Ipocrisia e chiacchiere in tempo di globalizzazione
 







di Antonio Filippetti




Parafrasando una famosa battuta del grande Totò, potremmo affermare che “poi si dice che tutto va a rotoli”. In verità in una società in cui le affermazioni, anche quelle solenni (o che dovrebbero essere tali) sono mistificazioni che celano interessi ed egoismi, non può fare sensazione il dover constatare come il degrado civile e morale abbia  talmente invaso le coscienze da essere accettato come una “regola condivisa” del nostro tempo. Tralasciando ora le arcinote vicende politico-istituzionali di queste ultime settimane (che pure rappresentano un termometro eloquente  dello stato in cui versa la coscienza civile di chi dovrebbe avere nelle mani, oltre che nel cuore, il destino della nazione), può risultare utile una riflessione su alcune contraddizioni (o forse meglio sarebbe dire  contraffazioni) che vengono praticate o messe in atto  con spudoratezza senza suscitare allarme oapprensione.
Abbiamo assistito non molto tempo fa (ma a dire il vero abbiamo più che altro subito) alla visita di stato del leader libico Gheddafi che ha imposto al nostro governo, quindi a tutti gli italiani, la sua rivincita coloniale: è venuto cioè a Roma e, al di là di un  faraonico seguito di attaché e portaborse vari, ha inteso piantare una tenda nel cuore di Roma, con la scusante del rispetto delle tradizioni del suo paese. Come se la diplomazia non dovesse imporre, come è giusto, le proprie  regole a chi viene  ospitato senza subire l’imposizione dello straniero. Il tutto  poi mentre si studiano le “opportune misure” per cacciar via gli extracomunitari, le badanti,  i “clandestini”e così via. L’ipocrisia ha raggiunto  davvero un tasso altissimo perché  andava almeno detto nel caso specifico che tutto era consentito al dittatore libico in nome del dio petrolio e che questo era utile agli affari della nostra maggiore azienda del settore (enon solo). Gli affari prima di tutto, e non importa se il personaggio in questione dice cose improponibili alla comune ragione, come avvenne  in altro luogo del resto con  un altro dittatore, quello dell’Iran, contestato magari in una sala, mentre decine di “negoziatori” stringevano accordi commerciali a tutta forza in privè limitrofi. Ci vorrebbe almeno un briciolo di verità. E soprattutto qualcuno in grado di segnalare l’inganno.
La società globale vive, oltre che  del mito del tempo reale, soprattutto all’insegna del “come se fosse”: originali e copie si scambiano  addirittura i ruoli affermando persino cose di volta in volta diverse tanto nessuno se ne accorge o se ne accorge sempre di meno (forse  per questo impazzano dappertutto imitazioni e caricature); alla fine  però si finisce per credere  a ciò che è più “gettonato”, ovvero strombazzato, alla faccia diremmo del pensiero critico e del libero arbitrio. Sotto la spinta di un furibondo martellamento mediatico, cala per forza di cose il livello d’attenzione. E si intende ovviamente  di meno: ad esempio occorrerebbe  pur capire   le ragioni per cui una  giunta regionale come quella della Campania (ma non si tratta di un caso isolato) porterà a termine il suo mandato con una squadra di “resti”,  il che significa  che gli assessori  di inizio legislatura sono stati quasi tutti   cambiati negli anni  e certamente non per ragioni di “qualità superiore”e per di più i “subentrati” non sembrano lasciar tracce eloquenti: anzi si distinguono per sortite davvero paradossali come quella ad esempio dell’ex  assessore al turismo il quale lasciando l’incarico ebbe ad  affermare che nessuno  avrebbe fatto meglio di lui   senza che nessuno  pensasse di replicargli, per parafrasi almeno, che nessuno avrebbe potuto fare peggio di lui. Se la Campania nel caso specifico è diventata la maglia neradell’economia, nessuno se ne assume non dico la responsabilità, ma almeno il compito (sarebbe se non altro un gesto di buona volontà) di individuare e proporre qualche rimedio. Parafrasando ancora una battuta famosa,come nel film “L’ultima minaccia”, dobbiamo rassegnarci forse a sentirci dire che dopotutto “questa è la globalizzazione, bellezza”.

 

 

 

 






2009-09-01


   
 

 

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