Mentre il medico studia
 







Antonio Filippetti




Un famoso adagio, come si sa, ammonisce che “mentre il medico studia il malato muore”. Si potrebbe dire che mai espressione della saggezza popolare fu più appropriata. Rappresentiamo per un attimo lo scenario:  da anni (troppi) il medico è al capezzale per così dire di un giovane in gravi condizioni, che avrebbe bisogno di una cura rapida ed efficace e viceversa tutto quello che il luminare in questione riesce a suggerire è un immarcescibile ma  sterile predicozzo. Il quadro in parola riguarda i giovani in cerca di futuro sollecitati ad andar via dalla propria terra e a cercarsi un avvenire altrove. Non è, si badi bene, solo lo spunto (l’ennesimo) offerto  di recente da Pier Luigi Celli con la sua ”lettera aperta” al figlio; è semmai una situazione che si reitera identica da  tempo immemore,  senza soluzione. E che per di più nel Mezzogiorno d’Italia  ha assunto  toni drammatici.
Lo scenario di riferimento è infatti mutato: non ci troviamo più davanti  all’emigrante con la famosa valigia di cartone che cerca spazio nelle zone più ricche del paese e nelle nazioni a miglior reddito, pagando spesso uno scotto altissimo ( il dramma  lo rappresentò in uno stupendo affresco il film di Visconti “Rocco e i suoi fratelli”); ora siamo di fronte ad una vera e propria massa di migranti – reali o potenziali – colti, che hanno cioè studiato con successo e possono essere utili allo sviluppo del paese. E tuttavia per costoro non sembra esserci cittadinanza giacché  quel poco che si riesce ancora a ricavare è pressoché esclusivo appannaggio di chi  diremmo ha  meno meriti da far valere, che si appoggia cioè a clan non proprio virtuosi e specchiati. E qui è davvero al tempo stesso strano e drammatico che un invito ad andar via venga da un personaggio come Celli che certamente per status, censo e tradizione ha sicuramente molti numeri da far valereanche  a favore del proprio rampollo  che si presenta tra l’altro con tutte le carte in regola: che dovrà mai dire (e fare) allora il povero studente figlio della “lower class” che ha studiato  magari fuori sede, erodendo i risparmi della propria famiglia e facendo salti mortali per arrivare al “titolo di studio”?. A voler continuare su questo registro si aprirebbe davvero una discussione  senza fondo sul degrado morale e civile che ha contrassegnato il corso degli eventi della nostra società. Al Sud molti giovani, anche del  comparto per così dire intellettuale, sono talmente sfiduciati che spesso un lavoro nemmeno lo cercano più o sono costretti ad accettare situazioni di compromesso avvilenti,  quelle che l’ultimo rapporto Censis  etichetta come espressione dell’ “arte di arrangiarsi” del nostro popolo ma che non fanno davvero onore a nessuno. Ci sarà pure una spiegazione di tutto questo e soprattutto ci saranno delle responsabilità per questostato di cose. E qui la risposta è una sola: la classe dirigente di questo paese – di cui Celli, sia detto senza malanimo, fa a buon titolo parte – non ha saputo creare le condizioni per evitare l’attuale situazione di sconforto e arretratezza che si traduce poi in un danno per l’intera nazione; perché chi riesce ad andare all’estero e ad affermarsi, trasferisce le proprie  conoscenze    negli ingranaggi di quei paesi che ci distanziano sempre più in tutti i campi e lo fanno paradossalmente – e questo è grave – usando proprio i saperi e  le risorse della nostra gente. Tutto ciò avviene da tempo  (in estrema umiltà debbo dire di averlo segnalato altre volte) e periodicamente si rinnova, come in questo caso, il solito dilemma: andar via o restare. Ma poi chi dovrebbe attivarsi per competenza non sa fare altro che proporre la medicina di sempre, cioè niente, reiterando  lo scenario ricordato all’inizio. La verità è che alla fine va in malora un’interacomunità con tutto ciò che ne consegue. Perché la scelta tra il rimanere nella disperazione ed andar via facendo impoverire ancor più il paese, si traduce alla fine in una lacerante  sconfitta per tutti.






2009-12-30


   
 

 

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