CANNE ... DOVE?
 







di Emilio Benvenuto




Prof. Emilio Benvenuto

Dalla battaglia alla questione cannense.
"Longum est - scriveva Cornelio Nipote (94-24 a.C.) del Cartaginese Annibale, figlio di Amilcare Barca, acerrimo nemico di Roma - omnia enumerare proelia. Quare hoc unum satis erit dictum, ex quo intelligi possit, quantus ille fuerit; quamdiu in Italia fuit nemo ei in acie restitit, nemo adversus eum post Cannensem in campo castra posuit": sarebbe stato troppo lungo - affermava Cornelio - enumerare tutte le sue battaglie. Perciò gli bastava ricordare soltanto, perché si fosse potuto comprendere qual’era la sua grandezza, che nel tempo in cui egli fu in Italia nessuno gli resistette, nessuno ardì scendere in campo contro di lui dopo la battaglia di Canne.
La cultura militare considera Canne come l’esempio classico di una manovra di duplice accerchiamento perfettamente riuscita. Questa battaglia, che ancora oggi viene studiata nelle Accademie Militari, rappresenta una lezione di annientamento del nemico, cui successivamente si sono ispirati molti Stati Maggiori. Per esempio, il Conte Alfred von Sclieffen, autore del piano tedesco per l’invasione della Francia nel 1914, era attratto da quella vittoria di Annibale. Durante la meticolosa elaborazione del suo grandioso piano, corretto e perfezionato numerose volte, egli studiò e ristudiò la battaglia in cerca di ispirazione. Il piano finale, tuttavia, finì col somigliare solo superficialmente alla tattica messa in campo da Annibale a Canne e fu concepito in una scala molto maggiore. Inoltre, il "Piano Sclieffen", a differenza di quello annibalico, si concluse nella prima guerra mondiale con un fallimento: non così, però, riesumato e attuato con ben altri mezzi (carri armati invece che cavalli, motorizzazione della fanteria, e te), nel 1940.
Dovendo affrontare un esercito molto più numeroso del suo, Annibale decise di sfruttare la forza e l’irruenza della fanteria nemica a proprio beneficio, facendo in modo che attaccasse il centro del suo schieramento. I militi galli e iberi dovevano fungere da esca, mentre i veterani africani avrebbero fatto scattare la trappola. Annibale si preoccupò  di impiegare  con  grande  cura  anche     la  cavalleria,   che
avrebbe svolto un ruolo fondamentale per l’accerchiamento dei Romani. Invece di distribuirli equamente sulle due ali, egli posizionò un numero maggiore di cavalieri sull’ala sinistra, vicino all’Aufidus. Queti ultimi avevano il compito di sfondare il fronte tenuto dalla cavalleria romana, numericamente molto inferiore, e rendersi disponibili per ulteriori manovre. Invece, il contingente di cavalleria più ridotto, che si trovava sul lato più aperto e lontano dal fiume, dove era posizionata la parte più numerosa della cavalleria italica, aveva la funzione di tenerla occupata il più a lungo possibile. Il piano cartaginese, ideato per attuarsi in un luogo non alberato e con la piena visuale del nemico, consisteva in un’imboscata. Questo schema audace e ben progettato dimostra la fiducia totale di Annibale nelle capacità militari di tutti i contingenti del suo esercito.
Le legioni romane, appoggiate dalle "aleae" alleate, furono disposte nelle abituali tre linee dietro alla barriera dei "velites". In questa occasione, i manipoli vennero ordinati in una formazione più serrata del solito e inoltre venne ridotto il loro fronte anteriore, aumentandone la profondità (Poi. IH, 113: 3). La strategia romana era quella di sfondare il fronte punico approfittando della propria superiorità numerica, tattica già praticata nella battaglia della Trebbia (Pol. IlI, 74: 3).
3. Ma il ritorno al principio dei grandi numeri significava rinunciare alla flessibilità e alla manovrabilità e reintrodurre la rigidità della falange macedone. Al comando delle truppe collocate al centro del fronte c’erano Regolo, il Console "suffectus" de 217 a.C. e Cn. Servii io, già alla guida delle truppe al fianco di C. Flaminio (Pol. IH, 114: 6; Liv. XXII, 40: 6).
6. I 2.400 cavalieri cittadini romani furono disposti sul fianco destro, vicino all’Aufidus, sotto la guida del Console L Emilio Paolo. Il Console C. Terenzio Varrone, che era quel giorno (2 agosto 216 a.C.) il comandante generale di turno, assunse il comando dei 3.600 uomini della cavalleria alleata sul fianco destro.
Il centro delle truppe cartaginesi era disposto in un singolo allineamento convesso, protetto da alcune pattuglie di truppe leggere, composte da militi galli e iberi (Pol. IH, 113: 8 s.). Lo stesso Annibale si posizionò in quel punto insieme al fratello Magone, I veterani africani vennero divisi in due falangi - nella versione oplita invece che macedone - disposte ai lati di questa sottile linea a forma di mezza luna. Essi erano vestiti e armati con l’equipaggiamento sottratto ai caduti nella battaglie della Trebbia e del Trasimeno, per cui
Busto di Annibale
sembravano in tutto e per tutto dei legionari romani (Pol. IH, 87: 3 & 114: 1; Liv. XXII, 46:4). La cavalleria gallica e spagnola, composta da circa 6.500 uomini, fu disposta sull’ala sinistra, vicina all’Aufidus, sotto la guida di Asdrubale, uno dei luogotenenti cartaginesi di Annibale. La cavalleria numida, posizionata a destra, era guidata da Annone, figlio di Bomilcare (Pol.III , 114: 7) e da Maharbal, figlio di Imilco (Liv. XXII, 46: 7 & 51: 2).
Annibale mandò all’attacco la cavalleria gallica e spagnola (quest’ultima addestrata ed equipaggiata per combattere in massa (Col. HI, 65: 6), che sbaragliò la cavalleria romana in inferiorità numerica. Invece di disperdersi, lanciandosi all’inseguimento, i cavalieri vittoriosi girarono alle spalle delle truppe romane in avanzata e si scagliarono sulla retroguardia della cavalleria italica, che era stata tenuta impegnata dai Numidi. Nel frattempo, i legionari romani pian piano erano riusciti a respingere i militi galli e iberici, ma gli Africani riuscirono a raggirarli per attaccarli ai lati. I cavalieri galli e iberici lasciarono i Numidi per gettarsi all’inseguimento della cavalleria italica in fuga e attaccarono la retroguardia dei legionari, alleviando la pressione sui militi loro connazionali e circondando il centro delle linee romane. A questo punto, la fase finale della battaglia niente ebbe più a che fare con sofisticate strategie: fu soltanto una carneficina.
Il risultato fu un massacro. Tito Livio, nel suo stile drammatico e retorico, scrive che la strage fu uno spettacolo sconvolgente persino agli occhi di Maharbal (XXII, 51, 5). "Quadraginta quinque milia quingenti pedites, duo milia septingenti equites, et tantadem prope civium sociorumque pars, caesi dicuntur. In his ambo consulum questores, L. Atilius et L. Furius Bibaculus, et undetriginta tribuni militum, consulares quidam praetorique et aedilicii - Inter eos Cn. Servilius Geminum et M. Minucium numerant. Qui magister equitum priore anno, aliquot annis ante consul fuerat -, octoginta praeterea aut senatores aut qui eos magistratus gessisent, unde in senatum legi deberent, cum sua voluntate milites in legionibus facti essent. Capta eo proelio tria milia peditum et equites mille et quingenti dicuntur (Liv. XX, 49: 39 ss.): 48.200 caduti, 4.500 prigionieri, decimati i quadri degli ufficiali romani e alleati, ignorata la cifra dei mutilati e dei feriti superstitil Dei due Consoli, L. Emilio Paolo fu ucciso, C. Terenzio Marrone, che quella battaglia aveva voluto, contro il parere del collega, riuscì a scappare (Poi. III 116: 12, 16). Tra i Cartaginesi, morirono circa 8.000 dei più valorosi uomini di Annibale (Pol. III 117: 6; Liv. XXII 52: 6).
Una colonna di granito si erge oggi sulla collina di Canne. Da un lato reca queste parole di Tito Livio (XXII 54: 1):NULLA PROFECTO ALIA GENS TANTA MOLE CLADIS NON OBRUTA ESSET
Sul lato opposto spiccano quelle di Polibio (III, 116: 11):ANDRES AGATHOI KAI T€S ROM€S ACSIOI -uomini valorosi e di Roma degni-
La complessa problematica della battaglia di Canne e delle molteplici implicazioni di ordine cronologico, tattico e topografico presenta una vastissima letteratura, caratterizzata da una polivalenza di posizioni interpretative e di valutazioni, molto spesso contrastanti, all’interno delle quali non sempre è possibile muoversi con disinvoltura, se non si hanno ben chiari i termini di questa "vexata quaestio" (cfr. Alfonso Palomba, Canne: sull’Ofanto o nella Valle del Pelone?, Lucera, Edistampa, 1981, pag. 1). Esiste, tra gli altri, un problema dell’ubicazione della battaglia di Canne, caratterizzato da accese polemiche tra gli studiosi e che ancor oggi, come dimostra l’articolo edito su il nostro giornale, nella rubrica "Scaffale" di pag. 17 del suo numero di giovedì 28 gennaio scorso, dal titolo "A Carlantino la battaglia di Canne?", non sono affatto sopite. Anzi, da una delle più grandi battaglie della storia sembra esser nata una battaglia . . . sulla battaglia di Canne, che, per non aver essa termine, ha le sembianze d’una guerra infinita.
Quel che la caratterizza è davvero ridicolo: da parte italica vi sono di continuo sempre nuove città a scendere in campo, con Sindaci fasciati di tricolore on testa, a rivendicare l’essere nel loro agro il sito di una battaglia che ci vide duramente sconfitti. Logicamente a riderne, al di là del Rubicone, sono quei leghisti che si dicono figli ed eredi dei Galli cisalpini partegglanti pel trionfatore Annibale su Roma, a dir di essi "ladrona".
Fu uno studio del Cap. Francesco Sponzilli, dal titolo "Considerazioni sul vero sito della battaglia di Canne", edito a Napoli dalle Stamperie Militari nel 1844, a far scoppiare praticamente la polemica sulla battaglia di Canne. Era uno studio fatto da un militare, Comandante del Genio borbonico, che quindi sapeva ben muoversi sul terreno in modo sicuro, il quale, in polemica anche con colleghi tedeschi, scrisse cose
molto interessanti. Chi desideri conoscere la bibliografia e le ragioni da allora esposte nei successivi 68 anni dai vari studiosi sugli aspetti storici, strategici e topografici del fatidico scontro del 2 agosto 216 a.C. deve rifarsi all’accuratissimo lavoro del grande storico tedesca Prof. J- Kromayer (Antike Schlactfelder. Berlin 1912).
26 anni dopo il Prof. Michele Gervasio dava notizia della scoperta a Canne, in agro di Barletta, d’un sepolcreto annibalico (Scavi di Canne: "Japigia, IX, 1938; Nuovi scavi di Canne: "Japigia", X, 1939). Gli scavi, di cui anche l’Agenzia Stefani diede notizia (25.6.1938), furono curati, oltre che dallo stesso Gervasio, Direttore nel 1930 del Museo Provinciale di Bari, dal Prof. Biagio Pace, noto archeologo dell’Università degli Studi di Roma,che li diresse, dal Prof, Nello Tarchiani, Sovrintendente alle antichità delle Puglie, dal Prof. Ciro Drago, Direttore in quegli anni del Museo di Bari, dal Prof. D’Addabbo, Direttore dell’Ente per i Monumenti della Puglia e dal Prof. Sergio Sergi, notissimo antropologo. Nel suo rapporto (5.6.1938) al Ministero dell’Educazione Nazionale, maggiore finanziatore degli scavi, il Pace scrisse:
" Siamo obbligati ad ammettere che noi qui ci troviamo di fronte a un cimitero di fortuna, al più antico glorioso sepolcreto di quelli che si sia finora scoperto, . . . proprio quello in cui venne raccolta la massima parte dei caduti della famosissima battaglia del 216 a.C. "
Da   Barletta   a   ...   Carlantino
Destinato a Bari quale Comandane della 4A Zona Aerea, il Gen. S.A. Domenico Ludovico ebbe modo di appagare una sua antica curiosità di appassionato cultore di storia e di studiare sul posto, ai fini d’un tentativo di realistica ricostruzione, la famosissima battaglia del 216 a.C.
Molto potè giovarsi dei lumi e degli incoraggiamenti prodigatigli da studiosi pugliesi e da esponenti di Enti locali, con lui concordi e solidali nel culto e nella esaltazione delle patrie memorie. Questo comune sentire si tradusse nella costituzione, nel 1953, di un Comitato "prò Canne della Battaglia", avente per scopo la valorizzazione storico-archeologica della celebre località, che guerra e dopoguerra avevano ricoperte delle ceneri del silenzio.
Quale Presidente del detto Comitato e nel desiderio di recare un personale contributo alla causa di Canne, il Gen. Ludovico si indusse a scrivere, o, come egli stesso ebbe a dire, riscrivere, una storia divulgativa della battaglia, inquadrandola, per maggiore comprensione dei tempi, in una visione sintetica delle guerre puniche, di cui Canne rappresentava pur sempre il fatto culminante e più significativo. Venne così alla luce La battaglia di Canne (Roma, ALI editrice, 1958), il più documentato, dotto e peraltro bel testo scritto su siffatto argomento.
La "vexata quaestio" cannense sembrava sopita, quando sul barese "Giornale del Levante" del 28 maggio 1961 apparve il testo ufficiale di una conferenza tenuta all’Università degli studi di Bari dalla Dr. F. Bertocchi, autrice peraltro di uno scritto dal titolo "Il sepolcreto di Canne", edito negli "Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei - 1960" (Roma 1961, vol. XV, pp. 337 ss.): una vera "bomba archeologica" lo definiva il detto giornale. Revocandosi in dubbio l’esistenza a Canne della Battaglia d’un sepolcreto che potesse definirsi "annibalico", a onta delle asserzioni del Gervasio e del Pace, si ridava la stura a una ripresa della battaglia . . . per la battaglia di Canne. Se quella necropoli, infatti, era d’età medioevale e non classica, lecito diveniva pure il dubitare della locazione della stessa, fino allora attribuita dalla maggioranza degli studiosi d’arte militare, storia e archeologia alla dauno-peuceta Canne, e poteva legittimamente supporsi altrove quel fatidico sito.
Polibio, nativo di Megalopoli, nell’Arcadia, e vissuto dal 201, ossia 15 anni appena dopo la battaglia di Canne, al 120 a.C. circa, era ritenuto, invero, uno dei più grandi storici di tutti i tempi. In età di 40 anni, era stato portato a Roma come ostaggio e aveva potuto restarvi, grazie alle relazioni amichevoli coi personaggi più importanti dell’Urbe. Sua opera capitale erano state le Storie, in 40 libri, proprio dalla seconda guerra punica alla presa di Corinto, nel 146 a.C. A noi sono restati solo i primi cinque libri, fino alla battaglia, appunto, di Canne: una storia pragmatica, composta da uno spirito profondamente filosofico. Malgrado i suoi legami amicali con la famiglia degli Scipioni, partecipi e trionfatori della lotta contro Cartagine e quindi testimone "ab auditu" di quegli eventi, poteva aver egli male interpretato i loro racconti ed essere caduto in errore nel rievocare la battagli di Canne e la sua ubicazione?
... E Tito Livio? Di nobile famiglia, nato a Padova nel 59 a.C, 157 anni dopo Canne e 61 dopo
la morte di Polibio, amico di Augusto e precettore di Claudio, scrisse, accanto a qualche dialogo filosofico, 142 libri di storia ab Urbe condita, dalla fondazione di Roma all’età sua. Avrebbe voluto arrivare alla morte di Augusto con 150 libri, ma la morte lo colse nel 17 d.C. La sua opera apparve per serie: guerre sannitiche, guerre puniche, guerre civili, etc. Più tardi fu divisa per decadi, delle quali sono a noi giunte la I, la III, la IV e la prima metà della V, ossia solo 35 libri. Gli eventi da Sagunto a Zama sono narrati da XXI, 1 a XXX, 45 della III decade. Livio è l’artista della storia, che volle rendere eloquente, glorificando Roma nei suoi eroi, invitando alla pratica delle virtù, all’amore per la patria, a rifuggire dalla menzogna e dall’errore. Poteva un tale uomo errare nel descrivere il disastro di Canne e indicare ove avvenne (XII, 46: 1 - 53: 19)?
Il 2 agosto 1970, in occasione del 2186" anniversario della battaglia, il Rev.do Donato Albano, Abate di Volturino, dava notizia di studi da lui condotti, che a suo avviso sconfessavano la tradizione localizzante il campo della battaglia di Canne nell’omonima località tra Barletta e Canosa [Canne della Battaglia . . . si trova presso Volturino (Foggia)?, pro manuscripto, Volturino 1970]. A km. 33 da Foggia e 23 da Lucera e a m. 735 s.l.m. e non nella Valle dell’Ofanto - la battaglia di Canne?
La tesi dell’Albano non convinceva .. . ed ecco scendere in campo, nell’ agosto del 1971, Sandro Ottolenghi a dar notizia, sulle pagine dell’"Europeo" di una "scoperta straordinaria". "Soltanto adesso [vi si diceva] è stato scoperto il luogo esatto in cui si svolse la battaglia di Canne, dove il cartaginese Annibale annientò l’esercito dei Romani".
-Una titolazione straordinaria, indubbiamente concepita [commentava Michele Cristallo] per "colpire il lettore. Anche se, nel testo, la forza dei titoli ne usciva un po’ più affievolita, sgonfiandosi in dichiarazioni che non erano del giurnale, ma degli autori della "sensazionale scoperta", il dott. Mario Izzo, ufficiale sanitario di Castelluccio, e il prof. Leonardo Rubino, due archeologi dilettanti. I due, sulla base di alcuni interessanti ritrovamenti, ritennero di aver scoperto il sepolcreto dei caduti della più famosa battaglia dell’antichità, la battaglia di Canne, appunto, del 216 a.C. E se il sepolcreto di Canne era a Castelluccio, sostenevano, era evidente che la famosa battaglia non era stata combattuta a ... Canne >..
Per incarico conferitogli dall’Aw. Biagio di Giovine, Presidente dell’E.P.T. di Foggia, lo scrivente curò un’indagine e dall’amico Prof. Leonardo Rubino apprese che mai esso aveva rilasciato alcuna dichiarazione a chicchessia e anzi non condivideva l’opinione che dei loro ritrovamenti s’era fatta il Dott. Mario Izzo, dallo scrivente poi confutata nel Convegno di Studi promosso, nello stesso anno, dal Comune di Barletta (Comune di Barletta, Canne 2190 anni dopo. Atti 1" Convegno di Studi 1971, Barletta, Francesconi, 1974, pp. 83 ss.).
Riproponeva ancora la sua "ipotesi" il Dott. Izzo nel Convegno Archeologico di Castelleccio V. Maggiore del 2-4 agosto 1973: la battaglia fra Romani e Punici del 216 a.C. aver avuto luogo in agro di Castelluccio V. Maggiore, nella piana della Valle del Celone, e non a Canne, in quella dell’Ofanto (Mario Izzo, Bruno Orsini & Fabrizio Felli, Annibale esce dall’ombra. Foggia, Elia, 4.12.1974. "Tesi", a dir dei due ultimi autori e non più semplice ipotesi.
Nel febbraio del 1081 il Prof. Alfonso Palomba rifaceva la storia della questione cannense e, riferendosi alla rivendicazione di Castelluccio V. Maggiore e la dura risposta delle civiche autorità barlettane (mancava solo che si assistesse a uno di quegli scontri tra città sorelle che caratterizzarono in Italia il Medio Evo: vi fu persino una sfida a duello tra i maggiori esponenti del Comitato prò Canne e della Sovrintendenza ai Beni Archeologici di Tarantol), concludeva: "Tra i mille problemi suscitati nel tentativo di localizzare il campo della battaglia ci pare che di concreto ci sia solo il fatto che nella valle del Colone si è svolta una grande battaglia. Di quale battaglia si tratta? Agli archeologi la risposta?" (Canne: sull’Ofanto o nella valle del Celone?, Lucerà, Edistampa, 1881, pag, 63).
Neil’ altrui silenzio e su sollecitazione del succitato Dr. Bruno Orsini, a lui legato da antica e mai venuta meno amicizia, lo scrivente, riassumendo i dati di oltre un decennio di ricerche compiute, pubblicava "Canne ... dove?" (Foggia, Ed. Apulia, V. 1984).
Confutate le ragioni addotte a sostegno delle rivendicazioni di Volturino e Castelluccio V. Maggiore, pareva esser sopita la contesa con Barletta e poter procedersi insieme a una valorizzazione di un territorio così ricco di patrie memorie. Ma un’altra contendente era scesa nel frattempo in campo: Celenza V. Fortore. Infatti, nel terzo annuale Convegno di Preistoria, Protostoria e Storia della Daunia, tenutosi a S. Severo dal 27
al 29 novembre 1981, il Prof. Ruggiero Laureili aveva presentato e illustrato una sua relazione, dal titolo: La localizzazione dell’area di Canne (studi di geografia antica). Conclusione della stessa era che la battaglia di Canne si svolse lungo le rive del Fortore e non dell’Ofanto e che le ricerche sulle foto aeree consentivano di selezionarvi spazi ben limitati, entro i quali si sarebbero dovute effettuare sistematiche campagne di scavi. Si augurava quindi che dalla stessa Barletta, la quale sarebbe restata in ogni caso un centro di studi su Canne, scaturissero le iniziative necessarie per fare piena luce sullo storico episodio.
Ma, evidentemente, ciò non bastava. Quello del 2 agosto 1998, fra i discorsi del Dott. Antonio Pellegrino, Presidente della Provincia di Foggia, testimoniava una sua "inesausta passione - scriveva il curatore di una loro raccolta - per la storia locale e per l’urgente necessità di rafforzare e ricostruire la memoria della Capitanata" [Antonio Pellegrino, La mia Capitanata. Scritti e discorsi del Presidente della Provincia (1994-1998), Foggia, Centrografico Francescano, IX. 1998, pp. 276 ss.]. Questa inesausta passione, indubbiamente lodevolissima, lo induceva s dire, a distanza di 27 anni: " . . . sono preziosi i Mario Izzo. lo desidero ringraziarlo pubblicamente perché ha avuto la cortesia di mettermi a parte el suo lavoro, dei progressi delle sue ricerche, dei suoi risultati. Personalmente sono convinto che abbia ragione che le armate di Annibale e dei consoli Lucio Emilio Paolo e Terenzio Varrone abbiano dato proprio qui [e si riferiva a Castelluccio V. Maggiore], alla più grande battaglia della storia dell’antichità . . . " Coraggiosa, ma indubbiamente campanilistica, affermazione di un’opinione, che forse ignorava essere stata    unanimemente    riprovata    da    cultori    d’arte    militare,    storia, archeologia. Un’opinione che consentiva al Dott. Izzo di ridiscendere in campo per una nuova . . . disfida di Barletta, ma che l’isolamento in cui s’era cacciato più non consentiva che potesse aver luogo. Il dibattito non aveva più alcuna motivazione culturale, minato da interventi politici (in anni in cui la classe politica s’era resa odiosa ai cittadini) e da provincialismi e interessi campanilistici, escludeva storici e archeologi, che tali fossero e non persone affette da snobismo culturale.
E’ quindi logico che seguisse il silenzio, durato oltre 11 anni, da Barletta a Volturino, da Castelluccio V. Maggiore a Celenza V. Fortore, e su Canne e la sua battaglia ebbe a incombere il disinteresse di cittadini preoccupati di ben più gravi problemi di civica sopravvivenza.
Siamo al 2010. Giovedì 28 gennaio il nostro giornale dava notizia di un nuovo convegno di studi, questa volta sulla presenza di Annibale nella piana del Fortore, cui era intervenuto il Sindaco di Carlantino, Dr. Vito Guerrera.
Carlantino è a km. 60 da Foggia e 42 da Lucera. Il nome gli deriverebbe (v.. Michele Palmieri, Pasquale Soccio & altri, Scopriamo la Puglia. Bari, Adda, s.d., pag. 29) da quello vezzeggiativo del fondatore: Carlettino > Carlentino > Carlantino. I suoi terreni sono adibiti a pascoli e alla coltivazione di una speciale qualità di grano, detto "carlantino". Nel dialetto garganico, faceva notare il compianto garganico Prof. Pasquale Soccio, "Carlantino" è sinonimo di "commerciante di cereali". Dal suo aperto colle, a m. 558 s.l.m. si domina quella parte della Valle del Fortore, dove ora sorge la grandiosa diga di Occhito.
Il primo cittadino di questa comunità dauna, che pretendeva contendere a Canne il prestigio di avere ospitato una delle più importanti battaglie di tutti i tempi, aveva raccomandato in quel convegno prudenza: " ... Un passo per volta, tanto più in materia storica, ne va della nostra credibilità . . . Occorre presentarsi al mondo scientifico con prove solide, al momento non disponibili. Alzare un polverone solo per far parlare di Carlantino sarebbe una mossa sbagliata ... " Sagge parole!
Abbondanti reperti archeologici, illustrati in uno scritto del Dr. Paolo Maulucci, dell’Ufficio foggiano della Sovrintendena di Taranto, presentato in quell’appuntamento provavano - si sostenne - una presenza cartaginese nella zona del fiume dauno. Non bastavano - certo -da soli a sostenere che fosse avvenuto in quell’area fortorina e non nell’altra del fiume Ofanto lo scontro del 2 agosto 216 a.C, che causò la perdita di innumeri Romani sconfitti.
Dove sarebbero finiti i corpi di questi caduti? Insepolti o bruciati, ha sostenuto l’ing. Giuseppe de Marco, nell’ area, di cui dava queste coordinate: Carlantino, Subappennino Dauno settentrionale, riva destra del Fortore, piana di Ischia Rotonda, in direzione del torrente Cigno, zona invasa dalle acque del bacino di Occhito. Più rispettosa la sorte dei Cartaginesi, le ceneri dei cui caduti (circa 8.000 I),
Resti di Canne della Battaglia
cremati su pire sacre, gli ustrini, sarebbero state raccolte in urne cinerarie, man mano rinvenute e raccolte nel contenitore archeologico carlantinese ( ? ).
O tempora! O mores!
La cautela del Sindaco di Carlantino è rispettabile, ma la sua sorte pare esser la stessa del Console L. Paolo Emilio, che invano aveva esortato alla prudenza il collega Varrone.
Certamente, per il piccolo comune dauno si aprirebbe una prospettiva eccitante: cambiare il nome alla battaglia forse più citata, battaglia del Fortore e non più dell’Ofanto, battaglia di Carlantino e non più di Canne; Carlantino della Battaglia e non più Canne della Battaglia; far riscrivere i libri di storia e farvi parlar di Carlantino. Ma torniamo alla realtà.
Allorché "Annibale concepì l’ardito e geniale piano di portare, attraverso Africa, Spagna, Gallia e Italia la sua spada sino alle porte stesse di Roma, si ebbe una guerra totale e integrale, nella quale ciascun avversario, trattenendo il fiato, usò ostinatamente di ogni mezzo e di ogni risorsa per distruggere l’altro" (Gen. Ettore Grasselli, Corso di cultura militare. Milano, Giuffré, 1937, pag. 36).
Così fu a Canne e non poteva essere altrove. Canne era al centro dell’Apulia, al confine tra Daunia e Peucezia. Si trovava sulla riva destra del fiume Ofanto, /’AUPHIDOS dei Greci, l’ AUFIDUS dei Romani, a circa km. 8 dall’Adriatico.
Nell’interno della regione pugliese, Canne, a differenza delle sue odierne contendenti Volturino, Castelluccio V. Maggiore, Celenza V. Fortore e Carlantino, era un famoso e fatale passaggio obbligato, a dominio del guado dell’Ofanto. L’importanza funzionale di questa città si comprende ancora meglio, osservando che ogni comunicazione presso la costa era resa impossibile dagli impaludamenti dell’area di foce dell’Ofanto, mentre verso l’interno le Murge sbarravano il passo con le loro abrupte pareti del loro confine settentrionale. A Canne, più di una volta, con sconfitte e vittorie, fu deciso il destino dei popoli. Roberto il Guiscardo la distrusse nel 1083 e da allora questa città chiave non è più risorta dalle sue rovine (Osvaldo Baldacci, Puglia. Torino, UTET, 1962, pag. 219).
L’Ofanto, il maggiore fiume adriatico a sud del Reno, è lungo km. 165 e ha il più grande bacino idrografico, pari a kmq. 2.674. Scendendo dal cuore alpestre dell’lrpinia, aggira a occidente l’ostacolo del vulcanico Vulture, assumendo poi una direzione perfettamente meridiana. Poco prima dell’ansa che il fiume effettua per assumere un deflusso diretto verso la costa, si incontrano i confini della Campania, della Basilicata e delle Puglie. Qui e di preciso a Ponte S. Venere, inizia il corso di pianura dell’Ofanto, con ampi e variabili meandri, in un letto sassoso, con ciottolame scuro di natura vulcanica, con isole fluviali e meandri morti, ma ancora ben riconoscibili nelle carte topografiche, perché si identificano con la linea del confine meridionale della provincia di Foggia. Un modesto canale, il Contro-Ofanto, costruito per convogliare le acque di piena verso il settore meridionale dell’ex-lago di Salpi, in gran parte bonificato, si distacca dalla sponda sinistra, in territorio di S. Ferdinando di Puglia. Nei pressi della foce, l’Ofanto assume una direzione meridiana, evidentemente determinata dalla traversia e da correnti litoranee. L’apporto dovuto alla deiezione ha fatto arretrare le acque marine e ciò è cronologicamente documentabile, per la presenza di costruzioni ora interne, ma che una volta erano costiere. La portata media mensile dell’Ofanto va, nella piana di Canne, da mclsec. 38,70 a febbraio a 1,94 ad agosto.
Il Celone, /’AQUILO degli antichi, è il più meridionale degli affluenti del Candelabro e trae origine dalle pendici del Monte Cornacchia. Scorre a nord di Foggia e, secondo alcuni vecchi storici locali, è attribuita alle sue alluvioni la distruzione di Arpi, l’antichissima città della Daunia. Il Celone è un’esile linfa vagante nella canicola del Tavoliere ed è riconoscibile solo per la sua sempre verde vegetazione di giunchi che ne invade l’alveo. La sua portata media è, in agro di Castelluccio V. Maggiore,  di mclsec. 0,83 (- 1, 11 rispetto a quella minima dell’Ofanto).
Il fiume Fortore, lungo km. 86 (—79 rispetto all’Ofanto) interessa effettivamente la regione pugliese per circa 25 chilometri, cioè dalla confluenza del torrente Toma sino alla foce, che ha subito variazioni di notevole entità: ora il fiume termina con una bocca nuova; anteriormente, con la foce di Acquarotta, era spostato verso oriente e comunicava con il lago di Lesina. Chiari elementi morfologici e toponomastici (p. es. Fiumemorto) sussistono tuttora per ricostruire la foce antica presso la Torre del Fortore. Per molto tempo e soprattutto durante le piene, la foce del Fortore fu provvista di diramazioni deltizie, ancora sufficientemente riconoscibili. Le molteplici variazionidi foce sono dovute alla grande ricchezza di torbide e detriti di questo fiume, che ha dato un contributo determinante per la formazione del cordone litoraneo del Lago di Lesina e, in minore, ma pur sempre rilevante, misura, di quello del Lago di Varano. Nella pianura l’acqua scorre tortuosa e divagante in un ampio letto, colmo di bianco ciottolame, definito da sponde alte, oltre le quali, al sicuro dalle pericolose alluvioni, sono i centri abitati di Chieuti, Serracapriola e S. Paolo di Civitate. Ripalta è il centro abitato più vicino al corso d’acqua e deriva il suo nome dell’ubicazione topografica (ripa alta). La portata media mensile del Fortore va da mclsec. 40,00 a gennaio a 0.63 in agosto (da + 1,30 a -1,31 rispetto all’Ofanto (O. Baldacci, o.c, pp. 98 ss.).
Ai piedi di Canne - e non altrove - scorreva l’Auphidon-Aufidus, ripetutamente indicato e ivi ubicato da tutti, senza eccezione alcuna, gli scrittori classici, su un terreno prevalentemente piatto e privo di alberi, soprattutto sul lato sinistro: un terreno ideale per la cavalleria, con dislivelli che mai superano i 20 metri d’altezza per tutta l’area che unisce Canne al mare. Il lato destro, invece, anche se prevalentemente pianeggiante, si solleva lentamente, ma in maniera costante, dal mare fino al poggio su cui si trova Canne. Gli storici hanno situato il teatro di battaglia sulla riva sinistra dell’Ofanto, ma le fonti migliori, più edotte di cultura militare, affermano che il combattimento si svolse sulla riva destra, basandosi sul fatto che originariamente il corso del fiume si trovava più lontano dalla collina su cui sorgeva Canne (J. Lazenby, Hannibal’s war. A military history of the second war, Warminster, Aris & Phillips, 1998; A. Goldworthy, Cannae. London, Cassel, 2001; N. Fields, The Roman Army of the Punic Wars, London, Osprey, 2002: G. Daly, La battaglia di Canne, Gorizia, Ed. Goriziana, 2009).
L’ordine di battaglia dei due eserciti fu il seguente:-
1)I Romani disponevano di 8 legioni rinforzate e 8 "aleae" latine e italiche, esse pure rinforzate, per un totale di 80.000 soldati di fanteria e 6.000 di cavalleria, al comando dei due Consoli G. Terenzio Vrrone e L. Emilio Paolo. Erano presenti anche i Consoli dell’anno precedente. M. Attilio Regolo e Gn. Servino Gemino.
2)Annibale guidava circa 40.000 soldati di fanteria - Africani (libici e libi-fenici), Galli e Spagnoli - e 10.000 di cavalleria - Galli, Numidi e Spagnoli).
3)Terenzio Varrone ordinò di guadare l’Ofanto e, alla vista del nemico, addensò le file del centro, fidando di potere con esse sfondare il centro delle schiere nemiche. Annibale, invece, con disegno contrario, schierò i suoi in linea convessa, estendendo la linea a rafforzando le ali.Nel primo scontro le due cavallerie si azzuffarono arditamente con manifesto vantaggio dei Cartginesi. Al centro, mentre le truppe   leggere   puniche,   costituite   in   gran   parte   di   Galli, retrocedevano, alle loro ali Africani e Spagnoli si mantennero quasi   fermi. In tal modo, il fronte dei Cartaginesi, che all’inizio s’era presentato in forma convessa, divenne concavo durante il combattimento. Così le schiere dei Romani, dense nel centro, nel   mentre    avanzavano,    nell’intento    di   sfondare    le    linee avversarie, si trovarono i nemici ai fianchi, tanto da esserne circondati. Allora,  mentre la  cavalleria romana,    decimata e stremata, era messa in fuga, Maharbal con la sua assalì alle spalle la fanteria romana, decidendone la rotta.
Il disastro fu grave oltre ogni dire, perché morirono sul campo il Console  Paolo  Emilio,  che aveva cercato di portare  aiuto al centro, quando intuì il pericolo in  cui l’aveva  cacciato  l’errore del collega.
Morirono i due Consoli dell’anno precedente, che erano stati posti a comandare il centro e Caio Minucio, il collega di Quinto Fabio Massimo.
Si salvò, fuggendo con una schiera di cavalieri, il solo Terenzio Varrone, che riparò con essi a Venosa. Circa 10.000 scampati all’eccidio si rifugiarono a Canosa. Gli altri sbandati nelle campagne non ebbero scampo: uccisi o fatti prigionieri. Un distaccamento di circa 10.000 uomini aveva avuto ordine da Terenzio Varrone l’incarico di occupare e porre a sacco l’accampamento cartaginese, durante la battaglia. Sorpresi, furono invece fatti prigionieri nello stesso accampamento.
Questa fuga degli sconfitti (che nella città di Canne non potevano certo trovare scampo, perché in mano cartaginese) nelle ospitali Canosa e Venosa, a Roma fedelissime, è un altro, decisivo argomento per confutare le pretese di Volturino, Caste/luccio V. Maggiore, Celenza V. Fortore e Carlantino. Da loro tutte, Canosa e Venosa, a Canne vicine, sono invece ben lontane, troppo per potervitrovare scampo, ammesso pure per assurdo che esse in quel tempo esistessero.
Data, dunque, infausta per Roma quella del 2 agosto 216 a.C, ma anche di luce e di gloria per le mirabili virtù che quel popolo di valorosi seppe dimostrare di fronte all’immane sventura, sotto le rovine della quale - afferma orgogliosamente Livio - ogni altra nazione sarebbe rimasta certamente schiacciata.
Quinto Fabio Massimo, rieletto Dittatore, ordinava che nessuno portasse il lutto per più di 10 giorni; "le donne, se volevano piangere i loro morti, si chiudessero in casa, ma non si mostrassero nelle vie e nei templi a dare spettacolo del loro dolore"; venivano chiamati tutti gli uomini atti alle armi, si arruolavano perfino gli schiavi, si toglievano dai templi i trofei di guerra per farne armi per i soldati, le matrone in nobile gara si spogliavano dei loro monili per rinsanguare il pubblico erario, si richiamava da Venosa il Console superstite e gli si andava incontro "per ringraziarlo di non aver disperato della salvezza della patria", spettacolo inconsueto presso altri popoli antichi e moderni e che dice tutta la grandezza d’animo di un popolo, veramente degno di essere padrone del mondo (Enzo Catagna, Tito Livio: Da Sagunto a Zama, Torino, Lattes, s.d., pag. 89).
... E noi ? Noi ci battiamo per commemorare una sconfitta e per rivendicare l’essere la nostra città dove essa avvenne. Ben giustamente un Romano risorto, al vedere sì triste spettacolo, esclamerebbe: "O tempora! O mores!"

 

 

 

 

 

 






2010-03-16


   
 

 

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