Senso e linguaggio: le parole che non si usano più

 







Antonio Filippetti




Le recenti esternazioni ascoltate in televisione o lette sui giornali da parte di uomini politici, protagonisti dello sport e personaggi  dello spettacolo non sono da ascrivere come si diceva una volta al linguaggio per educande. Non si intende mettere   in gioco  - almeno in questo contesto -  alcuna preoccupazione d’ordine morale e neppure  di semplice buon gusto; la considerazione che vorrei fare è per così dire d’ordine generale ed in un certo senso più amara. Per essere più espliciti non importa nulla ora di come si esprime il presidente del consiglio o qualche suo ministro e di pari grado non ci sorprende il linguaggio di famosi allenatori o calciatori o conduttori televisivi e così via.
Duole constatare viceversa come la nostra lingua vada progressivamente perdendo di spessore – e conseguentemente di significato -  a mano a mano che  l’omologazione avanza  econquista spazi sempre maggiori. Si potrebbe anche tristemente dedurre  che laddove le regole sono completamente  disattese a tutti i livelli non si giustificano  poi  le ragioni per cui  le norme della grammatica e della sintassi debbano  essere rispettate. Ma il guaio è che assistiamo ad un progressivo impoverimento del nostro  lessico che  è la spia  di un arretramento  pernicioso.  Com’è noto,  i popoli primitivi avevano scarse disponibilità espressive mentre quelli cosiddetti emancipati possono attingere  ad un serbatoio ben più ampio, fatto di sfumature, sinonimi,  figure retoriche,ecc. creato e consolidato nel corso del tempo come risultato di una maturità  culturale più sensibile  e consapevole, conseguita dopo un lungo e faticoso tirocinio. Probabilmente  è anche questo uno dei guasti della globalizzazione che nel pretendere di accomunare e “democratizzare”, finisce  poi per banalizzare opeggio svuotare di contenuti l’intera esperienza  restringendo soggettività e diversità.
L’allarme  è stato lanciato di recente anche  dalla Zanichelli che nell’edizione del 2010 del vocabolario Zingarelli fornisce un lungo elenco di parole in via di estinzione, quasi tremila, che per il momento corrono il rischio di estinguersi, proprio come è avvenuto in passato per animali,piante,ecc. Quasi nessuno più usa termini come garrulo o sapido o fulgore o ancora ghiribizzo, ondivago, esimio e così via. Per farsi capire  forse più in fretta si restringe il vocabolario puntando sempre sulle stesse parole: sciatte ma di immediata familiarità. Così come  è costume servirsi di termini alla moda, o meglio di parole che tutti usano per un determinato periodo di tempo, magari per sentirsi  più all’avanguardia, come epocale (anche uno stranuto diventa oggi epocale) o come coeso (desiderio ed aspirazione di cui non si può fare a meno). Allo stesso modo un autenticobalzello da pagare per dar senso al proprio discorso è diventato  il termine “attimino”, per così dire un diminutivo di un diminutivo al quale parlando nessun sembra saper rinunciare.
C’è poi da tener conto dell’aspetto più deprimente rappresentato dall’introduzione del lessico “internazionale”,  vale a dire dell’inglese inserito spesso a sproposito nelle conversazioni a tutti i livelli, forse anche (o solo)  per far bella figura: parole brevi e inutili  - step, out,back ,flash, stop,map, must,top, spot - od altre scioccamente utilizzate al posto dei corrispettivi termini nazionali – devolution, stalking, welfare,suasion, deregulation, standing ovation, ecc. ; il tutto a quanto pare per ricercare una immediatezza di significato e comprensione che va tuttavia sempre  a discapito della identità originale e della comunicazione di senso.  Si afferma sempre più un linguaggio diremmo impoetico, se è vero che quello dei poeti trova il suo fascino maggioreproprio nello “straniamento”, ovvero in ciò che una volta si definiva anche  licenza poetica; ma qui ora la questione riguarda proprio  la perdita di significato, poiché dal livellamento delle locuzioni usate ovvero dallo “sdoganamento” di espressioni che un tempo si sarebbero dette  da caserma, alla fine resta unicamente  uno straordinario stordimento proprio come  se avessimo partecipato alla sbornia di un bivacco.






2009-11-30


   
 

 

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