poca rassicuranti. Mentre sostava a Milazzo, di notte era venuto da lui un vecchio cencioso, che si chiamava, così disse, Vitalis dei Giudici di Messina. Era stato un devoto amico di Manfredi, alla cui caduta aveva perduto ogni bene, vivendo da allora come un mendicante, diversamente, aggiunse, dalla maggior parte dei signori siciliani, contro la cui incostanza mise ansiosamente in guardia il Re. In particolare gli disse di guardarsi da Alaimo da Lentini, il valoroso capitano della rivolta di Messina, che, uno dopo l’altro, aveva già tradito Re Manfredi e Re Carlo. Peggiori di Alaimo erano la moglie Machalda e il padre di costei, Giacomo di Scaletta. Con grande correttezza Re Pietro rispose che era su compito procurarsi amici in Sicilia e non offendere i Siciliani con sospetti e recriminazioni riguardanti il passato. L’avvertimento del vecchio vendicativo l’indusse semplicemrmte ad annunciare l’indomani mattina un’amnistia per tutti i colpevoli di reati politici.
La sera successiva si ricordò del vecchio. Intendeva trascorrere la notte nel villaggio di Santa Lucia, due miglia oltre Milazzo. Vi trovò Machalda, che lo attendeva. Egli l’aveva già incontrata due giorni prima a Randazzo, sulle pendici settentrionali dell’Etna, quando s’era fermato per salutare una delegazione venuta da Messina per riferirgli che Re Carlo aveva abbandonato l’isola e la donna era giunta da Catania portando con sé le chiavi della città. Essa aveva deciso che il posto di amante del Re le si addiceva e cercava di realizzare il suodisegno. Re Pietro dovette affrontare una serata notevolmente imbarazzante e riuscì a farls franca solo parlando all’infinito della sua fedeltà verso la Regina Costanza. Non era un argomento che Machalda potesse trovare gradevole. Da allora in poi la sua gelosia per la Regina fu dichiarata ed essa cominciò a influenzare il proprio marito, Alaimo, per trascinarlo in intrighi contro la Casa d’Aragona. Per il momento Alaimo fu irremovibile. Accolse Pietro a Messina e pose a sua disposizione la milizia cittadina. Siciliani e Aragonesi si mescolarono insieme fraternamente e, con entusiasmo, si dettero a saccheggiare la costa calabra. La ritirata di Carlo era stata così affrettata che la sua flotta non aveva avuto il tempo di effettuare raddobbi. Carlo aveva posto il campo a Reggio, cercando di riorganizzare le sue forze e attendendo i suoi alleati dalla Francia. Non fu in grado di attaccare gli Aragonesi prima che il 9 ottobre giungessero nel porto di Messina le ultime squadriglie della flotta di Re Pietro. Due giorni dopo alcune navi angioine cercarono di uscire da Reggio per raggiungere Napoli. Gli Aragonesi si posero all’inseguimento, per cui Carlo ordinò al grosso della sua flotta di attaccare. Fu ricacciato nel porto di Reggio con gravi perdite, comprese due delle galee noleggiate da Pisa. Il 14 ottobre ci fu uba seconda battaglia navale, al largo di Nicotera, a circa 30 miglia a nord dello stretto. Gli Aragonesi, sebbene inferiori di numero, riuscirono a catturare 21 galee, provenienti da Napoli, cariche di armamenti.
Saggio governo siciliano di Costanza in attesa della riconquista della Capitanata amata dal nonno Federico, "puer Apuliae", e dallo sfortunato zio Enzo.
All’inizio della primavera del 1283 Re Pietro d’Aragona invitò la Regina Costanza a raggiungerlo in Sicilia. Egli era soddisfatto di se stesso. Furono inviati messaggi ai suoi alleati ghibellini del Nord, Guido da Montefeltro, Corrado d’Antiochia e Guido Novello, per informarli che il nemico esercito angiioino in Calabria stava morendo d’inedia. Scrisse persino a Venezia per incitare quel Doge a unirsi al partito vincente. Il 4 aprile ritornò a Messina, dove il 12 dello stesso mese arrivò la regina Costanza con i figli Giacomo, Federico e Violante e il suo fido consigliere Giovanni da Procida. Il 19 aprile fu tenuta una sessione del Parlamento in Messina, nella quale fu annunciato che alla morte di Re Pietro sul trono siciliano gli sarebbe successo l’Infante Giacomo, mentre il fratello maggiore Alfonso avrebbe ereditato l’Aragona. Intanto, alla sola Regina Costanza veniva affidata la reggenza del Regno di Sicilia durante la dimora del marito in Aragona, o comunque in casi di sua assenza, e venivano chiamati a collaborare con lei Alaimo da Lentini come Gran Giustiziere, Giovanni da Procida come Cancelliere e Ruggero di Lauria con la carica di Grande Ammiraglio. L’indomani Pietrolasciò Messina e, viaggiando lentamente attraverso l’isola, raggiunse Trapani, da dove salpò per Valenza il 6 maggio. Quindici giorni dopo lasciò Valenza, diretto a Bordeaux, luogo fissato per la disfida in territorio neutrale tra lui, Carlo e i loro campioni per la risoluzione, attraverso il cosiddetto "giudizio di Dio", del loro conflitto.
In verità, né lui né Carlo avevano seria intenzione di battersi a duello, ma la commedia doveva essere recitata sino in fondo. Re Edoardo, obbedendo all’ordine del Papa, si rifiutò d’avere in qualche modo a che fare con la faccenda; se ne rimase in Inghilterra e non volle promettere alcun salvacondotto ai partecipanti al duello. Però permise al suo Siniscalco in Guienna, Giovanni di Grailly, di preparare l’accoglienza per gli ospiti e il terreno sul quale si sarebbe svolto il combattimento. Re Carlo arrivò a Bordeaux in pompa magna, accompagnato dal Re di Francia e da una splendida scorta di cavalieri francesi, tra i quali avrebbe scelto i suoi 100 campioni. Il mondo avrebbe visto che egli era ancora un grande Re e un prode Cavaliere. Pietro adottò un comportamento diverso: arrivò senza clamori con i suoi campioni, evitando cautamente ogni ostentazione, come per mostrare che riponeva la sua fiducia unicamente in Dio.
Il combattimento era stato fissato per il 1° giugno, ma sfortunatamente nessuno aveva accennato all’ora. Di prima mattina Re Pietro e il suo seguito entrarono nella lizza, dove si ritrovarono soli. I suoi araldi annunciarono nel modo prescritto la sua presenza. Il Re, quindi, se ne tornò ai suoi alloggiamenti e rilasciò una dichiarazione in cui comunicava che il suo avversario era venuto meno ai suoi impegni, non avendolo incontrato sul posto debitamente fissato. Sua era, perciò, la vittoria. Alcune ore dopo arrivò Re Carlo, armato da capo a piedi, e seguì punto per punto la stessa procedura. Anche a lui spettava la vittoria. I Re rivali lasciarono Bordeaux alcuni giorni dopo, ciascuno dichiarando che l’altro era un codardo perché non aveva osato affrontare il giudizio di Dio.
Il vero duello doveva essere combattuto in una lizza più vasta. Re Pietro e Re Carlo probabilmente avrebbero preferito circoscrivere la guerra all’Italia, Papa Martino era d’altro avviso: stava già predicando la Crociata contro l’Aragona e, così facendo, preparava il crollo del primato politico del Papato medioevale.
Nel Sud d’Italia la situazione era insoddisfacente per il Papa. L’erede al trono Carlo di Salerno, posto a capo dell’armata angioina, era disperatamente a corto di denaro. Durante il mese di febbraio del 1282, il Papato gli fornì non meno di 90.000 once d’oro. In un Sinodo tenuto a Melfi il Cardinale Legato Gerardo offrì al Principe, in concessione, alcune rendite del clero del suo Regno. Nonostante ciò, Carlo fu costretto a prendere in prestito denaro dai Re di Francia e d’Inghilterra, dai banchieri di Lucca e Firenze, dal Re di Tunisi e dalla municipalità di Foggia e altre del Regno. Grazie aquesti sforzi fu in grado di fare equipaggiare e trasferire a Napoli una flotta provenzale che, congiuntasi con una squadra navale locale, salpò insieme per Nicotera, in Calabria, dove il Principe aveva spostato il suo campo verso la fine d’aprile. Nel frattempo l’esercito aragonese non si era spinto troppo oltre Reggio; ma parte della flotta, al comando di Manfredi Lancia, bloccava Malta, dove la guarnigione angioina era in difficoltà. Il Principe Carlo mandò la nuova flotta   in   soccorso   dell’isola,   che   era   necessario   conservare   se   si volevano mantenere le comunicazioni con Tunisi e con l’Oriente. Le navi angioine, comandate dall’ammiraglio provenzale Bartolomeo Bonvin, riuscirono a passare per lo stretto, ma Ruggero di Laurìa, col grosso della flotta aragonese, le inseguì raggiungendole al largo della costa maltese. Ebbe facilmente la meglio per superiorità strategica su Bartolomeo e ne distrusse quasi tutti i vascelli. Trionfalmente tornò indietro per fare un’azione dimostrativa al largo di Napoli e compiere incursioni sulle coste limitrofe. Conquistò anche le isole di Capri e Ischia, in cui lasciò dei presidi.
Dopo questo umiliante rovescio non fu di grande conforto per il Principe Carlo apprendere che la Regina Costanza era del pari a corto di denaro. Essa e i suoi ministri italiani erano rispettosi dei diritti dei sudditi. Ma nobili e soldati aragonesi erano poveri e rapaci e non era facile tenerli a freno. Difficilissimi a controllare erano i reggimenti dì Almogavares, alla cui tattica, fondata sulla guerriglia, erano dovuti molti dei successi di Re Pietro; ma, come tutti i mercenari degni di guesto nome, avevano scarso rispetto per i beni altrui. La Sicilia non era ricca come le Puglie e molti Siciliani cominciarono a chiedersi se nel cambiare padrone ci avessero guadagnato. Prima che Re Pietro lasciasse l’isola, s’erano sparse voci preoccupanti sul conto del nobile Gualtiero di Caltagirone, uno dei primi cospiratori con cui si diceva che avesse complottato Giovanni da Procida. Prima che finisse maggio Alaimo da Lentini presentò le prove della sua intelligenza con il nemico angioino all’Infante Giacomo che, agendo in qualità di rappresentante del padre, condannò a morte Gualtiero.
Altre defezioni si sarebbero probabilmente avute se il regime aragonese avesse potuto offrire alla Sicilia soltanto l’oppressione finanziaria e nulla più. La vittoria ottenuta da Ruggero di Lauria risollevò il morale di tutti; Re Pietro mandò dall’Aragona messaggi di felicitazione, ma non mandò denaro per pagare i marinai. Quando Giovanni da Procida gli scrisse per lamentarsi dell’indisciplina dei mercenari aragonesi, rispose che esso Giovanni non permetteva ai funzionari aragonesi, che erano nell’isola, di assolvere i loro compiti. Scrisse di nuovo rifiutandosi di far restituire al clero siciliano le procure che esso aveva dato a laici nei giornicritici della rivolta. Quando la Regina Costanza s’accorse che suo marito non intendeva mandarle aiuti dall’Aragona, dove, anzi, egli aveva bisogno di concentrare tutte le risorse per fronteggiare la minaccia d’invasione, decise, seguendo il consiglio di Giovanni da Procida, di rivolgersi a Costantinopoli per ottenere finanziamenti. Quell’Imperatore aveva infatti finanziato la cospirazione che aveva portato ai Vespri Siciliani; certamente avrebbe fornito il denaro necessario al proseguimento della guerra. Nel 1281 l’Imperatore Michele aveva proposto che l’Infanta Violante venisse data in isposa al figlio Andronico, rimasto vedovo. Ma ora Andronico era Imperatore e si aveva bisogno del suo aiuto. Poco saggiamente Costanza, prima di mandare l’ambasceria a Costantinopoli, consultò suo marito. Questi, furibondo, scrisse a Giovanni da Procida ponendo il veto al progetto.I Greci,disse, prima di fornire il denaro, avrebbero insistito perché si facesse il matrimonio e sarebbe stata una vergogna per la sua famiglia se egli avesse permesso alla figlia di sposare un principe scismatico.Gli doleva capire che la Regina non condividesse la sua opinione. Davvero lodevoli,ma strani,scrupoli cattolicidi un Re che era statoscomunicatodal Papa!

 La generosità di Costanza salva la vita di Carlo II d’Angiò, figlio dell’uccisore di Manfredi e Corradino e futuro massacratore dei Saraceni di Lucera.
Alla fine di maggio del 1284, Re Carlo I e la flotta angioina lasciarono la Provenza, ma suo figlio lo ignorava. Nei primi giorni di giugno, nonostante il parere contrario del Legato pontificio, Carlo di Salerno armò le galee di cui i suoi cantieri navali avevano appena portato a termine la costruzione. Lunedì 5 giugno s’imbarcò con un folto seguito di cavalieri e uscì dal porto. Credeva che il grosso della flotta di Ruggero di Lauria si fosse allontanato per compiere le sue scorrerie giù lungo la costa tirrenica e che quindi egli sarebbe riuscito a distruggere la squadra di base a Nisida. Ma Ruggero, il quale sapeva che Re Carlo si stava avvicinando, aveva concentrato le sue forze per essere pronto a fronteggiarlo. Il Principe di Salerno guidò quindi le sue navi contro una flotta nemica superiore per numero e armamento. La battaglia fu breve e decisiva. Il Principe e i suoi compagni combatterono da prodi e per un po’ di tempo attaccarono e parve anzi che avessero la meglio. Ma vennero ben presto circondati. Un paio di galee angioine venne affondato; la maggior parte venne catturata con tutti coloro che erano a bordo, compreso lo stesso Principe.
Quando si diffuse a Napoli, Salerno, Foggia e tutte le maggiori città del Regno che egli era stato sconfitto ed era prigioniero, scoppiarono dei disordini. I Francesi sorpresi nelle vie furono massacrati e le loro case vennero saccheggiate e date alle fiamme. Il Legato e i membri del Governo, non cadutinelle mani del nemico, si rifugiarono nella cittadella napoletana. Ruggero di Lauria, sapendo che la Regina Costanza era impaziente di ottenere il rilascio della sorella Beatrice, la figlia che Manfredi aveva avuto dalla seconda moglie Elena Angelina di Epiro, inviò un messaggio alla Principessa di Salerno per farle sapere che non avrebbe risposto della vita del Principe qualora non gli fosse stata consegnata Beatrice. La Principessa dovette accondiscendere e Beatrice gli venne mandata a bordo e così assaporò la liberta dopo ben 18 anni di prigionia. Ruggero, che aveva trasferito i prigionieri più importanti a bordo della sua nave ammiraglia, l’indomani gettò l’ancora a Sorrento, ove una delegazione di cittadini si presentò per offrirgli fiori e, con maggiore senso pratico, anche denaro. Non appena furono saliti a bordo della nave ammiraglia, avendo scambiato il Principe prigioniero per Ruggero, esclamarono: "O se soltanto Iddio si fosse compiaciuto di farvi prendere il padre come avete preso il figlio". Si vantarono quindi d’essere stati i primi a cambiare partito. Il Principe Carlo, voltosi ridendo all’Ammiraglio, disse: "In nome di Dio, questi sono i sudditi buoni e leali del Re mio signore!" La flotta aragonese riprese il mare con i suoi illustri prigionieri diretta a Messina.
Il figlio ed erede del Re Carlo era ora prigioniero in Sicilia. Molti me reclamavano la morte come giusta vendetta dell’uccisione di Corradino decretata dal padre. La Regina Costanza, Ia cui naturale bontà e la generosità ereditata da Manfredi erano rafforzate dalla consapevolezza che il Principe di Salerrno valeva più da vivo che da morto, dovette superare notevoli difficoltà per sottrarlo alla furia della folla a Messina. Per sicurezza, lo trasferì nel castello di Cefalù. Del suo stesso avviso fu il giovane Infante Giacomo, grazie ai buoni uffici d’un gentiluomo napoletano, Adenolfo d’Aquino, che fece notare che Re Carlo avrebbe anche potuto tranquillamente tollerare la morte d’un figlio che mostrava di non amare, ma non l’offesa al prestigio della Casa d’Angiò, cadetta di quella reale di Francia, cui pure sarebbe stata intollerabile.
Quanto avveniva in Sicilia poteva procurare a Re Carlo un po’ di conforto. Fino a quel momento sostegno del regime aragonese era stato Alaimo da Lentini, uno dei tre cospiratori associati all’antiangioino Giovanni da Procida. Era stato Capitano di Messina e a lui andava il merito dell’eroica difesa della città dall’esercito franco-provenzale. Era adesso Gran Giustiziere del Regno di Sicilia. Improvvisamente era caduto in sospetto. Le voci che circolavano allora ne attribuivano la causa alla moglie Machalda. Essa mai aveva perdonato a Re Pietro d’aver respinto le sue profferte amorose. Era furiosamente gelosa della Regina Costanza. Questa di solito viaggiava a cavallo, ma quando una volta, diretta al santuario di Monreale, dovette far uso d’una lettiga, a causa di cattive condizioni di salute, per entrare in Palermo, immediatamenteMachalda, che era in perfetta salute, sfilò per le vie di quella città in una più imponente lettiga, portata a spalla da riluttanti servitori del marito, costretti a condurla così per tutta la strada sino a Nicosia. Quando l’Infante Giacomo compì un viaggio ufficiale per l’isola, essa insistè per cavalcare al suo fianco ed essere trattata come un membro della famiglia  reale.  Offese ancor più gravemente la  Regina allorché respinse, con un banale pretesto, la proposta di Alaimo che Costanza tenesse a battesimo il loro ultimogenito. Un po’ tutti credevano che essa aspirasse a diventare Regina di Sicilia.
E’ possibile che Alaimo sia stato influenzato da lei, ma è possibile pure che abbia nutrito dubbi sìnceri sui vantaggi derivanti alla sua isola dall’unione con l’Aragona. La grande cospirazione cui aveva partecipato aveva avuto per obiettivo la liberazione della Sicilia e il primo gesto degli isolani, una volta conquistata la libertà, era stato quello di offrirsi al Papa e non agli Aragonesi. Quando Alaimo assunse il comando di Messina, i suoi primi messaggi furono inviati non già a Barcellona, ma a Costantinopoli. Sotto la spinta degli eventi era stato costretto ad accettare l’intervento degli Aragonesi. Ma il Re d’Aragona e la sua rapace soldatesca stavano facendo piuttosto poco per l’isola. Può anche darsi che fosse invidioso degli altri membri del governo: Giovanni da Procida e Ruggero di La uri a erano continentali, non erano isolani. La loro fedeltà era votata non alla Sicilia, ma alla Regina Costanza, figlia del vecchio protettore di Giovanni e sorella di latte di Ruggero. Si preoccupavano, sì, del benessere della Sicilia, ma solo a condizione che vi regnassero Costanza e i suoi figli, ossia gli eredi di Casa Hohenstaufen.Per quanta influenza possa aver esercitato Machalda, Alaimo non s’era spinto troppo sulla via del tradimento. Non aveva fatto altro che criticare la banditesca rapacità delle truppe almogavares e discutere con suoi intimi della possibilità di giungere a un governo migliore, libero dal controllo aragonese. Ma il governo della Regina non era disposto a correre rischi. Venne invitato a un consiglio presieduto dall’Infante Giacomo e questi fece intendere che sarebbe stato opportuno che egli si recasse a Barcellona per riferire a Re Pietro. Alaimo non potè rifiutare. Lasciò l’isola nel novembre del 1284. Re Pietro lo accolse cordialmente, ma lo tenne sotto stretta sorveglianza. La sua partenza provocò in Sicilia un po’ d’ansietà, il che permise al governo d’individuare i suoi nemici. Non passò molto tempo che Machalda e parecchi suoi amici vennero arrestati. L’anno successivo si scoprì che lo stesso Alaimo era stato in corrispondenza con il Re di Francia per mezzo di un suo avvocato siciliano, M° Garcia di Nìcosia. I nipoti di Alaimo assassinarono Garcia nel tentativo di sopprimere le prove, ma il tentativo fallì: Alaimo trascorse il resto dei suoi giorni in una prigione catalana. La notizia dell’inquietudineche serpeggiava in Sicilia e dei preparativi per la Crociata contro l’Aragona rianimarono Carlo, che stava organizzando la sua campagna per la prossima primavera. Decise di trascorrere l’inverno a Foggia, nella ricca Capitanata non ancora provata dalla  guerra,  il  cui  grande  porto di Manfredonias  gli  consentiva  di mantenere i contatti con quanto gli era rimasto dei suoi domini d’oltremare in Oriente: il Principato d’Acaia, l’isola di Corfù, le città di Durazzo in Albania e di Acri in Terra Santa: l’impero mediterraneo degli Angioini ridottosi a un’ombra. 

La pace di Anagni genera divergenze tra i fratelli Giacomo II, divenuto Re d’Aragona e Federico I, successogli sul trono di Sicilia. Il dolore della loro madre Costanza.
Martino Pp. IV moriva a Perugia il 29 marzo 1285, poiché a Roma mai era potuto entrare a causa dei continui tumulti. Gli succedeva Onorio Pp. IV (Giacomo Savelli: 1285-87), romano, pronipote di Onorio Pp. Ili, eletto a Perugia il 2 aprile 1285, benché vecchio e paralitico. Conferì la dignità di Senatore romano al fratello Pandolfo, che si mostrò degno della fiducia e tenne la carica con giustizia. Promise ai Siciliani la promulgazione nell’isola delle stesse ottime leggi con le quali egli a Napoli e nelle Puglie aveva infrenato i molti arbitri e gli esorbitanti gravami del potere regio.
I Siciliani, tuttavia, non si lasciarono commuovere dalle promesse del Papa. Essi non intendevano sottomettersi nuovamente ai dominio angioino, anche se il Papa si faceva garante di migliori condizioni di vita.
Infatti, parte delle sue riforme si rivelò presto inattuabile, mentre altre si potevano ignorare senza difficoltà. La morte di Re Pietro non aveva scoraggiato i Siciliani. Come egli aveva promesso, la Sicilia era passata al secondogenito Giacomo, mentre il primogenito Alfonso aveva ereditato l’Aragona. Questo nuovo Re d’Aragona aveva 21 anni. Era un giovane intelligente e prode, affezionato alla madre Costanza e al fratelli. Era già promesso a una figlia del Re d’Inghilterra, il quale lo aveva in grande stima. Giacomo, nuovo Re di Sicilia era di due anni più giovane; anch’egli era dotato di notevoli capacità, ma il suo carattere era meno aperto e più egoista di quello del fratello. Per il momento subiva l’influenza positiva della Regina-madre Costanza e del suo esperto consigliere Giovanni da Procida.
Il nuovo Re di Francia si rivelò come il più capace dei principi che salirono al trono nel  1285.  Filippo  IV, soprannominato il Bello, aveva ancora solo 17 anni, ma aveva già mostrato di possedere un’indole indipendente. La madre era sorella di Pietro d’Aragona, quindi cognata della Regina Costanza, e Filippo non aveva approvato la remissività del padre nei confronti di Carlo d’Angiò, forse perché questo atteggiamento era incoraggiato dallamatrigna, che egli detestava. Aveva cercato di opporsi alla Crociata contro l’Aragona; ma quando divenne Re il suo atteggiamento cominciò a mutare. Può darsi che egli non nutrisse per i cugini d’Aragona lo stesso rispetto che aveva sentito per il loro padre, Re Pietro; inoltre, ora, era tutto teso ad affermare la gloria della Francia e della sua dinastia. Era propenso a vedere seduto sul trono aragonese il proprio fratello Carlo di Valois, ma, per il momento, dopo il disastro della Crociata, il suo disegno era irrealizzabile. Col consenso del Papa chiese al Re d’Inghilterra di fare da intermediario tra lui e il Re d’Aragona per ottenere un armistizio.
Onorio Pp. IV era incline a liquidare la Crociata aragonese, specialmente perché l’attuale Re d’Aragona non rivendicava per sé il titolo di Re di Sicilia. Egli però non era disposto ad accettare la secessione della Sicilia. Nel febbraio del 1286 Re Giacomo venne incoronato a Palermo e approfittò dell’occasione per promettere ai suoi sudditi gli stessi privilegi che di recente Papa Onorio aveva concesso sul continente. Immediatamente dopo l’incoronazione Giacomo mandò un’ambasceria al Papa per rendergli omaggio e chiedere la conferma del suo titolo. Onorio rispose scomunicando lui, la Regina-madre Costanza e tutto il popolo di Sicilia. I due Vescovi di Cefalù e Nicastro, che avevano celebrato l’incoronazione, ricevettero l’ordine di giustificare la loro condotta dinanzi alla Corte papale. Giuseppe Arienti ( Tutti i Papi da S. Pietro a Pio XII Milano, Sonzogno, 1940, pag. 372) dice che essi furono deposti.
La storia degli anni immediatamente seguenti è intessuta solo di tentativi per giungere a una pace. Carlo di Salerno, ancora prigioniero era disposto a far sacrifici al fine di ottenere la libertà; i suoi carcerieri lo avrebbero lasciato andare in cambio del riconoscimento dei loro diritto sulla Sicilia e sulla Calabria ultra. Ma il Papato si rifiutava recisamente di permettere a Carlo di cedere l’isola, mentre la Corte francese era preoccupata di qualsiasi eccessivo aumento della potenza aragonese. Un trattato, firmato a Parigi nel luglio del 1286 sanzionò un armistizio tra Francia e Aragona, che sarebbe durato 14 mesi; quindi sarebbe stato concluso un definitivo trattato di pace. Ma nello stesso periodo Carlo di Salerno nella sua prigione catalana firmava con i suoi carcerieri un trattato in cui s’impegnava a cedere la Sicilia e le terre vicine, comprese Malta e Reggio con i suoi dintorni, e tutti i suoi diritti al tributo pagato dal Re di Tunisi. Egli, Re Carlo II di Napoli, riotteneva la sua libertà e s’impegnava che avrebbe fatto in modo che il Papato revocasse scomuniche e interdetti scagliati contro i principi aragonesi e i loro sudditi. Il trattato prevedeva il matrimonio del Re di Sicilia con una delle figlie di Carlo e dell’Infanta Violante con il primogenito di Carlo ed erede al trono napoletano Carlo Martello. Fu una sistemazione giusta e ragionevole, cui mancò l’approvazionepontificia, perché Onorio Pp. IV non volle neppure sentirne parlare e, anzi, ordinò una nuova offensiva contro la Sicilia.
Papa Onorio morì prima di vedere i frutti della sua ostinazione. Si spense a Roma il 3 aprile 1287. Per 10 mesi il soglio pontificio rimase vacante. L’opposizione antifrancese in seno al Collegio dei Cardinali fu abbastanza forte per bloccare per un po’ l’elezione di un altro Papa filoangioino, ma alla fine fu raggiunto l’accordo sulla persona dell’ex Generale dcei Frati Minori Gerolamo Masci d’Ascoli, che il 15 febbraio 1288 venne intronizzato col nome di Niccolò IV (1288-92). Papa Niccolò gradì la liberazione dalla prigonia del Principe Carlo lo Zoppo di Salerno e lo incoronò Re Carlo II di Napoli e Puglie. Avrebbe voluto, anzi, alla morte di Re Ladislao d’Ungheria, porre sul trono magiaro Carlo Martello, figlio di Carlo II, ma gli Ungheresi elessero Re Andrea III, della stirpe degli Arpadi. Cercò di metter pace tra Edoardo d’Inghilterra e Filippo il Bello e fra questi e Alfonso d’Aragona. Caduta S. Giovanni d’Acri, ultimo baluardo dei Cristiani in Terra Santa, si occupò dei preparativi di una grande Crociata, i quali furono resi inutili dalla noncuranza dei sovrani d’Inghilterra e Francia: il tempo delle Crociate era ormai finito; I’ ultima, comminata contro gli Aragonesi, le aveva declassate.
Il 13 dicembre 1394 S. Celestino Pp. V (Pietro Angeleri da Morrone), succeduto, dopo due anni di sede vacante a Niccolò Pp. IV, deceduto a Roma il 4 aprile 1292, compianto dai Romani che lo amavano, ritenendosi non in grado di sostenere il peso delle responsabilità connesse alla dignità pontificia la depose spontaneamente e liberamente, dando al Sacro collegio piena e libera facoltà di eleggere un suo successore. Fu questi il Card. Benedetto Gaetani da Anagni (Bonifacio Pp. VIII: 24.12.1294- 11.10.1303). Era egli stato a lungo in cattivi rapporti con Carlo II d’Angiò, ma, per quanto riguardava il problema aragonese, collaborò volentieri con lui. Grazie alla prontezza con cui confermò i progetti di Carlo durante gli ultimi mesi, il 12 giugno 1295 la pace definitiva fu firmata alla sua presenza proprio in Anagni e nel palazzo della famiglia Gaetani. Giacomo d’Aragona avrebbe consegnato alla Santa Sede l’isola di Sicilia e le terre conquistate nella penisola. Avrebbe inoltre liberato gli ostaggi figli di Carlo II d’Angiò; ne avrebbe sposato la figlia Bianca, ricevendo una cospicua dote, cui avrebbe provveduto il Papa; la sorella Violante avrebbe invece sposato uno dei figli di Carlo, il Duca Roberto di Calabria. Il fratello Federico, come compenso,avrebbe avuto la mano di Eleonora d’Angiò, figlia di Carlo, e un generoso finanziamento per la riconquista di Costantinopoli. Filippo di Francia e Carlo di Valois avrebbero rinunciato per sempre a qualsiasi diritto sull’Aragona. Giacomo, sua madre Costanza, i fratelli e tutto il popolo di Sicilia sarebbero stati riaccolti nel grembo della santa chiesa senza alcuna ammendaspirituale.
L’accordo soddisfece tutti, meno i Siciliani. Essi inviarono una delegazione a Barcellona per infornare Re Giacomo che l’isola giammai si sarebbe sottomessa al dominio angioino. L’Infante Federico esitava, mentre Ruggero di Lauria e Giovanni da Procida, nonché le Corti di Barcellona e di Napoli lo sollecitavano ad accettare. A costoro s’opponeva soltanto la Regina-madre Costanza. Federico non voleva abbandonare i suoi Siciliani; inoltre dubitava che fosse realizzabile e desiderabile una spedizione contro Costantinopoli. Quando in Sicilia furono note le reali condizioni della pace di Anagni, i Siciliani dissero a Federico che essi desideravano averlo loro Re, ma che avrebbero difeso l’isola contro lui stesso e contro chiunque altro tentasse di riportarvi gli Angiò. Federico, che i Ghibellini italiani acclamavano ora loro futuro Imperatore, il 12 dicembre 1925 fu incoronato a Palermo Re di Sicilia. L’anno successivo riprese la guerra contro Napoli e la condusse fino in Basilicata.
All’inizio del 1297 Re Giacomo II d’Aragona, già sposatosi con Bianca d’Angiò, fu convocato a Roma da Bonifacio Pp. VIII. Mandò un’ambasceria in Sicilia per proporre al fratello Re Federico I di Sicilia un incontro a Ischia al fine di appianare le loro divergenze. Federico, dopo aver consultato il Parlamento siciliano, rifiutò l’invito, ma non potè impedire a Giovanni da Procida e Ruggero di Lauria d’accompagnare l’ambasceria aragonese nel suo viaggio a Roma, né osò disobbedire all’ordine del fratello che voleva che la Regina Costanza e l’Infanta Violante ansassero con loro. Costanza era riluttante, ma acconsentì nella speranza di riconciliare i due figli.
Da Costanza ad Alfonso il Magnanimo. Ha termine l’usurpazione angioina. Il primato del Mezzogiorno.
A Roma, nel marzo del 1289, Violante d’Aragona fu data in moglie al Duca Roberto di Calabria, figlio di Carlo II d’Angiò, del quale era divenuto l’erede, perché il primogenito Carlo Martello era morto e il secondogenito Luigi aveva abbracciato la vita religiosa. Violante fu per lui una buona moglie. Morì in giovane età, nel 1302, lasciando un figlio unigenito.
Giacomo d’Aragona, durante il suo soggiorno a Roma, fu nominato Confalòoniere della Chiesa, ricevette l’investitura sia della Corsica che della Sardegna, ebbe il permesso di rinviare la cessione, in cambio, delle Baleari e gli furono promesse decime sulle entrate della Chiesa. Valeva la pena il comprare la sua amicizia, anche a caro prezzo, dato che egli portava con sé nel campo angioino il suo Grande Ammiraglio Ruggero di Lauria, che il Papa premiò con la signoria sulle isole africane di Jerba e Kerkena.
La Sicilia era isolata, ma i nuovi alleati, Re Giacomo d’Aragona, Re Carlo II d’Angiò e Bonifacio Pp. Vili si rivelarono, stranamente, secondo Steven Runciman ( The Sicilian Vespers. A History of the Mediterranean World in the laterthirteenth century* 1969), incapaci. In una serie di campagne condotte durante l’ìautunno del 1298 e il successivo inverno scacciarono completamente dalla Calabria ultra il nemico, ma, quando tentarono d’invadere l’isola, Roberto, l’erede di Carlo, riuscì soltanto a occupare alcuni centri abitati nei dintorni di Messina, ma non Messina, mentre Re Giacomo, dopo avere inutilmente assediato Siracusa, veniva duramente sconfitto dal fratello Federico e le flotte riunite d’Angiò e d’Aragona, guidate dal nipote di Ruggero di Lauria, subivano gravi perdite in una battaglia nelle acque di Messina. In conseguenza di ciò Giacomo lasciò l’isola.
perché il 4 luglio, al largo di Capo Orlando, Ruggero di Lauria annientò virtualmente la flotta siciliana comandata da Re Federico. Ma a questa vittoria fecero seguito soltanto saltuarie incursioni, facilmente respinte da Federico.
A settembre Re Giacomo, insieme con la madre Costanza, alla quale ripugnava vedere i due suoi figli combattere l’uno contro l’altro, col pretesto che la sua presenza era richiesta in Spagna partì dall’Italia, per non più rivederla. La vicenda di Costanza era finita!
Abbiamo iniziato questo racconto con una genealogia, quella della Casa Imperiale degli Hohenstaufen; con una genealogia, quella della Casa Reale di Aragona, Sicilia e Majorca, lo concludiamo:
•dalle nozze di Costanza di Hohenstaufen con Pietro III d’Aragona nacquero Alfonso III, Re d’Aragona, Giacomo ti, Re dì Sicilia e poi d’Aragona, Violante e Federico I, Re sì Sicilia;
•Giacomo il d’Aragona e Bianca d’Angiò diedero i natali ad Alfonso IV d’Aragona;
•Alfonso IV d’Aragona e Teresa d’Urgel generarono Pietro IV d’Aragona;
•dalle seconde nozze di Pietro IV d’Aragona con Eleonora nacquero Eleonora, Giovanni I e Martino I d’Aragona;
•Eleonora d’Aragona e Giovanni I di Castiglia diedero i natali a Ferdinando:
•Ferdinando, Re d’Aragona e Sicilia, ed Eleonora di Albuquerque generarono Alfonso, V Re d’Aragona e Sicilia, I di Napoli.
Questo grande sovrano, bene a ragione detto il Magnifico, benché avesse altrove tanti regni, pur volle fare di Napoli la sua residenza e verso il Mezzogiorno d’Italia si comportò da Re nazionale.
Confermò tutte le concessioni di cui Foggia aveva goduto sotto Renato d’Angiò e la onorò della sua frequente presenza. Si deve a lui la istituzione della Dogana di Puglia, per la quale Foggia divenne il capoluogo d’un vastissimo territorio che andava dall’Abruzzo aquilano al Faro e la più ricca delle città del Regno. Per essa egli fu un "novello Federico".
Alfonso molto operò per riportare la pace nel Mezzogiorno e nell’Italia intera e tra Chiesa e Stato. Acquistò in ciò tanta gloria che tutte le Potenze d’Italia lo richiesero formalmente per loro protettore.
Costanza aveva vinto la sua battaglia. Con questo suo discendente, nelle cui vene scorreva il sangue di Federico II di Svevia, Manfredi e Corradino erano vendicati, la discendenza del loro uccisore Carlo d’Angiò scacciatadalla terra che aveva visto la gloria degli Hohenstaufen e a essa ritornava.

 

 

 

 






2010-03-29


   
 

 

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