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La Biennale di Venezia
La 50. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia si presenta quest’anno come una “mostra delle mostre”, che si svilupperà nei diversi spazi dell’Arsenale, all’interno degli storici Giardini della Biennale, al Museo Correr e in altri luoghi in città, che come degli Interludes, renderanno ancora più ampia, con 380 artisti partecipanti, questa edizione, la Cinquantesima, della Biennale d’Arte. Francesco Bonami ha voluto nel suo progetto valorizzare l’unicità della struttura espositiva della Biennale di Venezia, per costruire una grande rassegna internazionale che prenda in considerazione le diversità che compongono la realtà artistica contemporanea, e per questo si comporrà di diversi progetti (come isole di un arcipelago), ognuno con una sua propria identità e autonomia. Lo spettatore-lettore di questa mappa potrà così affrontare le singole individualità artistiche e costruirsi un personale itinerario. Non esiste infatti un inizio e una fine, ma tanti luoghi e tante diverse visioni e tendenze per affrontare un viaggio nella contemporaneità.
Sogni e Conflitti: la Dittatura dello Spettatore di Francesco Bonami
La fine del XX secolo Alla 49ma Biennale Harald Szeemann presentava simbolicamente il lavoro di Beuys “la fine del XX secolo”, con questa opera il ciclo delle grandi mostre iniziate negli anni Sessanta poteva considerarsi concluso. La visione unica, onnipresente del curatore prende atto di una trasformazione e dell’infinita frammentazione nel campo visivo e dell’arte contemporanea. Una realtà realmente o forzatamente “globale” non può essere più ricondotta alla prospettiva centrale del curatore/autore che ha segnato il metodo delle grandi mostre degli ultimi trenta anni. La 50. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia parte da questa considerazione e riflette su come l’idea di “grande mostra” possa realmente proporre la diversità in atto nell’arte contemporanea, attraverso la molteplicità dei linguaggi e la innegabile autonomia di nuovi contesti, geografici, politici e culturali. La domanda sulla impossibilità per un curatore di abbracciare più di duecento artisti con un solo sguardo e tradurlo in un esperienza chiara per lo spettatore conduce alla struttura di “Sogni e Conflitti; la dittatura dello spettatore”. La Biennale di arti visive si trasforma in un grande corpo al cui interno si manifestano le anime diverse ed autonome dell’arte contemporanea. Oltre alle tre mostre da me curate (Ritardi e Rivoluzioni, Clandestini, Pittura/Painting. Da Rauschenberg a Murakami, 1964-2005) i Giardini della Biennale e l’Arsenale offriranno allo spettatore otto prospettive sul mondo dell’arte contemporanea (Slittamenti Sistemi individuali, Zona d’Urgenza, La struttura della sopravvivenza, Rappresentazoni arabe contemporanee, Il Quotidiano Alterato, Stazione Utopia, La Zona), otto strade di ricerca che lo spettatore potrà percorrere in modo autonomo, concentrando la propria attenzione sulle singole sezioni, non più divorato dalla mostra/mostro ma ritrovando un’esperienza a dimensione umana. Una Biennale d’arte concepita come una mostra polifonica dove un gruppo di voci e pensieri parlano nello stesso contesto attraverso la propria identità.
Sogni e Conflitti
Se la nostra epoca non consente più di pensare un grande evento di arte contemporanea come un esercizio ed un sogno puramente estetico dissociato dal mondo e dalla società, altrettanto improponibile una mostra che sia la semplice documentazione del mondo in cui viviamo e dei suoi conflitti. Un evento di arte contemporanea oggi è il risultato dello scontro fra il sogno estetico e il documento del conflitto. Da questo scontro nasce questa S0esima Esposizione di arti visive. Tra il mondo e l’arte è necessaria una soglia, un confine, che lo spettatore chiede di attraversare per poter osservare la realtà trasformata attraverso la visione dell’artista. Una mostra non come tentativo di dimenticare il mondo ma di comprenderlo attraverso la specificità dell’arte, una specificità spesso tradita dalla paura di isolarla dalla società e dal umanità. L’arte che vuole essere una metafora e non semplicemente un messaggio del mondo. La mostra diventa uno sguardo attivo sul mondo e non il catalogo passivo di un mondo d’immagini.
La dittatura dello spettatore
Negli ultimi due decenni il concetto di “grande mostra” ha finito per sostituire l’esperienza individuale della singola opera d’arte. Il rapporto diretto dello spettatore con il lavoro e l’idea dell’artista è stato sostituito dalla sensazione tematica della mostra dove l’evento diventa soggetto annullando la tensione creativa fra soggetto/artista e soggetto/spettatore. La 50. Esposizione Internazionale d’Arte vuole essere un opportunità per ridare allo spettatore il controllo del proprio sguardo e della propria immaginazione, diventando il dittatore della propria esperienza di mostra, offrendogli chiavi di lettura e di accesso alle opere degli artisti che gli consentano un percorso individuale che lo svincoli dal concetto informe di “audience”.
Italia
La polemica sul ruolo che l’arte italiana debba giocare all’interno della Biennale di Venezia si è spesso risolta e ridotta a computo numerico e metri quadri occupati all’interno della mostra, distraendoci dal rafforzare la ricerca artistica e dall’evidenziare non la quantità ma la qualità di questa ricerca. Nella Cinquantesima Biennale di arti visive l’Italia ritrova un suo equilibrio all’interno della mostra e all’interno dei Giardini in relazione alle altre partecipazioni nazionali. Oltre alla presenza cli artisti individuali nelle varie sezioni della mostra, lo spazio/installazione ideata dal gruppo A12 offre la possibilità a cinque giovani artisti italiani di presentarsi in una relazione chiara con le altre presenze nazionali mentre i quattro artisti selezionati dalla Direzione per 1’ Architettura e l’Arte Contemporanee al Padiglione Venezia sottolineano e rafforzano la nuova energia legata all’arte contemporanea che sta nascendo su tutto il territorio nazionale. I due premi alla carriera assegnati a Carol Rama e a Michelangelo Pistoletto vogliono confermare l’influenza che questi due artisti riconosciuti internazionalmente hanno avuto anche sulle generazioni più giovani di artisti italiani. Questi riconoscimenti sottolineano la fondamentale importanza che il dialogo e lo scambio d’idee fra generazioni diverse hanno nella costruzione di una cultura contemporanea capace di aprirsi e di dialogare con il mondo.
Ritardi e Rivoluzioni - Padiglione Italia a cura di Francesco Bonami e Daniel Birnbaum
Per la 50. Esposizione Internazionale d’Arte, il direttore Francesco Bonami e il curatore Daniel Birnbaum, che vive e lavora a Francoforte, hanno realizzato Ritardi e Rivoluzioni/Delays and Revolutions, la rassegna di gruppo dedicata agli autori internazionali. Il Padiglione Italia ospiterà le opere di circa .quaranta artisti che si dedicano a generi diversi, tra cui la pittura, il disegno, la scultura, il cinema, il video e le installazioni. Se da una parte le produzioni più recenti riceveranno maggiore attenzione, dall’altra la rassegna comprenderà anche alcune opere degli anni ‘60, ‘70, ‘80 e ‘90. Dai nomi più noti fino ai giovani appena affacciatisi al circuito internazionale, gli artisti in mostra provengono da Asia, America Latina, Europa e Stati Uniti. Saranno presentate anche opere di Andy Warhol — una doppia proiezione giovanile vista di rado, e di Dan Graham — un’importantissima installazione del 1973 su auto-riflessione, consapevolezza del corpo e ritardo percettivo. I disegni erotici dell’artista italiana Carol Rama saranno presentati a fianco di un progetto completamente inedito di Matthew Barney, il suo primo lavoro a essere esposto dopo il completamento del suo celebre ciclo di Cremaster. Ampio risalto verrà dato alla scultura del giovane artista israeliano Gil Carmit, così come al progetto di pittura concettuale dell’iraniana Shirana Shabazi. Lungi dall’insistere sulla purezza di una singola forma d’arte, la mostra metterà in rilievo le zone ambigue tra i generi, sottolineandone i legami. Ritardi e Rivoluzioni segue un approccio pittorico, spesso però attraverso opere che tradizionalmente non sarebbero classificate come “pitture”. In questo modo una categoria come la “pittura” (oppure il “cinema”) smette di essere un genere o una tècnica prestabiliti, per indicare invece proliferazioni verso ambiti eterogenei che ricordano il percorso di un labirinto. Le opere di artisti diversissimi come l’americano Robert Gober, la scozzese Lucy McKenzie e l’uruguaiano Juan Pedro contribuiranno a questa grammatica di trasformazioni pittoriche. Il significato di un’opera d’arte non è mai stabile. Esso al contrario è sempre dipendente da nuove letture e traduzioni. Forse un’opera d’arte esiste soltanto come serie di rinvii. La storia dell’arte dovrebbe allora essere interpretata come tortuosa camera acustica, piena di voci sussurranti e tracce di cose di là da venire. Ritardi e Rivoluzioni tenta di tracciare i nessi e i legami tra diverse generazioni di artisti, per compilare una breve storia della trasformazione. La storia che verrà narrata non seguirà uno sviluppo lineare, ma avrà un percorso caratterizzato da deviazioni, ripetizioni e ritardi Una storia di traduzioni (improprie), che presterà la dovuta attenzione alla natura ritardataria della maggior parte delle rivoluzioni artistiche e alle qualità rivoluzionarie dei ritardi.
Clandestini / Clandestine Arsenale - Corderie a cura di Francesco Bonami
Nel corso dell’ultimo anno, Francesco Bonami ha viaggiato in numerosi paesi, tra cui Giappone, Israele, Polonia e Turchia, per tastare il polso ai più recenti e dinamici sviluppi dell’arte contemporanea. Clandestini include una trentina di artisti internazionali emergenti che si dedicano a generi diversi, quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, il cinema e il video. Dai generi tradizionali agli ambienti interattivi, questa rassegna si propone come obiettivo di affrontare la natura sconfinata e inevitabile di una visione “clandestina”, che si evolve indipendentemente da ogni tipo di appartenenza formale, individuale o collettiva. In un’epoca in cui il discorso “politico” spesso domina su quello artistico, si è scelto di non subordinare questa mostra a temi dominanti o a generi precostituiti, e di opporsi a qualsiasi categorizzazione diretta. Piuttosto, le opere di Clandestini— enigmatiche e provocatorie— indicano uno spazio condiviso, dove i criteri di valutazione e le condizioni della produzione artistica sono in continua trasformazione. Mentre il termine “globalizzazione” è spesso ridotto all’invadente prepotenza del fenomeno McDonald’s, ciò che vi è di “globale” nell’arte può essere visto come una forza che lavora nella direzione opposta, proiettando il processo intellettuale degli artisti oltre il loro contesto specifico. In questo modo, il lavoro sfuma i confini della topografia ed enfatizza l’autonomia della sua produzione. In un mondo che ambisce a classificare ogni singolo elemento, cercare una dimensione politica, per esempio, non sempre significa essere di parte. Al contrario, questa attitudine svela la comune condizione clandestina dell’essere umano. Clandestina non è tanto l’attitudine verso un’opera d’arte, quanto uno stato mentale che genera la condizione per la sua stessa esistenza. Artisti come Cheyney Thompson, Tatiana Trouvè, Bojan Sarcevic, Monica Sosnowska, Amelie von Wulffen, Dryden Goodwin e Flavio Favelli sondano i dilemmi teorici che circondano la storia dell’architettura, in relazione alla percezione mentale dello spazio fisico o immaginario. Mettendo in risalto la loro personale relazione con il mezzo espressivo Liu Zheng, Paulina Olowska, Eva Koch, Ghazel, Aida Ruilova, Magnus von Plessens, Shizuka Yokomizo e Etty Abergel esplorano la loro nozione di identità, autobiografica e/o collettiva. Attingendo all’universo dell’inconscio, Dana Schutz, Jorge Queiroz, Enrico David, Michal Helfman, Hannah Greely e Nobuko Tsuchiya danno vita ad un mondo che spazia tra il surreale e il teatrale, tra il familiare e il misterioso. L’attuale clima socio-politico viene affrontato nelle opere di Avner Ben Gai, Hakan Gursoytrak, Colin Darke e Doron Solomons, che interrogano la fonte dominante di immagini violente o iconografiche originate dai sistemi di potere.
Smottamenti Arte africana contemporanea e paesaggi in cambiamento a cura di Gilane Tawadros prodotto dal Forum for African Arts
Da un punto di vista geologico, gli smottamenti rappresentano delle fratture nella superficie terrestre, ma indicano anche un’interruzione nella continuità degli strati. Gli smottamenti possono segnalare rigetti significativi, o perfino disastri incombenti, ma creano anche nuovi paesaggi. Fault Lines / Smottamenti: arte africana contemporanea e paesaggi in cambiamento riunisce artisti contemporanei africani, e della diaspora africana, i cui lavori seguono gli “smottamenti” che danno forma all’esperienza contemporanea, localmente e globalmente. Questi smottamenti sono stati incisi nella struttura fisica del nostro mondo a seguito del colonialismo e del postcolonialismo, dell’emigrazione e della globalizzazione. Il loro riverbero echeggia attraverso l’esperienza vissuta della contemporaneità, e nel lavoro di questi 15 artisti che utilizzano una gamma di mezzi che va dalla pittura alla scultura, fino all’architettura, alla fotografia e all’installazione. I loro lavori spaziano attraverso cinque decenni, quattro continenti e tre generazioni, respingendo ogni idea di esperienza africana autentica o monodimensionale. Tra i più importanti artisti della sua generazione, Frank Bowling ha creato delle mappe pittoriche, nei tardi anni ‘60 e primi ‘70, che combinano le sue ricerche sulle proprietà formali del dipingere, con le sue preoccupazioni politiche. Non soltanto Bowling ha messo del politico nella Pop Art, ma ha messo anche questioni postcoloniali nell’arte contemporanea, creando una tensione sublime tra forma e contenuto, spianando la strada a successive generazioni di artisti per cui le questioni estetiche e quelle politiche non si escludono mai a vicenda. Nel lavoro del celebre architetto egiziano Hassan Fathy, la negoziazione tra tradizione e modernità, nell’ambito di un idioma provocatoriamente nazionalista, è articolata attraverso la sua visione di un”’architettura per i poveri”. Rispecchiando a grandi linee l’itinerario dell’Egitto moderno, l’architettura di Fathy si muove “dalla colonizzazione all’indipendenza, allo sviluppo e alle sue conseguenze intrecciate coi sogni solenni di superiorità regionale”. Per contrasto, la città d’asfalto contemporanea di Wael Shawky è una metropoli ibrida, in parte rurale, in parte urbana, costruita sui residui più cupi e rigidi del petrolio. Commento ironico sugli effetti contraddittori della modernizzazione sulla società egiziana contemporanea, questa città distopica è il sottoprodotto della migrazione di massa e della globalizzazione. I ritratti intimi di travestiti e transessuali di Kader Attia danno forma fisica alle esperienze di emigranti algerini e sans papiers che vivono, letteralmente e metaforicamente, nella periferia della capitale francese. Escluse e alienate sia dall’Algeria che dalla Francia, le figure che popolano il lavoro di Attia rappresentano l’esperienza vissuta della globalizzazione e i suoi “non-cittadini”, privati di fiducia e di diritti. Il rapporto intimo tra passato e presente è il tema della splendida cine-installazione di Salem Mekuria, che evoca le periodiche fratture di continuità e stabilità — lo scoppio del conflitto, la guerra, la carestia e l’esodo — nella storia recente dell’Etiopia, nonché la coesistenza di passato, presente e futuro nella vita quotidiana degli Etiopi. Memori di eventi recenti accaduti in Kosovo e Ruanda, le intense immagini di Zanna Bhimji di un paesaggio ugandese evacuato, testimoniano le tracce fisiche di migrazione ed esilio, di eliminazione e cancellazione, così come sono incise sul paesaggio fisico dell’Africa contemporanea. Nelle parole di Bhimji, il tema delle immagini è “ascoltare le differenze... ascoltare i cambi di tono, le differenze nel colore”. Sfidando la violenza politica che ha portato l’Algeria dalla lotta coloniale ai conflitti odierni, l’installazione architettonica di Samta Benyahia (un tributo al grande scrittore algerino Kateb Yacine) crea uno spazio utopico in cui passato e presente non sono più in conflitto tra loro; qui, una molteplicità di punti di vista diviene possibile in un momento solo e unico. La possibilità di riconciliare visioni del mondo diverse sta alla base delle fotografie di Rotirm Fani-Kayode, che crea un mondo fotografico in cui “il corpo è il punto focale di un’esplorazione del rapporto tra fantasia erotica e valori spirituali ancestrali”. Proprio come Fani-Kayode sfida i codici delle convenzioni fotografiche, allontanandosi dall’idea di una realtà oggettiva e materiale, i disegni di Clifford Charles rappresentano un allontanamento dalle immagini sentimentali e melanconiche del Sud Africa post-apartheid. Questi disegni a inchiostro astratti, fortemente evocativi, tracciano un nuovo spazio visivo e fisico dell’era postapartheid, poiché la loro superficie scura e inchiostrata crea una nerezza stratificata che si rovescia sulla superficie bianca della carta. La violenza politica e sociale è un tema ricorrente. I guazzi fumettistici di Laylah Ali sono racconti fortemente disturbanti e ambigui, che suggeriscono ripetuti episodi di violenza e conflitto, giustificati dalle dinamiche razziali e di potere. Ispirata dallo stile grafico delle strisce dei fumetti, Ali costruisce un mondo in cui le identità dei suoi personaggi sono difficili a definirsi, e il loro comportamento è ambivalente e contraddittorio. L’installazione di Pitzo Chinzima e Veliswa Gwintsa affronta gli effetti cumulativi dell’implacabile violenza sociale come fenomeno globale, che multa contro gli sforzi della gente qualsiasi nel realizzare un’esistenza piena e significativa. Rifiutando l’idea che la violenza sociale sia un’esperienza tipicamente sudafricana, Chinzima e Gwintsa suggeriscono che la violenza rappresenti invece uno degli effetti più preoccupanti della globalizzazione e del malcontento che ne deriva. Cinquant’anni dopo la rivoluzione che ha spazzato via la regola coloniale, l’ipnotica videoinstallazione di Moataz Nasr presenta una possente critica del cinismo dei politici, e dell’indifferenza del loro elettorato, nell’Egitto postrivoluzionario e postcoloniale. E i lavori cinematografici e le installazioni di Sabah Naim rendono visibile il gap crescente tra due mondi spesso imparagonabili: l’arena internazionale dei media e della politica globale, e il mondo quotidiano degli egiziani qualsiasi, e del loro sforzo quotidiano per sopravvivere. Le lotte quotidiane hanno preso il posto delle lotte nazionaliste in questo nuovo ordine mondiale postcoloniale, li dove l’attesa ha sostituito l’azione. I collages e le installazioni di Moshekwa Langa riflettono sui continui spostamenti e derive non solo della rappresentazione linguistica e visiva, ma anche del paesaggio fisico dell’Africa contemporanea. Nella sua installazione di disegni in larga scala e lavori video, egli presenta una storia in dodici parti, una “non-storia” in tre atti, in cui le persone aspettano di salire sull’autobus, aspettano sugli ingressi, passando così il tempo o semplicemente fumando mentre aspettano, aspettano, aspettano...
Sistemi individuali a cura di Igor Zabel
L’idea di sistemi ordinati — in ambiti come tecnologia, sapere, società e cultura — rappresenta una parte essenziale della modernità. Il concetto di sistema, tuttavia, rivela anche la natura eterogenea e contraddittoria della modernità. La modernità è certamente connessa alle idee di un sapere razionale e ordinato, di una produzione ben pianificata ed efficiente, di una gestione efficace degli spazi e delle risorse, di una struttura sociale equilibrata e organizzata razionalmente, ecc. In questo contesto, i sistemi organizzati rappresentano un mezzo per raggiungere questi obiettivi, arrivando così, alla fine, a un mondo uniforme che offre a ognuno la possibilità di una vita accettabile e ricca di significato. Essi rendono possibile il funzionamento efficiente della società in ogni suo aspetto, dalla politica all’economia, dalla cultura alla tecnica. Visto così, il concetto di sistema riflette la parte “positiva” del mondo moderno. Questa prospettiva positiva e utopistica sulla modernità, presenta tuttavia anche un lato “negativo”. La modernità non è semplicemente un’utopia, un progetto, un’organizzazione razionale, ma è anche tensione, lotta e conflitto. Ciò diventa evidente grazie ad una serie di opposizioni imprescindibili della condizione moderna: l’individuo contro la società, il particolare contro l’universale, il locale contro il globale, la libertà contro l’ordine istituzionale. Queste opposizioni, tuttavia, testimoniano di antagonismi più profondi nella società moderna, cioè antagonismi basati sulle differenze di classe, sulle relazioni dei poteri postcoloniali, sulle differenze tra i sessi, ecc. In questo modo emerge la dimensione nichilista del progetto moderno. La modernità può essere percepita come disagio (Mladen Stilinovic, Viktor Alimpiev e Marian Zhurìin). Sistema e visione utopistica tendono a distruggere la realtà esistente in nome di un futuro mondo perfetto (per esempio nel progetto comunista). Essi rappresentano l’oppressione e la minaccia per l’individuo e il suo desiderio di libertà. (nei sistemi totalitari). E diventano uno strumento efficace e spietato al servizio dello sfruttamento produttivo (nel capitalismo). Il concetto di sistema non può essere semplicemente risolto con l’idea (utopistica) di una costruzione totalizzante, e di una società armoniosa e ordinata razionalmente. Esso riflette le contraddizioni e le tensioni che sono parte integrante della modernità. Credo che sarebbe uno sbaglio dimenticare questa tensione intrinseca, scegliendo tra una posizione “utopistica” oppure un atteggiamento “critico”. La realizzazione della natura contraddittoria della modernità, non dovrebbe indurre a dimenticare e a scartare l’idea modernista, che invita ad aspirare a un mondo più giusto e ricco di significato. L’arte stessa e un istituzione sociale, un sistema che è parte essenziale di sistemi sociali interconnessi, eppure, contemporaneamente, funziona come un mondo del tutto particolare e autonomo (questo dualismo è stato espresso nell’opposizione dell’arte “autonoma” e di quella “impegnata”, così importante nel dibattito sull’arte moderna). Utilizzando il paradigma cli sistema, l’artista è in grado di rispecchiare le dimensioni universali e quelle essenziali della modernità, senza per questo affrontare anche analisi di tipo sociale, politico o antropologico, e senza abbandonare né il proprio linguaggio, né il proprio approccio personale. Discutendo il libro di Luhmann L’arte come sistema sociale, Art & Language ha scritto: “L’arte può essere integrata nel quotidiano in questo modo: accettando, descrivendo e ri-descrivendo il suo stesso differenziarsi come forma.” Vorrei presentare alcuni artisti che nel loro lavoro hanno costruito i loro sistemi, spesso rigorosamente definiti, ma non meno individuali e personali (Roman Opalka, IRWIN, Andrei Monastirsky), che hanno sviluppato nuovi schemi e paradigmi (Yuri Leiderman, Nahum Tevet), o che utilizzano sistemi attuali in maniera unica e inconsueta (Pawel Althamer, Simon Starling). Alcuni di essi. riflettono su particolari temi della modernità, della modernizzazione, della sistematizzazione (Florian Pumhoesl, Luisa Lambii, Pavel Mrkus), ma anche sul dissenso, sulla resistenza e sulla ricerca della libertà (Marko Peljhan), collegando dialetticamente la necessità e la libertà, l’universale e il personale (Josef Dabemig). Il video di Viktor Alimpiev e Marian Zhunin è il racconto minuziosamente costruito degli schemi che governano le nostre relazioni personali e sociali. Molto spesso, Pawel Althamer inserisce nelle situazioni più ordinarie e quotidiane sistemi diversi, che spesso sono quasi invisibili. A volte, questa dualità si rende evidente soltanto grazie a fratture e irregolarità. Ma una volta consapevoli delle differenze e delle contraddizioni dei due sistemi, cominciamo a percepire la realtà in maniera molto più intensa. Spesso ci rendiamo conto delle strutture che, direttamente o indirettamente, definiscono tali situazioni. La stia casa sii/l’albero (His House on The Tree) è, in un certo senso, una posizione distanziata che rende possibile una diversa percezione, una diversa esperienza di se stessi e del mondo circostante. Il lavoro di Art & Language potrebbe essere descritto come un continuo distacco da soluzioni raggiunte, per poterle ripensare e per affrontare i loro aspetti non risolti. Anche i loro metodi e approcci sono costantemente soggetti alla riflessione critica e alla trasformazione in nuovi contesti. Questo è vero anche per uno dei metodi essenziali del loro lavoro, l’indicizzazione: attraverso gli indici, gli artisti costantemente analizzano, ri-sistemano e ri-connettono il loro lavoro, sviluppando un processo di auto-riflessione e di auto-interpretazione. courtesy Franco Noero and Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Turin L’opera di Josef Dabernig a volte sembra essere una sorta di personale archeologia della modernità. Essa rappresenta l’ammirazione per l’utopia e la razionalità, ma anche un certo piacere nel rilevare le fratture, le incongruenze e gli errori in tali strutture, spesso concepite come ideali. Quel che è più importante è che egli veda la modernità come contraddistinta da opposizioni e discordanze, nonostante essa ambisca a porsi come assoluta. L’ammirazione della modernità per le forme razionali, per le strutture e per una certa ossessione da esse derivata, sono sempre accompagnate da un atteggiamento distante e ironico. Nel suo progetto, Daberig utilizza una logica modernista precisa e razionale, per portare il ciclopico e esagerato palazzo di Ceausescu ad un livello di assurdità persino superiore. D’altra parte, il suo progetto trova un’ulteriore evidenza nell’architettura della mostra, di cui Dabernig è anche autore. Il lavoro collettivo è un aspetto essenziale dell’IRWIN Group. Durante l’elaborazione del progetto, i membri del gruppo si sono appropriati a vicenda dei motivi che caratterizzano le loro opere individuali, per trasformarle e restituirle al processo della circolazione creativa. Negli anni, l’esercizio di tale pratica ha fatto emergere diversi temi principali. Gli artisti hanno sviluppato un tipo di analisi sistematica delle proprie opere, e hanno ordinato i loro dipinti in base a questi temi dominanti. Essi descrivono i loro lavori come “icone”. Esattamente come le icone religiose, questi dipinti funzionano come “copie” e ripetizioni di immagini originali. La differenza essenziale, ovviamente, è che l’originale non è stato dipinto, tanto per fare un esempio, da San Luca, ma è stato prodotto durante il processo stesso dell’esecuzione della copia. Luisa Lambii lavora ossessivamente con un ristretto gruppo di motivi e con l’architettura moderna (di solito con gli interni — e addirittura con il paesaggio intravisto attraverso il velo di una finestra, come parte di un interno). Le sue fotografie indicano un approccio sistematico allo spirito stesso della modernità (con le relative dimensioni razionali e utopistiche) e a come esso si materializza nell’architettura. Questi edifici, con le loro forme pure e i loro razionali principi costruttivi incarnano, per così dire, gli ideali modernisti di un’oggettività sistematica. Nelle immagini di Luisa Lambii, c’è sempre una tensione tra costruzione e esperienza. Le opere di Yuri Leiderman sono tanto ermetiche quanto altamente personali. Esse sono basate su un pensiero molto complesso e preciso che rimane, in ogni modo, completamente privato. Lo spettatore è così forzato ad esplorare i principi alla base di ogni opera, e a cercare i significati nei sistemi profondamente intimi di Leiderman. Andrei Monastirsky è una figura chiave del Collective Actions Group. Il gruppo non si esibisce soltanto in rappresentazioni (seguendo precisi piani concettuali); parte non meno importante della sua opera è costituita da discussioni, interpretazioni e re-interpretazioni. Sembra che i membri del Collective Actions Group tentino costantemente di cogliere ed elaborare la struttura e le implicazioni delle loro azioni. Il lavoro di Monastirsky è una re-interpretazione delle passate performance del gruppo. Egli ha ordinato la documentazione degli spettacoli del gruppo, secondo il tempo intercorso tra una performance e l’altra. Nella sua interpretazione, non soltanto gli spettacoli ma anche il tempo e gli eventi tra di essi, fanno parte dell’opera. Nel video di Pavel Mrkus, lo spettatore è messo a confronto con parallelismi inaspettati. Accostate ai suoni di un tempio buddista, le azioni di un robot in una fabbrica di macchine improvvisamente assumono un carattere estetico e meditativo. Eppure sappiamo che il vero compito del robot è quello di produrre in modo più efficiente. Come le immagini nel film stesso, atteggiamenti differenti vengono proiettatati l’uno sull’altro, creando un’immagine formata da sovrapposizioni, fusioni e contrasti. Dal 1965 il progetto di Roman Opalka consiste nel contare da zero all’infinito. Un progetto che da allora ha occupato tutta la sua vita. Tutto nel suo lavoro è pensato esattamente per liberare l’artista dal dover prendere decisioni che riguardano i dettagli meno importanti, e per permettergli di concentrarsi sull’essenziale, che potrebbe essere descritto come la raffigurazione del tempo. Il tempo, che unisce l’identità e la differenza, la prossimità e la distanza, costituisce una dimensione essenziale dell’essere. A causa del suo attivismo e del suo deliberato uso di strategie teatrali, i lavori di Marko Peljhan’s potrebbero forse essere definiti come “teatro della resistenza”. Servendosi di nuove tecnologie in maniera contemporaneamente poetica e innovativa, l’artista affronta quasi sempre ciò che è (socialmente) invisibile e trascurato. Uno degli obiettivi più importanti per Peljhan, è quello di rendere il pubblico consapevole delle possibilità offerte dalla tecnologia utilizzata dal potere dominante come mezzo di repressione e di controllo, e di proporre modelli attuali ed evoluti di strategie di comportamento e di resistenza. Florian Pumhoesl analizza la modernità come sistema di concetti e forme, ma anche come sistema di relazioni sociali, produttive e di potere. Egli è interessato in particolari aspetti concettuali e di design, ma anche a progetti sociali ed economici. Alla ricerca di correlazioni, contraddizioni e confronti, Punihoesl costruisce un complesso discorso a più livelli sui diversi approcci modernisti. Simon J. Starling si occupa dei temi della modernità, e dello spirito moderno, nel momento in cui si manifestano nelle loro forme sociali e culturali. Possiede un senso forte dei potenziali metaforici di tali forme, e le utilizza in maniera tale da rendere visibile il loro messaggio latente. A prima vista il suo progetto Flaga sembra essere un’ avyentura eccentrica, ma presto diventa chiaro che in effetti si tratta della storia delle relazioni sociali ed economiche in Europa, nel momento in cui si manifestano in un oggetto, in particolare: una Fiat 126. L’opera di Mladen Stilinovic è, in larga parte, limitata ad una particolare gamma di temi e motivi. Attraverso il cibo, il linguaggio, il denaro, gli oggetti quotidiani, ecc. si scoprono i temi del potere, dell’ideologia, del lavoro e della morte. L’altra faccia delle sue opere è l’insieme di pezzi che Stilinovic descrive come “qualcosa che potrebbe essere chiamato grado zero — di sordita, cecita, silenzio, morte e dolore”. Il dizionario è spesso utilizzato come metafora del mondo; l’artista riduce la varietà del mondo, espressa dalla ricchezza del linguaggio, a un minimo comune denominatore: il dolore. Nahum Tevet costruisce complicate strutture nello spazio basate su elementi molto semplici e razionali. Si tratta di una sorta di architettura ossessiva, che nasce da forme e relazioni elementari per svilupparsi in complicati e densi allestimenti spaziali.
Zona d’Urgenza / Z.O.U. a cura di Hou Hanru
Indotti dalla globalizzazione, l’urbanizzazione e l’espansione esplosiva degli spazi urbani rappresentano oggi gli aspetti più dinamici e stimolanti del mondo in trasformazione. In diverse parti del mondo, specialmente in una regione come quella asiatico-pacifica- dove la modernizzazione e l’integrazione del sistema economico e culturale globale si stanno realizzando a velocità senza precedenti - l’espansione urbana (che spesso va oltre qualsiasi pianificazione a lungo termine) spinge radicalmente verso divisioni e ristrutturazioni sociali. Chiunque viva in questa situazione deve confrontarsi con questioni urgenti relative a sviluppo, competizione e sopravvivenza, mentre i tessuti sociali e urbani consolidati vengono smembrati e riorganizzati. La tradizionale pianificazione urbanistica è stata superata dalla realtà della “post-pianificazione”: la città è divenuta un collage di zone prodotte da esigenze urgenti, invece che da una normale pianificazione. Di certo questa situazione, insieme al movimento di migrazione e alla globalizzazione economica, sta influenzando sempre più anche l’Occidente. Sarà necessario inventare e praticare soluzioni urgenti allo scopo di creare condizioni per la vita e lo sviluppo sostenibile. La città di oggi diventa una “zona d’urgenza”. E’ contro questo background che le attività artistiche e culturali, in stretta relazione con la trasformazione urbana, vanno verso una nuova frontiera. Artisti, intellettuali, attivisti, individualmente o in gruppi, insieme ad architetti e urbanisti, stanno lottando per creare progetti, azioni e opere per negoziare con questa realtà. Il risultato di questo processo è che si producono nuove idee e lavori, che diventano elementi essenziali di ridefinizione dell’arte, della cultura, della conoscenza, degli stili di vita contemporanei, mentre si aprono spazi per la fantasia e l’innovazione. In diverse parti del mondo, specialmente in regioni “non-occidentali” come quella asiatico-pacifica, si sperimenta una nuova comprensione attraverso modelli di modernità - o modernità “diverse” - che forniscono la piattaforma di una creatività maggiormente attiva. Le pratiche artistiche, enfatizzando le motivazioni d’intervento e le forme performative, si trasformano in autentica forza di trasformazione sociale, mentre si incoraggiano con decisione le collaborazioni multidisciplinari. D’altro canto, per venire a patti con la mancanza di infrastrutture istituzionali tradizionali, il mondo dell’arte tende a sperimentare soluzioni più flessibili, autosufficienti e inventive per creare nuove comunità, mediante auto-organizzazioni fai da te. Esse si ispirano alle strategie alternative di resistenza e sviluppo iniziate dalle comunità “marginali” sotto la pressione della globalizzazione. Le pratiche artistiche e culturali sono portate verso la zona d’urgenza e, a loro volta, inaugurano anche zone d’urgenza “antagoniste” come risposte alla realtà.
La struttura della crisi A cura di Carlos Basualdo Assistente del curatore: Stephanie Mauch. Progetto dell’installazione: Bevk & Perovic architects
Questa rassegna esplora una costellazione di temi legati agli effetti delle crisi politiche, economiche e sociali, che si stanno verificando nei paesi in via di sviluppo. La mostra non intende documentare in modo esaustivo questa situazione, ma vuole invece esplorare i modi in cui gli artisti e gli architetti hanno reagito e reagiscono a queste condizioni. Le nozioni di sostenibilità, auto-organizzazione, e l’articolazione di varie forme di intermediazione estetica come forme di resistenza, sono ricorrenti, come lo è la forte immagine di una delle più impressionanti e imponenti testimonianze di queste condizioni nelle città: la presenza violenta delle favelas. La mostra traccerà la loro presenza nell’immaginario culturale dei paesi in via di sviluppo, e esaminerà il concetto di periferia povera e fatiscente come è stato oggetto di recenti studi antropologici, urbani e socio-economici. La struttura della sopravvivenza tenta di interrogare alcuni degli assunti del concetto di “crisi”, e come esso si manifesti nell’arte e nella società, basandosi sulla nozione di arte come forma di conoscenza, e come tale in grado di creare strutture che ci aiutino a capire e a reagire alle circostanze. Nell’arte contemporanea degli ultimi due decenni sono aumentati esponenzialmente i riferimenti alla crisi politica, economica e sociale. Molto probabilmente ciò è dovuto ai risultati contraddittori della globalizzazione e del capitalismo delle multinazionali, e al conseguente deterioramento delle condizioni di vita delle popolazioni nei paesi in via di sviluppo. Sempre di più, la razionalità della sfera pubblica assume la forma di effimeri incontri sociali, e di strategie di sopravvivenza collettiva. Questa mostra tenterà quindi di riflettere questo processo, includendo le opere di diversi artisti contemporanei provenienti dall’America del Nord, dai paesi latinoamericani, da Africa, Europa e Asia, che hanno lavorato su questo tema. Tra gli artisti di questa rassegna troviamo: il Grupo de Arte Callejero (Argentina) che collabora con Andreas Siekmann e Alice Creischer (Germania), Marepe (Brasile), Yona Friedman (UngheriaFrancia), Muyiwa Osifuye (Nigeria), Rachel Harrison (USA), Antonio Ole (Angola), Juan Maidagan e Dolores Zinny (Argentina-USA), Carolina Caycedo (Colombia-Gran Bretagna), Fernanda Gomes (Brasile), Mikael Levin (USA-Francia), e Marjetica Potrc (Slovenia). La mostra presenterà anche opere di un gruppo scelto di personaggi storici, come Gego (Venezuela), e Robert Smithson (USA).
Rappresentazioni arabe contemporanee a cura di Catherine David
Rappresentazioni arabe contemporanee è un progetto a lungo termine che comprende incontri, pubblicazioni ma anche la produzione e la presentazione di fumati, testi e conferenze di vari autori in diversi spazi culturali. L’obiettivo del progetto è quello di stimolare piattaforme critiche locali e di promuovere gli scambi interculturali in Medio Oriente e tra i diversi centri del mondo arabo e del resto del mondo. Il consolidamento e la promozione della contemporanea cultura critica araba è divenuto tanto più urgente con l’aggravarsi della situazione dopo lo smantellamento dell’Iraq violenio e cinicamente premeditato e l’instaurarsi di un’ennesima occupazione coloniale nella regione. La presentazione temporanea di Rappresentazioni arabe contemporanee a Venezia è stata concepita come piattaforma informativa e come un possibile luogo d’incontro da cui sviluppare ulteriori passi. Questa presentazione non è in nessun modo un riproporre momenti precedenti del progetto, né una mostra; è più un progetto dei progetti in cui un certo numero di autori hanno dato il loro contributo con diversi work inprogress o informandoci sullo stato delle loro ricerche (maggiori dettagli nella pagina seguente). Nel corso della 50. Esposizione Internazionale d’Arte potrebbero aggiungersi agli schermi altre immagini e nuove proposte. E altri eventi (incontri e dibattiti) potrebbero aver luogo in posti diversi da Venezia. Non tutti gli autori coinvolti in rappresentazioni arabe contemporanee sono stati in grado di presentare il loro lavoro nell’ambito della 50. Esposizione Internazionale d’Arte. Trovandosi a fronteggiare una situazione di visibilità paradossale in un evento globale di cui diversi aspetti non sono stati ancora rese pubbliche (in termini di budget, strutture di produzione e presentazione, e di programmi politici e culturali).
Musei Civici Veneziani / La Biennale di Venezia Pittura Da Rauschenberg a Murakami, 1964-2003 Venezia, Museo Correr 15 giugno -2 novembre 2003
Il 1964 è un anno di svolta per la Biennale di Venezia e per la storia della pittura: Robert Rauschenberg vince il Premio per la Pittura della Presidenza del Consiglio dei Ministri dedicato ad un artista straniero. Tra le opere esposte c’è Kite, 1963, il quadro che aprirà Pittura/Painting, una delle sezioni della 50. Esposizione Internazionale d’Arte allestita nelle sale del Museo Correr. La mostra, curata da Francesco Bonami, è realizzata dalla Biennale di Venezia e dai Musei Civici Veneziani. In quel giugno del 1964, il riconoscimento unanime verso le opere di Robert Rauschenberg crea scalpore, per la prima volta l’arte europea perde il predominio culturale sugli Stati Uniti che così iniziano un egemonia da allora soltanto raramente interrotta o indebolita. Quando Rauschenberg vince il premio non è però neanche passato un anno dall’assasinio di Kennedy a Dallas, il sogno americano si è appena infranto e i suoi quadri con una freschezza inaudita testimoniano l’inizio di un mondo dove i media e la comunicazione faranno da sovrani influenzando tutto, dall’arte alla letteratura, al cinema. Mentre in Europa e in particolare in Italia la pittura indugia ancora in un formalismo eccessivo anche se a volte aggressivo, come nel caso di Burri, in America la Pop Art infrange le regole più sacre della pittura, usando tecniche e soggetti fino ad allora esclusi da ogni rappresentazione. Warhol e Rauschenberg impongono una ricerca e una velocità impensate per l’arte europea mentre Jasper Johns addirittura già si ripiega su un manierismo autoreferenziale da cui non riuscirà più a liberarsi pur diventando un vero e proprio culto. 111964 è però anche l’anno in cui la pittura inizia una sua lunga crisi dentro la Biennale, crisi che con il 1968 si fa ancora più forte. Da allora il dibattito, le polemiche e le critiche sul ruolo giocato dalla pittura alla Biennale di Venezia non finiranno più e questo archetipo di tutta l’arte contemporanea rimarrà sempre un simbolico assente o uno spettro che si aggirerà eternamente dentro la Biennale. Pittura/Painting, in occasione della cinquantesima edizione della mostra di Arti Visive, vuole ripercorrere in modo molto personale e idiosincratico il cammino della pittura alla Biennale e non solo, cercando di individuare opere attraverso le quali lo spettatore possa leggere la relazione di amore -odio che l’arte contemporanea ha avuto con il soggetto pittura. - Attraverso opere di Alberto Burri, Lucio Fontana, Domenico Gnoli, Enrico Castellani e Renato Guttuso la mostra prova a mettere a confronto la ricerca italiana con quella europea e mondiale, stimolando domande, sottolineando debolezze e forze che per quasi quaranta anni hanno rinnovato il grande mistero di “dove va la pittura ?“ Passando attraverso gli anni Settanta con l’iperrealismo di Franz Gertsch ed il minimalismo di Robert Ryman, per poi entrare negli anni Ottanta con la sperimentazione lirica e tormentata di Francesco Clemente e Jean Michel Basquiat, si arriva quindi a gli anni Novanta con il revisionismo di John Currin, Elizabeth Peyton e Margherita Manzelli, per poi approdare alla grande tela di Takashi Murakami che intrecciando la pittura tradizionale giapponese con l’iconografia popolare dei fumetti “manga” chiude un lungo giro del mondo e della pittura all’inizio del XXI secolo. Se Rauschenberg, con le sue serigrafie di immagini strappate al quotidiano e al presente storico, aveva aperto un crisi che non si sarebbe mai più conclusa il giovane artista giapponese proietta la pittura non più dentro il presente della società ma nel futuro irraggiungibile della nostra immaginazione.
BrasilConnects
Pittura/Painting: Da Rauschenberg a Murakami, 1964 — 2003 è co-prodotto da BrasilConnects, un’organizzazione indipendente e non-profit, i cui scopi sono preservare, supportare e celebrare in tutto il mondo i più preziosi lasciti culturali ed ecologici del Brasile e stimolare lo scambio internazionale portando nel paese gli eventi culturali più significativi. Per BrasilConnects, il progetto Pittura/Painting è molto speciale e importante. Esso incarna e integra pienamente gli scopi di BrasilConnects, e per questo viaggerà per il Brasile per celebrare il 450° anniversario della città di San Paolo nel gennaio 2004. La mostra, che avrà luogo nell’edificio Oca nel Parco di Ibirapuera, sarà anche il primo progetto della Biennale di Venezia nel paese, offrendo la possibilità ai brasiliani di conoscere il meglio della pittura contemporanea. La mostra Recovery Exhibition è stata la prima iniziativa organizzata da BrasilConnects nel 2000. La mostra ha presentato una panoramica dell’arte brasiliana, dal suo passato pre-coloniale fino alle esperienze più attuali e ha ricevuto un’affluenza di pubblico senza precedenti e notevoli riconoscimenti sia dal pubblico che dalla critica, in Brasile e all’estero. Sul versante domestico, BrasilConnects ha presentato tra gli altri Parade, una mostra con 250 lavori provenienti dal Centro George Pompidou di Parigi; 500 anni di arte russa, che ha fatto arrivare a San Paolo 350 lavori dal Museo Statale della Russia, e Cina, I guerrieri Xi’an e i Tesori della città proibita, la più grande mostra di oggetti d’arte cinesi mai organizzata fuori dalla Cina. Negli Stati Uniti e in Europa, BrasilConnects ha presentato Brasile: Corpo e anima, una mostra di 400 lavori che offrono una vista panoramica sull’arte brasiliana, dal Barocco al Contemporaneo, dalle arti Indigene a quelle Afro-Brasiliane, ospitata dal Guggenheim Museum di New York; Amazzonia sconosciuta al British Museum di Londra, con rari artefatti da culture amazzoniche native passate e presenti; Opulenza e Devoluzione: Arte brasiliana barocca al Ashmolean Museum; Eroi eArte popolare e fantasia brasiliana al Fitzwillian Museum di Cambridge; Il genio di Oscar Niemeyer e altri artisti alla Galerie Nationale du Jeu de Paume e Còte à Còte con 12 artisti brasiliani contemporanei alla Galerie Nationale du Jeu de Paume. Vogliamo esprimere il nostro profondo apprezzamento per il modo amichevole ed entusiastico in cui La Biennale di Venezia ha accolto i nostri obiettivi e i nostri sogni. Siamo orgogliosi di darvi il benvenuto come nostri ospiti di riguardo in questa celebrazione.
Salvatore Settis, Presidente delle Giurie per la 50. Esposizione Internazionale d’Arte
La 50. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Sogni e Conflitti: la dittatura dello spettatore, vuole offrire al pubblico dell’arte contemporanea mondiale un panorama di ricerca ampio e complesso, che riveli la diversità dei punti di vista nel mosaico sempre più articolato dei linguaggi artistici di oggi. La natura stessa della Biennale di Venezia, formata dalla grande Esposizione Internazionale e dalle numerose partecipazioni nazionali dei vari padiglioni, riflette una evoluzione del mondo nella quale l’identità globale e quella locale cercano un continuo dialogo. In questo contesto, la Biennale di Venezia ha voluto sottolineare, con la novità di due giurie separate, come le scelte della mostra internazionale seguano criteri diversi dalle scelte dei vari Commissari dei Padiglioni Nazionali. Le due giurie — una che assegnerà i Premi de/la mostra internazionale composta da: Pio Baldi (Direttore Generale DARC), Koyo Kouoh (Curatrice African Association of Contemporary Culture), Dalia Levin (Direttrice Herzliya Museum), Vasif Kortun (Direttore Project Istanbul), R.ichard Flood (Chief Curator Walker Art Center); e una che assegnerà il Premio per il miglior Padiglione Nazionale composta da Gabriella Belli (Direttrice Màrt, Rovèreto), Rose Issa (Critica d’arte, Londra), Isabel Carlos (Curatrice Biennale di Sidney), Vishakha N. Desai (Senior Vice President Asia Society New York), Shinji Kohmoto (Curatore Kyoto Museum of Art, Kyoto) —avranno però un unico Presidente nella persona del professor Salvatore Settis, per far sì che, pur nella loro completa autonomia, la discussione di entrambe trovi un punto d’incontro che rifletta la natura unica del processo creativo. La scelta di Salvatore Settis, un importante storico dell’arte antica e moderna e attualmente Direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, sottolinea la volontà della Biennale di Venezia di allargare il dibattito sull’arte contemporanea oltre i confini degli addetti ai lavori In questo modo la Biennale intende promuovere una visione dell’arte come catena continua di trasformazioni, idee ed innovazioni e una visione del lavoro dell’artista come fortemente radicato nella contemporaneità. In quest’ottica la figura di uno studioso come Salvatore Settis, che nei suoi scritti ha sempre sottolineato il ruolo del pubblico nelle pratiche artistiche e la continuità e varietà dei processi di ricezione, offrirà al dibattito delle giurie uno sguardo “da fuori”, garantendo alle scelte dei premi una nuova obiettività e indipendenza, mirata sulla piena chiarezza delle motivazioni.
Carol Rama Leone d’oro alla carriera
Olga Carolina Rama, in arte Carol Rama o Carolrama, nasce a Torino il 17 aprile del 1918. Inizia a dipingere nei primi anni Trenta, non attraverso studi regolari alla Reale Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino, bensì frequentando assiduamente Felice Casorati (1883-1963), che è, a quell’epoca, l’artista più noto e influente a Torino e il cui atelier è un effervescente cenacolo artistico e culturale. Tra il 1937 e il 1945, Carol Rama dipinge alcuni autoritratti e numerosi ritratti di amici, dove i colori, vividi degli abiti sono stesi a piatto e in certi casi la fisionomia è semplificata a tal punto da far scomparire e ridurre a sole macchie di colore grumoso i lineamenti del viso (Autoritratto verde, 1944). Nella prima metà degli anni Quaranta Carol Rama realizza piccoli acquerelli su carta che hanno come soggetto protesi in legno di gambe e braccia (Teatrino n. 3, 1938), dentiere, pisciatoi maschili (Pissoir, 1941), scopini per il gabinetto, pennelli da barba, scarpe femminili, colli di volpe. Sono tutti objets trouvés che Carol Rama vede attorno a sé in casa (la madre, dopo la morte del marito, lavora come pellicciaia) o nel laboratorio della zia di Livorno che produce gambe di legno per i mutilati di guerra e invalidi. Costante e quasi ossessivo, ma criptico e sottilmente ironico è il riferimento al suo vissuto personale e, a questo proposito, estremamente significativo è l’acquerello del 1936 con la Nonna Carolina che ha intorno al collo decine di sanguisughe nere, allora usate come medicamento, e tutt’intorno a lei volano protesi ortopediche. Impressionante, ma edulcorata con un tocco di gioiosa ironia, è anche l’Appassionata del 1941. Un acquerello su carta in cui si vede una ragazza distesa sopra un lettino da ospedale di contenzione in metallo, con entrambe le braccia e le gambe amputate e due incongrue scarpette rosse ai piedi del letto. E molti altri sono i dipinti simili a questo, e identico è anche il loro titolo — Appassionata — tanto che possono essere considerati un vero e proprio ciclo pittorico. In tutte queste opere c’è, senza alcun dubbio, l’influenza espressionista di Egon Schiele e quella dadaista di Marcel Duchamp, Man Ray e Hans Bellmer, con la differenza, però, che in Carol Rama prevale un interesse per il corpo, le sue amputazioni, le mutazioni e per una sessualità di “genere” precocemente femminista, che nell’estrema durezza e rabbia sardonica delle scelte iconografiche e dello stile pittorico supera ogni citazionismo dadaista o surrealista, anticipando di quarant’anni tendenze proprie dell’arte d’oggi, come il Postorganico e il Post Human. Terminata la seconda guerra mondiale, con l’aiuto di Felice Casorati, Carol Rama inizia ad esporre in gallerie private ed è anche invitata alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia, sia nel 1948 che nel 1950 (alla Biennale veneziana ritornerà ancora nel 1993, in occasione della XLV edizione, diretta da Achille Bonito Oliva). Nel 1951, partecipa alla VI Quadriennale nazionale d’arte di Roma, e vi ritorna nel 1955. A questo punto, però, il suo lavoro cambia. Si dedicata alla ricerca astratta, entra a far parte del Movimento Arte Concreta, il MAC, che anche a Torino ha molti sostenitori, da Albino Galvano, artista e filosofo, a Paola Levi Montalcini, Adriano Parisot e Filippo Scroppo. Alla fine degli anni Cinquanta, Carol Rama abbandona il concretismo e riprende tematiche degli anni Quaranta usando un segno postinformale. Nascono così negli anni Sessanta i Bricolage. Composizioni eseguite incollando occhi finti, di vetro, ma anche denti, unghie e artigli d’animale su tele e carte che vengono dipinte con macchie e aloni di stile informale e materico, vagamente alla Burri. Macchie che però non sono del tutto asemantiche, perché in molti casi sembrano schizzi di sperma o tracce di materiale organico. Conclusa anche questa stagione, nei primi anni Settanta Carol Rama inizia ad utilizzare con gran successo, di critica e di pubblico, le camere d’aria di bicicletta, definite da lei semplicemente “le gomme”. C’è chi ha accostato questa produzione all’Arte Povera, emergente in quegli anni a Torino, ma Carol Rama si differenzia da Anselmo, Boetti, Merz, Paolini, Pistoletto, Penone e Zorio, perché nel suo lavoro sempre si coglie un subliminale, ma ben preciso riferimento organico e di “genere”. Le gomme, inutile nasconderlo, accumulate una sull’altra o anche da sole, sembrano budella, falli e pelle. Negli anni Ottanta avviene un deciso e, forse, definitivo ritorno alla figurazione, I soggetti riprendono in parte le Dorme e le Appassionate degli anni Quaranta, e il repertorio si arricchisce di nuovi protagonisti mitologici, come Keaton, dipinti su fogli “riciclati” di vecchie mappe catastali o disegni di macchinari industriali. In molti casi i personaggi sono vestiti con “gomme” ritagliate in modo da assumere una valenza figurativa. Le camere d’aria possono diventare la Corona di Keaton, ma anche le mammelle della Mucca Pazza. Quest’ultimo, un ciclo pittorico realizzato in molte varianti nella seconda metà degli anni Novanta. Una durezza e una forza inaspettata, nonostante l’età, Carol Rama ritrova negli ultimi lavori del 2000-2003, molti dei quali sono incisioni ad acquaforte realizzate con lo stampatore torinese Franco Masoero. Dipinge, tra l’altro, dei grandi tori neri o rossi, lasciando incollate sulla tela le setole del pennello che diventano un elemento materico, ma rappresentano anche, molto realisticamente, il vello ispido del possente animale. Del 2002 è anche Tonsare (Omaggio a Duchamp), un dipinto in cui si vede il celebre artista francese raffigurato di spalle con la nuca rasata e segnata dalla celebre stella a cinque punte, che nel dipinto si trasforma in una cometa e vola via nell’aria. E’ un omaggio ad un artista che Carol Rama ritiene il suo maestro. Guido Curto Michelangelo Pistoletto Leone d’oro alla carriera
Nato a Biella nel 1933. Figlio d’arte, lavora con il padre al restauro dei dipinti e studia arte grafica e disegno pubblicitario con Armando Testa. Dal 1958 espone nelle più importanti gallerie e nei maggiori musei internazionali. Prima personale alla galleria Galatea di Torino nel 1960. Nel 1961 realizza le sue prime tele specchianti, che ne fanno uno dei protagonisti dell’arte internazionale. Negli anni ‘60 partecipa alle più importanti mostre del Nuovo Realismo e della Pop Art E’ uno degli esponenti principali del Movimento denominato “Arte Povera Partecipa a otto Biennali di Venezia e a quattro Documenta di Kassel. Sue opere sono esposte in musei quali il MOMA di New York, il Beaubourg di Parigi, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, il Museo d’Arte Contemporanea di Seul, il Contemporary Art Museum di Toyota, lo Smithsonian Institute Hirshorn Museum di Washington, ecc. Oltre ad essere anche teorico del proprio lavoro, dal 1967 opera nei diversi campi della performance, del teatro e dell’architettura, della comunicazione e del coinvolgimento creativo. Già professore all’Accademia di Belle Arti di Vienna, nel 1998 fonda a Biella il centro multiculturale Città dell’arte - Fondazione Pistoletto (la cui attività consiste nell’intervento creativo progettuale indirizzato all’innovazione e alla trasformazione nei diversi campi della produzione e del tessuto sociale), all’interno della quale nel 1999 viene istituita UNIDEE -Università delle Idee, un laboratorio internazionale di ricerca per una trasformazione sociale responsabile, dove l’arte interagisce con le altre discipline (urbanistiche, scientifiche, politiche ed economiche). Nel 2002 nasce all’interno della Città dell’arte - Fondazione Pistoletto ‘Love Difference’ - Movimento Artistico per una Politica Intermediterranea presente alla Biennale di Venezia 2003.
99 tutte le idee meno una La Biennale si candida a diventare luogo di sperimentazione anche nel campo delle idee
L’idea che manca al ciclo d’incontri organizzato dall’Archivio dei Contemporaneo è quella dello spettatore, dittatore della 50. Esposizione Internazionale d’Arte. Al pubblico sarà offerta, tutti i giorni dopo la visita della mostra, la possibilità di confrontarsi con scienziati, scrittori, filosofi, creativi. 99 testimoni privilegiati dell’oggi, ai quali l’Archivio dei Contemporaneo della Biennale di Venezia chiederà di affacciarsi in Arsenale per condividere un’idea, per aprire una pista di riflessione sulla realtà che ci circonda. E se nei giorni della vernice saranno i curatori delle varie sezioni della Mostra a fare la parte del leone — ma insieme ad Isegawa, l’enigmista Stefano Bartezzaghi, l’orientalista Renata Pisu e il giovane musicista Alessio Bertallot — dal 14 giugno al 2 novembre l’elenco dei partecipanti si presenta particolarmente variegato. Vi figurano una decina di “guru” del contemporaneo: dal filosofo Peter Sloterdijk al fisico Luciano Pietronero, dal compositore estone Arvo Pàrt all’illustratore Erik Drooker, all’architetto Rem Koolhaas. Vi sono inoltre numerosi italiani noti — dallo scrittore Sandro Veronesi all’attore Marco Paolini, da Aldo Grasso a Michele Serra, da Alberto Abruzzese a Giorgio Gori, a Lucio Caracciolo — ma anche altri più conosciuti all’estero, come l’autore di un fumetto di grande successo in Giappone, Andrea Zingoni e Lorenzo Romito, membro di Stalker. Si aggiunge poi un gruppo di altre persone, per la maggior parte giovani ma con idee interessanti e aperti alla scena internazionale: si pensi alla free-lance francese Anne Nivat, la prima a documentare i fatti in Cecenia, allo scrittore Errico Buonanno, agli editori di Minimum Fax e all’orientalista Alessandro Gomarasca. E’ quest’ultimo il vero cuore dell’iniziativa, attraverso il quale si esprime l’anima sperimentale della Biennale che, anche nel campo delle idee, mira ad affiancare nuovi talenti, ancora sconosciuti, ai più consolidati nomi della scena internazionale.
Paesi Partecipanti
Armenia, Australia, Austria, Belgium, BosniaHerzegovina, Brazil, Canada, China, Croatia, Cyprus, CzechSlovakRep, Denmark, Egypt, Esthonia, France, Fyrom, Georgia, Germany, GreatBritain, Greece, Holland, Hungary, Iceland, Ila, Indonesia, Iran, Ireland, Israel, ItalyDARC, Japan, Kenia, Korea, Latria, Lithuania, Luxembourg, NewZealand, NordicCountries, Poland, Portugal, Romania, Russia, SerbiaMontenegro, Singapore, Slovenia, Spain, Switzerland, Thailand, Turkey, Ucraine, Uruguay, Usa
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